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Laurea honoris causa a Sciascia, il giallo dell’Università di Messina: deliberata nel 1987 ma conferita postuma

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Presentato dall’Ordine avvocati il volume collettaneo dedicato al rapporto tra il grande scrittore siciliano e la cultura giuridica

Il 14 febbraio 1987 il consiglio della Facoltà di Lettere dell’ateneo messinese approvò all’unanimità la laurea honoris causa a Leonardo Sciascia, il 14 giugno dello stesso anno seguì l’approvazione del Ministero ma il riconoscimento, senza motivo, non fu mai conferito: un mistero dell’Università di Messina venuto a galla ieri in occasione dell’incontro promosso dall’Ordine degli avvocati per presentare il volume “Diritto verità giustizia. Omaggio a Leonardo Sciascia”, scritto da illustri giuristi italiani e curato dai consiglieri della Corte di Cassazione Luigi Cavallaro e Roberto Conti con l’obiettivo di approfondire il rapporto tra il grande scrittore siciliano e la giustizia.

A raccontare le ambigue vicende di questo giallo made in Messina, l’ex rettore e presidente emerito della Corte Costituzionale Gaetano Silvestri, il quale, oltre un decennio dopo i fatti registrati in vari documenti, nel giugno 2000, decise di assegnare la prestigiosa laurea ad honorem alla memoria, dato che Sciascia era già venuto a mancare nell’89 e tra l’altro sognava da tempo una laurea, anche se avrebbe preferito quella in legge. “Dare una laurea a Sciascia, in quel momento storico a Messina (nel 2000, ndr) – ha detto Silvestri – significava dire che l’università credeva nella legge e nella legalità e riparare ad un torto che lo scrittore aveva subito per non essere stato apprezzato dallo stesso ateneo”. Proprio nel suo test di ammissione ai corsi del Magistero – ha ricordato ancora l’ex rettore – nel lontano 1941, aveva svolto un tema sull’opera Piccola Città di Wilder… a quanto pare una scelta profetica.

Nella motivazione originale del verbale d’adunanza si leggeva: “ad un esemplare itinerario narrativo, che muove dal cuore della Sicilia per dipanarsi – sempre più appassionato e rivelatore – all’interno della storia siciliana come memoria e cronaca, si affianca l’impegno altrettanto esemplare del giornalista, del saggista e dello studioso…”: sono le medesime ragioni che hanno portato i magistrati Cavallaro e Conti a dedicare un libro (edito da Cacucci, 2021) al rapporto tra l’autore di Racalmuto e la cultura giuridica, raccogliendo contributi di autorevoli giuristi italiani tra cui Natalino Irti, Ernesto Lupi, Nicoló Lipari e Pietro Curzio, che ha firmato la prefazione intervenendo all’appuntamento nel Dipartimento cultura e servizi di Messina. “Un libro prezioso su libri preziosi” l’ha definito Il Riformista, “le diagnosi profetiche e il confronto con Kafka, tra letteratura e diritto un impegno per futuri magistrati” scrive Il Foglio: un successo annunciato redatto per i 100 anni dalla nascita di Sciascia che sta girando l’Italia riscuotendo parecchio interesse. “È una riflessione a più voci – hanno spiegato i curatori – che prova finalmente a prendere sul serio gli interrogativi sul diritto, sulla verità e sulla giustizia che attraversano tutta la sua produzione letteraria”.

Alla presentazione, moderata dal delegato alla formazione del COA Antonio Cappuccio, ordinario di Storia del diritto medievale e moderno dell’Università di Messina, hanno preso parte il presidente dell’Ordine Domenico Santoro, che ha ricordato l’importante messaggio scritto da Sciascia in un articolo sul Corriere della Sera, dal titolo “I professionisti dell’antimafia”, cioè il rischio che il contrasto alla criminalità organizzata possa attenuare le garanzie individuali; la presidente del Tribunale Marina Moleti, la quale ha messo in luce i numerosi spunti di riflessione tratti dall’opera, citandone una frase sui libri sciasciani che sono “una serie di delusioni storiche presenti e passate” nel senso di ingiustizie e il legame con la Sicilia, terra che diventa “metafora” di uno società insofferente. A discutere con gli autori lo stesso Silvestri, la consigliera della Corte d’Appello di Messina Maria Teresa Arena, che da voce critica fuori dal coro, ha voluto dedicare una “lettera” contro il pessimismo del maestro Sciascia, giustificando che a volte i magistrati devono accertare la verità processuale, che non corrisponde sempre alla verità assoluta.

Grazie al talento di Sciascia per la storia del diritto, molte trame sono costruite intorno a vicende giuridiche con notevole e inusuale competenza tecnica anche su questioni complesse”: il pensiero dell’ordinario di Storia del diritto medievale e moderno dell’Università di Messina Giacomo Pace Gravina. La tesoriera dell’Ordine Aurora Notarianni ha incentrato la sua relazione sul concerto di diritto, richiamando proprio il pensiero sciasciano secondo cui “il diritto è ragione, o meglio, è quasi sempre ragione”. La ragione che occorre cercare è la ragionevolezza e che il “quasi sempre” dipende dalla possibilità di conoscere i fatti e la verità.