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Lavoratori stagionali, protesta anche a Reggio Calabria e Scilla: “cercasi schiavo”, affissi i volantini

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Le locandine sono state sparse lungo tutti i litorali turistici, ci saranno veri e propri presidi nelle mete turistiche più ambite della Calabria

La campagna nazionale dell’Unione Sindacale di Base (USB), “Cercasi schiavo”, approda in Calabria. Le locandine sono state sparse lungo tutti i litorali turistici, ci saranno veri e propri presidi nelle mete turistiche più ambite come ad esempio Tropea, Soverato, Scalea, Reggio Calabria, Paola, Scilla, Schiavonea, e per ultimo Pizzo dove ci sarà un evento di chiusura, ma anche il lancio della lotta al salario minimo. Da qualche anno a questa parte, si legge nella nota, “oltre che per gli immancabili speciali sul caldo torrido, l’informazione nel periodo estivo si contraddistingue per ospitare le lamentele – ai limiti del piagnisteo – di una classe imprenditoriale ormai dedita al voler organizzare le nozze coi fichi secchi (cioè ottenere il massimo profitto col minimo sforzo o esborso). Gli imprenditori lamenterebbero la mancanza cronica di manodopera stagionale, necessaria per dare il via alle attività di balneazione. Come se non bastasse queste “grida di dolore da unghia incarnita” vengono fatte rimbombare da una classe politica che non perde occasione per fare sfoggio della sua pochezza e che va da chi, pur avendo un peso elettorale ininfluente, fa il bello e cattivo tempo e tra un viaggio e l’altro nel “paradiso” dell’Arabia Saudita promette referendum contro i sussidi, a chi si spaccia per destra sociale, salvo avere le medesime posizioni di quella padronale su salario minimo, reddito di cittadinanza e finanziamenti alle missioni di guerra”.

Secondo quanto afferma il sindacato Usb, “partendo dal presupposto che i dati ISTAT smentiscono categoricamente le lamentele, dimostrando come anzi lo scorso anno il numero dei contratti stagionali sia aumentato di circa un terzo rispetto anche al periodo pre-pandemia (da poco più di 600.000 a 920.000) e persino pre-reddito di cittadinanza, appare subito chiaro a chi abbia un minimo di senso critico che ci troviamo di fronte a un attacco frontale da parte del padronato per ridefinire al ribasso i contratti lavorativi (ovviamente per quei “privilegiati” che una parvenza di contratto ce l’hanno, cosa niente affatto scontata in questo settore). La pietra dello scandalo sarebbe il reddito di cittadinanza, accusato – udite udite! – di concorrenza sleale, da parte di chi evidentemente ritiene concorrenziale per le sue attività (che vale la pena ricordare, proprio per la loro natura stagionale hanno dei ritmi ben più serrati di chi lavora 12 mesi all’anno…) un salario mensile medio di 500 euro, nella stragrande maggioranza dei casi senza giorni liberi”.

“Ora – prosegue ancora la nota – , non servono dei docenti di matematica per ragionare e capire che, evidentemente, c’è un cortocircuito e questo non è costituito da una misura tampone come il reddito di cittadinanza – che, seppure imperfetta, è riuscita a strappare dalla povertà centinaia di migliaia di persone – e neanche da un segnale di civiltà come sarebbe l’introduzione di un salario minimo. Questo cortocircuito sta proprio nella concezione, a metà tra il padronale e il paternalistico, di una classe imprenditoriale che sempre più frequentemente confonde il concetto di lavoratore dipendente con quello di schiavo, potendo contare sempre di più sul tacito consenso di apparati statali sempre meno super partes e garanti di un equilibrio civile, ma che anzi arrivano ai limiti della complicità (come ad esempio le telefonate che spesso partono dall’ispettorato del lavoro verso quelle attività che potrebbero essere colte in flagrante nel non applicare i contratti ai propri dipendenti) e che gettano fumo negli occhi dell’opinione pubblica spingendo per un turismo più intensivo come soluzione a tutti i mali, quando invece, nonostante i numeri di vacanzieri in crescita (così come quelli dei prezzi per servizi in spiaggia o dei coperti ai ristoranti) le condizioni di vita e gli stipendi dei dipendenti siano tragicamente immobili”.

“Completamente pretestuoso appare, infine, il noto vittimismo secondo il quale le imprese italiane sarebbero soffocate da tasse e contributi e, perciò, impossibilitate a fare contratti regolari. Il costo del lavoro orario in Italia (29,3 euro), infatti, è minore di quello medio dell’Ue (32,8 euro) e la Cgia di Mestre ha riconosciuto, oltretutto, un’evasione fiscale delle Pmi che supera i 90 miliardi di euro l’anno. A ciò si aggiungono gli oltre 120 miliardi di aiuti governativi stanziati alla classe padronale dallo scoppio della pandemia. Quello che servirebbe è, perciò, un’informazione meno sbilanciata che faccia sentire le esperienze non soltanto di chi quegli stabilimenti li possiede, ma anche di chi ci lavora, dei ritmi forsennati, delle umiliazioni subite e dell’impreparazione di chi si improvvisa manager e forte della propria presunzione costringe i propri sottoposti a lavori massacranti e paghe irrisorie. È proprio perché nella nostra regione queste contraddizioni emergono in tutta la loro criticità che ci appare doveroso lanciare la campagna “Cercasi schiavo”, sia per combattere una narrazione a senso unico, ma soprattutto per cercare di unire il fronte degli sfruttati per reclamare condizioni per lo meno dignitose e combattere lo sfruttamento ricacciando una volta per tutte chi subisce una fascinazione per certe modalità di lavoro, là dove merita di stare: in un passato lontano e da lasciare dove sta! Inizieremo la settimana prossima sotto l’ispettorato del lavoro (o l’ufficio del lavoro decidiamo…) di Catanzaro e poi proseguiremo per tutta la stagione con banchetti informativi in quei luoghi dove il turismo di massa, e con esso lo sfruttamento intensivo si concentra”, conclude il comunicato Usb Calabria.