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Due lockdown e una giravolta

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La narrazione del “terribile lockdown di Shanghai” è sostenuta dagli stessi pensatori che etichettavano come “negazionista e complottista” chi si permetteva di esprimere dubbi e critiche sul lockdown, ben peggiore perché più lungo ed esteso, di due anni fa in Italia

In questi giorni i principali media italiani raccontano il lockdown cinese di Shanghai come una “terribile atrocità“, parlando esplicitamente di “gente disperata“, di “urla dalle finestre“, di “suicidi“, di “popolazione messa a dura prova“, di “gente allo stremo“, di “residenti fatti prigionieri delle loro abitazioni“, di “situazione catastrofica“, in cui chi prova ad uscire di casa viene dipinto come un “prode ribelle che cerca giustizia“.

Gli stessi grandi rotocalchi, però, si comportavano diversamente quando due anni fa le identiche atrocità venivano commesse nella nostra democratica e liberale Italia, con la differenza che noi il lockdown non l’abbiamo fatto in una sola città colpita da focolai di contagio come accade in Cina, ma l’abbiamo fatto in tutto il Paese (mai successo in Cina) ponendo in confinamento anche intere Regioni e ampi territori in cui il virus non circolava affatto. E il nostro lockdown non è durato due settimane, come quello di Shanghai, ma si è prolungato per oltre due mesi e mezzo, con tanto di ricorsi del Governo contro quei presidenti regionali che, amministrando Regioni a zero contagi, ad un certo punto volevano riaprire (ricordate i tavolini all’aperto di Jole Santelli?).

Per gli stessi giornalisti che oggi si scandalizzano per il lockdown cinese, l’analogo lockdown italiano era “un sacrificio necessario” e i cittadini erano spinti alla delazione rispetto a chi provava a violare il confinamento. Numerose sono state le multe ai runners isolati nei boschi o nelle spiagge, ai genitori che portavano i bambini autistici a prendere un po’ d’aria aperta o agli anziani che per curare il proprio orto coltivato dovevano uscire per cento metri dal confine del loro comune di residenza, in ossequioso rispetto dei DPCM che il premier Giuseppe Conte annunciava in diretta TV a canali unificati proprio come se fosse uno Xi Jinping o Putin qualsiasi, intimando alla popolazione cosa poteva fare e cosa no con l’ipocrita e mielosa retorica emotiva dell‘#andràtuttobene e dell’#abbracciamocifortedomani.

Le poche mosche bianche che si permettevano di denunciare le atrocità di quel barbaro lockdown raccontando le sofferenze degli italiani, l’inutilità sanitaria di quei provvedimenti, il dramma sociale che si stava concretizzando fino ai suicidi della disperazione, venivano etichettati come “negazionisti” e “complottisti” che “non credono alla scienza” da parte dei soliti benpensanti per cui esiste sempre e solo un’unica verità, che ovviamente è quella dettata da chi detiene il potere e che quindi non si può mettere in discussione.

Oggi non sappiamo più se i pericolosi complottisti negazionisti sono quelli che ci raccontano i lockdown della Cina come qualcosa di atroce (non era un “sacrificio necessario a salvare le vite umane“?) o se, invece, dopo due anni tanti pensatori lacchè si siano pentiti o abbiano cambiato idea. O più semplicemente oggi le veline a cui sottostare sono altre, e pazienza se vanno in contrasto con quelle di due anni fa. Perché rispetto alle criminali privazioni dei diritti umani e sospensioni delle libertà fondamentali nessuno ha mai chiesto scusa, nella democratica e liberale Italia schierata con l’occidente nel fare la guerra alle dittature dell’est.