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Fiumara di Muro, uno splendido itinerario fra storia, natura e tradizione: “La via del Convento, Borgo Terra di Mino Reitano”

Pietre di Fiumara di Muro

Un itinerario storico, sportivo, naturalistico, culturale ed Enogastronomico per valorizzare Fiumara e incentivarne l’attrattività turistica: ecco “La via del Convento, Borgo Terra di Mino Reitano”

La Terra di Fiumara di Muro, cui un tempo diede il nome il vicino Capo Cenide, collocata sopra una collina cinta di valli, fu con tutti i suoi villaggi notabilmente danneggiata da’ Tremuoti; essendo gli Edificj in parte uguagliati al suolo, ed in parte renduti inabitabili. Il Territorio è ameno, e fertile, ed è riputato per gli Agrumi, per la Seta, e per i Vini, de’ quali, attesa la vicinanza del mare, i Cittadini fanno gran traffico. Non manca di Vettovaglie, Lini, e Frutta di ogni genere. Siccome il terreno è in parte cretaceo, ed arenoso, ed ha ispesse valli, e colline; così per gli scuotimenti si dilamò in molti luoghi, ma con picciolo danno de’ fondi“. (Giovanni Vivenzio, Istoria e teorie de’ tremuoti in generale ed in particolare di quelli della Calabria e di Messina del MDCCLXXXIII, Napoli, Stamperia Regale, 1783, p. 259): sorta intorno al X secolo, più volte assalita dai Mori, ancor di più dalle mutevoli vicende della Storia e dalle rivolte (non meno feroci di quelle umane) della natura, Fiumara di Muro si trascina dietro un destino irrequieto che è già tutto dentro le sillabe incerte del suo nome, Fiumara delle Mura, ma pure Motta o Fiumara dei Mori: solido riparo di pietra, fortezza turrita o vittima d’assalti saraceni, conquista nemica.

Qui, dove un manipolo di uomini, in marcia dalla vicina Cene, sostò spinto dal bisogno di nuovi insediamenti e conobbe, nell’andare dei secoli, invasioni piratesche, violenti tremiti del suolo, viavai di stirpi e di nomi consegnati ai fogli della Storia, è la pietra, oggi, a parlare. Mentre il vento, come sempre, ne asseconda e rimanda la voce.

Parla la pietra, e dice di antiche stanze percorse da scorrerie di voci, da cadenze di passi, da battere di porte; dice di visi rivolti in giù a sussurrare preghiere, di ginocchia piegate ai piedi di Madonne, di altari tagliati dai raggi del sole; di rintocchi di bronzee campane; e di risa di bimbi, di gesti d’antichi mestieri, di corse tra vicoli, su fino a toccare la nuvola che, più vicina di tutte, lambisce gli alberi della collina, o a stupirsi dei ghirigori di nebulosa luce donati da un’inafferrabile donna di nome Morgana.

Parla la pietra, e sollecita a solcare ancora le vie ristrette del borgo, a sfiorare le sue mura, leggervi le tracce di oltraggi e sortilegi, di squallori e splendori impastati con il verde cangiante degli alberi, gli odori delle arance, l’azzurro di un mare non troppo lontano. Tutto sta nel saperla ascoltare. E nell’accogliere, prima d’ogni cosa, quell’invito al silenzio che si solleva da ogni rovina: dalle mura del vecchio Convento dei Cappuccini, animato, fino a non molto tempo fa, dai gesti domestici e sacri di un solitario monaco; dalla facciata di Palazzo Catalani, il cui imponente ingresso esorta il distratto viandante a penetrare tra i resti di un passato che non vuole morire; dall’Antico Campanile, sentinella della sottostante vallata, e dalle stradine sbilenche, dai grovigli di vie che confondono e sorprendono, su cui, improvvisi, s’aprono antri dove, di anno in anno, non smette di rinnovarsi un antico rito; e, ancora, dal continuo sbucare di gradinate che sfociano non sai dove e forse vanno a spegnersi o a incontrare nuova vita in altre strade, discese e salite: come il fiume che volle scorrere lì vicino un tempo e imporre nel nome del luogo memoria di sé.

È un intrico questa terra di Mori e di Mura, lesta a offrire intatti lembi d’incanto e di pace. Ed è un deposito di meraviglie che a chi l’attraversa tocca scoprire e che, a volte, non esitano a destarsi dagli angoli a lungo esplorati, perché non c’è spazio conosciuto che non trattenga in sé l’occasione di un inatteso mistero. Forse, è necessaria una certa predisposizione dell’anima per sentire la voce delle pietre, fermare nel guazzabuglio di rovine la corsa dei secoli, convocare in un unico istante le storie e i volti di giorni tra loro distanti: per una sfida, come disse Sciascia con il pensiero rivolto alla sua Sicilia, all’”invisibilità dell’evidente“.

Si sfilaccia allora la trama consueta dei paesaggi, ovunque sbucano inedite visioni e gli scorci e gli anfratti più noti concedono il dono di inaudite rivelazioni dove miti, leggende, cronache di eventi e di uomini smarriscono i loro confini per impedirti di afferrare l’orizzonte – un limite al sogno – che divide le favole dal vero. Oggi, Fiumara, ha solo due cose su cui puntare per il proprio futuro: la sua storia e la sua gente, quella “gente di Fiumara” cantata e resa famosa dal suo amato figlio Mino Reitano, che qui vide i natali. A questo abito, alla sua gente dedicò uno dei brani più celebri: “Gente di Fiumara”. Una vera e propria dichiarazione d’amore per la sua terra… “Gente, gente di Fiumara, Torno a bere qui con voi, Amici siamo noi, Vino dolce ed acqua chiara, Quel che il mondo non mi dà, io li ritrovo qua… Gente, oh gente mia, Torno sulla mia via…”.

E così che nasce l’itinerario, Storico, Sportivo, Naturalistico, Culturale ed Enogastronomico denominato: “La Via del Convento, Borgo Terra e di Mino Reitano”, fortemente voluto dall’Amministrazione Comunale di Fiumara, in accordo con ASD ASPROMONTE Trails AICS e  BORGHI Aics Italia, per valorizzare l’immagine di Fiumara e promuovere anche l’eventuale presenza di nuovi turisti, curiosi, visitatori e ridare lustro ed orgoglio al nostro paesino, sognando un futuro che assomigli al passato. C’è ancora tanto da fare e ancora tanto da scoprire… basta interrogare le vecchie pietre; si perché le pietre di Fiumara parlano: basta saperle ascoltare.