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Il fastidio di pensare – Lettera a un’amica russa

Giambattista Vico Giambattista Vico

Cara Olga,

ti scrivo questa lettera mentre vivo giorni di grande malinconia; coltivo il mio giardino e questo e le mie letture mi distraggono da tutto quello che accade appena fuori dal cancello di casa. Avevo sperato di incontrarti presto, magari in primavera, e adesso poterlo fare almeno questa estate, se tutto proseguirà così, mi sembra un’illusione; ogni cosa ci si mette di fronte, ci siamo conosciuti in un periodo sbagliato, o forse è solo il mondo che è in preda ai suoi deliri. Giambattista Vico, un filosofo italiano di alcuni secoli fa, diceva che la storia è un eterno girare su sé stessa e l’uomo, che si illude di andare avanti, in realtà non fa altro che ritornare sui suoi  passi quasi che fosse stanco di quello che ha appena vissuto e dimentica velocemente vecchi errori ed è pervaso dall’ansia di ripeterli: ecco, mia Olga, a me sembra che si stia rivivendo in questo tempo come l’inizio di quel periodo fosco che leggo nei diari degli scrittori del primo Novecento, un ritorno lento della dittature, un lento scivolare nei totalitarismi più beceri. Per questo ho poca voglia di dialogare con la gente, tranne gli amici più stretti. La mia decisione di oppormi al vaccino, che è stata una decisione politica più che sanitaria, mi ha privato di quei diritti civili di cui non avrei dubitato fino a qualche anno fa: e invece da tre mesi non posso entrare nei negozi e ogni cartello sulle porte me lo ricorda minaccioso. Un ministro lo ha detto chiaramente che bisogna punire chi osa opporsi a chi decide. Ricordo sempre le parole di Brodskij ma anche di tutti gli antifascisti della mia infanzia: e non bisogna adesso lasciarsi intimidire da questi nuovi criminali che si sono impadroniti del potere. Adesso finalmente  hanno deciso che la punizione è stata congrua, sarò riammesso a scuola, ma non più come professore: sarò sempre bollato come un untore, non potrò fare lezione, sarò relegato in biblioteca o chissà dove: su di me ci sarà sempre un marchio di infamità a contraddistinguermi per non avere obbedito alle coercizioni del potere. Bisogna sempre tenere lontano come ammonimento chi non si è piegato. Che squallore mia Olga: questo è l’Occidente che si pone al mondo come esempio di libertà.

Adesso poi con questa guerra in tutta Europa, ma soprattutto in Italia, che sempre va a rimorchio delle opinioni degli altri per paura di restare indietro, si sono diffuse delle torbide e pericolosissime idee antirusse. Da sempre in Italia non si riesce a vedere le cose a sfumature, ma in maniera manichea, come se tutto fosse o in un modo o nell’altro, il bene è da una parte, il male dall’altra, senza vie di mezzo. E quindi si percepisce tutt’attorno un sentimento tanto pericoloso quanto torbido di ostilità verso tutto ciò che è russo, che non so se mi deve più scandalizzare o spaventare. In Europa, per esempio, hanno già provveduto, lo avrai saputo, a licenziare direttori d’orchestra o ballerine che non avevano osato schierarsi contro Putin, e non capisco cosa c’entrasse con il loro mestiere, o hanno escluso gli atleti olimpici dalle competizioni solo in virtù della loro nazionalità, e mi sembra già idea che fa ribrezzo; ma in Italia sono riusciti a fare di peggio, ed era difficilissimo, ma in Italia in queste cose ci si sforza sempre per mostrarsi all’altezza del peggio: hanno cancellato da una università un corso su Dostoevskij (ma alcuni intellettuali, quei pochi che hanno il coraggio di ribellarsi, hanno avuto il coraggio di protestare: ma tanto gli intellettuali , quelli seri, qui non li ascolta nessuno), e qualche giorno fa la televisione pubblica ha annullato il contratto di un professore che non dava della guerra la versione che faceva comodo, accusandolo di filoputinismo, perché qui in televisione bisogna dire quello che vuole il potere. Io ormai non parlo più con nessuno: dico solo, ad insistere, che questa è una orribile guerra di aggressione, ma se si vuole approfittarne per trasformarla anche in una guerra culturale, allora non mi si venga a dire che lì ci sono i cattivi e qui ci sono i buoni, perché allora avrei molte cose da dire anche su come funziona la democrazia qui in Occidente, e lì magari i giornalisti li possono incarcerare, e qualcuno sarà anche morto magari, ma qui gli si tappa la bocca: è tutto molto più di classe, certamente, e non lascia tracce, come si addice dalle nostre parti, ma alla fine il risultato è lo stesso, e solo gli ingenui possono continuare a credere di vivere sempre nel lato giusto del mondo.

E quindi penso che è un momento sbagliato questo, tristissimo, in cui ci siamo conosciuti, in cui tra una scusa e l’altra ogni governo approfitta, per la salvaguardia nostra, s’intende, per abolire diritti e infastidire altri e chi ci rimette siamo sempre noi, la gente libera e che vorrebbe solo incontrarsi e vivere tranquillamente. Noi uomini liberi, s’intende, perché tanti altri, là fuori, credono davvero che è una fortuna che ci sono questi governi che ti tolgono qualcosa, sì, ma ne vale la pena, è per proteggere la nostra libertà. Se ne accorgeranno, forse, quando, un pezzo alla volta, alla fine non ci sarà rimasta più nessuna libertà da proteggere. Ma allora sarà troppo tardi.

Con affetto,

Emiliano