fbpx

Il fastidio di pensare – Il riconoscimento del nulla

Quando, alla fine dell’Ottocento, in Italia si ebbe una forte crisi economica e la gente scese in strada a Milano a scioperare contro il carovita, il re mandò a sedare le proteste di piazza il generale Bava Beccaris, uno che aveva delle idee sue molto spicciative per risolvere questioni del genere: fece puntare l’artiglieria pesante sulla piazza e, tra una cannonata e l’altra, alla fine si trovarono sulla piazza 83 morti e alcune centinaia di feriti (un poco come queste cose adesso le risolvono in Kazakistan e come, vista l’efficacia indiscutibile della cosa, il deputato e alto sindacalista Giuliano Cazzola voleva proporre per le sfilate dei cosiddetti no-vax che stavano cominciando a diventare troppo fastidiosi, e non è detto che al governo non ci abbiano pensato se magari al parlamento europeo non si sarebbero offesi). Dopodiché, siccome il problema, in un modo o nell’altro lo aveva risolto, e anche molto velocemente, all’illustre generale, che era anche senatore del regno di nomina regia, il re non esitò a dare anche un’altissima onorificenza “per i servizi resi alle Istituzioni e alla civiltà”. Fu, agli occhi della storia, che ragiona su tempi più lunghi, una cerimonia di alta stupidità, così come la proposta da più parti di diversi anni dopo di alzare monumenti all’illustre generale, ma si sa che in questo paese di gente prona i servi del potere non sono mai mancati. In realtà quelle cannonate non avevano risolto per nulla il problema, ma l’avevano solo acuito levandolo solo dalle piazze, e quello che ne pensava la gente fuori dai palazzi si vide qualche mese dopo quando un proiettile arrivò all’illustre sovrano come ringraziamento del tutto.

Questa idea ricorrente dei politici italiani di risolvere le cose senza analizzare le cause dei problemi, mischiando un po’ di demagogia e un po’ di imbecillità, si è visto in tantissime occasioni nell’ultimo secolo e adesso mi torna in mente pensando al ministro Speranza e ai suoi sottosegretari. Anche lui aveva di fronte un problema abbastanza serio, come tutti i ministri del resto del mondo. Ma lui aveva un vantaggio: mentre nel resto dei paesi (quelli seri) ti devi scontrare con i diritti costituzionali, la stampa, un’etica radicata e quant’altro, in questo meraviglioso paese si può fare tutto quello che si vuole, senza che nessuno ti dica nulla. Cioè, ufficialmente sarebbe anche questo un paese di leggi, ma poi puoi fare quello che vuoi, che tanto nessuno ti dice niente: solo qualche commento feroce al bar dello sport, i più coriacei gridano in piazza, ma a lasciarli far tutto finisce lì, voglio dire, e mica siamo l’Inghilterra perbacco.

Così gli è bastato sospendere dapprima qualche articolo costituzionale, poi i diritti civili (compresi alcuni essenziali, come quello di andarsi a ritirare la pensione), la stampa che in un paese serio dovrebbe esercitare un ruolo critico verso il potere si è subito messa prona al suo servizio anche davanti alle idee più bizzarre: insomma, non siamo forse di fronte a una emergenza? Non ne va forse della nostra stessa vita? (anche quando ormai fuori dal confine questa emergenza era ormai solo un lontano ricordo). I risultati, nonostante questa parentesi autoritaria e ultrareazionaria che ha coperto di controllo come fosse un’encomienda paraguaiana la nazione e messo in fronte a ogni cittadino un codice a barre anche per andare a comprarsi un francobollo, sono stati nel complesso modesti: il virus, incurante del delirio autoritario di chi invocava finanche abolizione della libertà di stampa (quella che era rimasta) e pieni poteri per il premier, ha continuato ad andare avanti, e ha continuato il suo cammino facendo più contagi e più vittime, in proporzione, che dei paesi che non hanno rinunciato ad essere liberi. Eppure, alla fine di questo scempio, Draghi, l’uomo al vertice di questa piramide, ha sentito il bisogno di ringraziare sia il ministro che ha attraversato una prova “straordinaria” (non stiamo scherzando) sia il generale Figliuolo, il braccio destro di questa follia, l’uomo che minacciava tra il serio e il faceto di entrare casa per casa con il suo vaccino.

Credo che il problema di fondo sia proprio questo, appunto: l’onorificenza per il disastro. Di solito quando ci si rende conto di avere fatto uno sbaglio, se anche non lo si vuole ammettere, ci si sta zitti e si guarda avanti, defenestrando alla prima occasione i responsabili. E invece Bava Beccaris, che se ne tornò con un bagaglio di decine di morti, fu pubblicamente encomiato come un’ eroe della nazione: fu questo che acuì il dissidio tra il re e il resto del paese, quello reale, e gli costò la vita. E anche qui abbiamo di fronte una pessima gestione politica di un problema: basterebbe guardarsi attorno per rendersene conto, eppure anche qui sentiamo pubblici encomi. Quelle lodi rendono complice di quello scempio. La politica italiana non cambia dopo più di un secolo; non cambia il pressapochismo, non cambia la stupidità, cambiano solo i tempi: questi non sono più i tempi di un Gaetano Bresci che riassume su di sé il malcontento popolare. Però quello che spaventa davvero è che, anche in un paese così poco abituato alla dialettica democratica e così avvezzo a chinare la testa, qualche sfogo prima o poi lo trovi. E Mussolini, quando ancora non era “il duce”, quando andò a visitare la cappella espiatoria del re a Monza scrisse sulla cancellata “monumento a Bresci”. Era uno che capiva da che parte andava la storia, che in Italia non potendo sfogare il suo malcontento in dialettiche politiche o in una cultura giornalistiche, prende sempre strade oscure.

Bava Beccaris