fbpx

Davide e Golia: la storia ripropone la leggenda

zelensky putin Foto Ansa

Il popolo ucraino sta dimostrando una eroica capacità di resistenza sull’altare della difesa della Patria. Tutto ciò è commovente, coinvolgente ma costa distruzione, vittime, esodo. Realisticamente, però, ci troviamo di fronte ad un autocrate, che non può indietreggiare, per non bruciare il proprio futuro ed esporre la Russia ad un ridimensionamento

L’appartenenza alla prestigiosa famiglia dei Cavalieri del Lavoro mi da la possibilità di dialogare, a volte, con qualche studente del nostro Collegio di merito “Lamaro Pozzani”. Nei primi giorni di questo mese, e, quindi, prima dell’inizio della guerra del 24 u.s. della Russia contro l’Ucraina, ho ricevuto una mail, da parte di un allievo. Egli, oltre a coinvolgermi su alcuni temi economici, poneva una domanda, quando già montavano le tensioni sulle forniture di gas: “Quanto la Russia sarebbe disposta o in grado di reggere il contraccolpo di mancati proventi pur di mettere in ginocchio l’Occidente, tagliando le forniture di gas che rappresentano il 30% delle sua entrate?”.

Questa domanda si è palesata anticipatrice di ciò che sta avvenendo oggi, con azioni – la guerra – e controreazioni – le sanzioni – che stanno tenendo in apprensione il mondo intero. In maniera stringata, osservavo: La mia risposta, che parte dalla leva “gas”, è collegata ad una interpretazione del carattere e della cultura dei Paesi coinvolti. I Russi sono abili giocatori di scacchi; quindi, hanno una mente educata alla strategia, per cui il discorso energia fa parte di un processo per raggiungere uno scopo, nel medio – lungo periodo. Essi si confrontano con gli americani che amano il gioco del poker: si muovono sull’intuizione, amano il rischio, con poca riflessione sui contorni e sulle conseguenze (leggi Irak). Sono maestri in tattica.

Circa la capacità dei Russi di assorbire il contraccolpo delle mancate entrante dal gas, pensa, facevo notare allo studente, che quella popolazione ha il senso della patria, ha un leader (autocrate!) riconosciuto e trascinatore, ed è portata al sacrificio quando gli eventi lo pretendono: ricordiamoci Stalingrado. Su questi valori si basano le certezze e le strategie dei governanti russi. Oggi questa distinzione tra Russi, strateghi, e Americani, giocatori di poker, non regge più, dal momento che gli eventi di questi giorni fanno toccare con mano una contaminazione tra questi due orientamenti.

In effetti, con apprensione e paura, stiamo vivendo la guerra scatenata dai russi, in conseguenza di una strategia sviluppata negli anni ed esplosa con una operazione ad alto rischio. Per Putin, la colpa dell’Ucraina sta nella volontà di entrare in Europa e divenire membro della NATO. Tale aspirazione non può essere accettata dal Presidente russo, dal momento che, al di là del paventato rischio di avere la NATO alle porte, rischio in buona misura strumentalmente esasperato, l’Ucraina potrebbe essere ragione di esempio per altri Paesi russofoni, che alla lunga vedrebbero di buon occhio il modello di vita occidentale, democratico, libero ed economicamente affermato.

Illuminante di questo stato di cose è l’intervista del Presidente americano Richard Nixon (1969-1974) che, alla luce di quanto sta succedendo, acquisisce il carattere di una vera e propria profezia: “Il comunismo è stato sconfitto ma la libertà è in prova. Se non funzionasse, ci sarà un’inversione ed una spinta verso un nuovo dispotismo. Questo costituirebbe un pericolo mortale per il resto del mondo. Perché quel dispotismo si combinerà col virus dell’imperialismo, una caratteristica della politica russa per secoli”. Ecco il richiamo all’imperialismo sovietico che ci proietta verso l’interpretazione delle decisioni e degli atteggiamenti assunti da Putin in questi giorni.

Non c’è da illudersi. La Russia è uno stato autocratico, guidato da più di venti anni, ed oltre, fino alla sua dipartita, da una personalità forte, intelligente, carismatica che ha un unico, grande obiettivo: ricreare l’impero sovietico ed esserne l’effige. A questo fine, ha mosso l’esercito per soggiogare un Paese indipendente e dare un messaggio, chiaro e forte, all’interno e al mondo, circa la sua determinazione a realizzare il suo sogno. Contro i carrarmati, e non sarebbe possibile fare altrimenti, il mondo occidentale sta applicando, per fermarlo, sanzioni sempre più dure. Esse, però, rischiano di essere, in buona misura, poco efficaci e per di più asimmetriche, finendo per essere un boomerang per il nostro Paese e la Germania, mentre gli USA non hanno, in valore, gli stessi rapporti di scambio.

Partiamo dal fatto che la Russia ha un debito pubblico estremamente contenuto, pari al 17% del PIL (l’Italia è al 160% e oltre); detiene 630 miliardi di dollari di riserve, di cui 150 miliardi in oro. Sembra, comunque, che i Paesi del G7 sono in grado di bloccare, con le sanzioni, 250 Mld di riserve in valuta. Ogni giorno incassa, per la vendita di petrolio e gas, 700 milioni di dollari. Negli anni, e qui ritorniamo alla strategia, ha via via alleggerito i suoi vincoli finanziari con l’Occidente, anche quello dipendente dal ben noto sistema swift, che dovrebbe essere, secondo qualcuno, la “atomica finanziaria”. Nella realtà, la Russia ha creato negli anni un sistema alternativo, detto SPFS, che nel 2021 ha intermediato 13 milioni di messaggi tra più di 400 intermediari finanziari, pari al 20% dei trasferimenti nazionali. “Nel caso in cui le Banche russe fossero disconnesse da swift – registra Lamorya Longo su “Il Sole 24 Ore” del 25 febbraio u.s. – , il sistema finanziario russo potrebbe appoggiarsi anche al sistema di pagamento interbancario transfrontaliero cinese (CPIS)”.

Questo è il quadro. Rimane l’obiettivo prioritario: fermare la guerra, con soluzioni pragmatiche che dovrebbero offrire una via di uscita dignitosa, per tutti. Il Presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelenskyj, ha guadagnato il rispetto del mondo con il suo atteggiamento portato al sacrificio estremo, coinvolgendo anche la famiglia. Il popolo ucraino sta dimostrando una eroica capacità di resistenza sull’altare della difesa della Patria. Tutto ciò è commovente, coinvolgente ma costa distruzione, vittime, esodo. Realisticamente, però, ci troviamo di fronte ad un autocrate, che non può indietreggiare, per non bruciare il proprio futuro ed esporre la Russia ad un ridimensionamento, venendo fuori ciò che essa è: un Paese economicamente debole, con un reddito pro capite bassissimo, con un sistema produttivo monocultura, imperniato prevalentemente sull’energia (gas e petrolio) ed una contestazione, all’interno, che potrebbe prendere il sopravvento.

Ed allora, per uscire da questa pericolosissima situazione e per non contare quotidianamente vittime e distruzioni, da una parte e dall’altra, si aiuti il negoziato apertosi il 28 febbraio u.s. in una località segreta, ai confini tra Ucraina e Bielorussia, ed in cui ciascuno faccia un passo indietro. Mi permetto di azzardare una ipotesi di compromesso, per il gusto della discussione: la Russia ottiene un Governo più vicino alle sue attese, rispettando il Presidente Zelenskyj che viene posto in una sorta di stand-by. A fronte, deve impegnarsi a consentire libere elezioni nel giro di uno – due anni. L’Europa eviti, durante questo periodo, di accettare adesioni alla NATO, per aiutare il Presidente Putin ad uscire dalla “sindrome dell’accerchiamento” che sembra schiacciarlo.

Oltre questo processo, le illusioni possono essere tante, pensando anche che Davide alla fine, possa prevalere su Golia. Ma Golia, cadendo, alzerebbe tanta polvere ed uno assordante rumore. Prendiamo atto di questo ed evitiamo gli azzardi. È in gioco la sopravvivenza del nostro mondo, così come noi amiamo vederlo, libero e democratico. C’è una guerra in corso, come bene sostiene Ezio Mauro su “La Repubblica” del 28 febbraio u.s., che è “la guerra alla Democrazia, che è la prima vera battaglia del secolo nuovo e promette di ridisegnarlo nei suoi equilibri, nella sua gerarchia e nei suoi valori, non soltanto nei suoi confini, perché è un conflitto di idee e identità, che ha per posta l’egemonia culturale del nuovo mondo”.

Difendiamo la nostra egemonia e partecipiamo, noi popoli occidentali, con saggezza, responsabilità e senso della strategia ad un processo coerente, forti della nostra storia e dei nostri valori. Bisogna essere consapevoli, facendo anche appello alla saggezza della Chiesa, che, come esortò Pio XII nel 1939 “trattando con buona volontà e con rispetto dei reciproci diritti, ci si accorgerà che a sinceri e fattivi negoziati non è mai precluso un onorevole successo”. A quel tempo questo appello non ebbe successo. Speriamo che lo possa avere adesso!

L’articolo è apparso come podcast su www.tfnews.it.