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Tra “Colle” e “Chigi”, il quadro politico per l’elezione del Presidente della Repubblica

A poco più di un mese dall’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, tutti sventolano il proposito di cercare un ‘consenso largo’ mentre, in realtà, ciascuno vuole far prevalere il proprio candidato con o senza ‘consenso largo’. Sta dunque ripresentandosi il pericolo del solito ‘massacro’ dei candidati, reso possibile dall’art. 83 della Costituzione che prevede soltanto i quorum necessari per l’elezione del Presidente della Repubblica; per esempio sarebbe utile un emendamento che stabilisse che le candidature vengano presentate con congruo anticipo sulle votazioni, com’è richiesto in tutte le elezioni democratiche, e il ballottaggio tra i due candidati più votati nei primi tre scrutini: ma ci pare difficile che venga adottato, da noi si preferisce l’elezione a sorpresa. Intanto, stanno venendo al pettine i nodi politici che si sono allacciati nel 2019, quando si formò l’alleanza-ircocervo PD-5S con lo scopo dichiarato di impedire non solo nuove elezioni ma anche che, a eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, potesse essere una maggioranza di ‘destra’, allora paventata come esito sicuro di eventuali elezioni anticipate. Sicché abbiamo visto l’ingarbugliata matassa di maggioranze parlamentari partorire il più eclatante trasformismo, spacciato per normale tecnica parlamentare, che, alla fine del 2020, è stato teorizzato, riproposto e evocato con appelli ai ‘costruttori’, ai ‘responsabili’.

Nel 2019 tutti – con le eccezioni che sappiamo – corsero ad approvare la riforma che ha ridotto il numero dei senatori e dei deputati; a quel punto, l’indizione di nuove elezioni sarebbe stato opportuna, anzi necessaria, sia per il chiarimento dei rapporti di forza politici in un Parlamento numericamente dimezzato sia per evitare che l’elezione del Presidente venisse fatta, oggi, da un Parlamento nella sua vecchia composizione. Chi scelse di non indirle intese, soprattutto, salvaguardare gl’interessi elettorali dei due strani ‘compagni di letto’ al governo piuttosto che l’ordinato svolgimento della vita politica della Repubblica. Da mesi si discute di una possibile rielezione di Mattarella. Questa proposta è partita dal PD, in grave difficoltà nell’indicare un nome nuovo, ipotizzando anche un mandato a termine (ma chi può stabilire il termine?), fino alla scadenza di questa legislatura.

A supporto di tale candidatura abbiamo sentito anche una delle ‘celebri’ conduttrici di talk-show televisivi, la quale però teme che i ‘peones’ – di cui, con disgusto, ha indicato come eponimo un tale Ciampolillo – possano facilmente cambiare casacca: ci chiediamo se questa conduttrice non sia la stessa che si sbracciava a spiegare come e qualmente fossero sacrosanti l’appello ‘altissimo’ ai ‘costruttori responsabili’ – tra i quali spiccava appunto lo stesso Ciampolillo – e la caccia grossa che l’ex presidente Conte ne ha fatto lo scorso inverno.

Nella vicenda quirinalizia è da segnalare anche un ddl costituzionale che, modificando gli articoli 85 e 88 della Costituzione, intenderebbe vietare – fatta eccezione per il Presidente in carica – la rieleggibilità del Presidente della Repubblica e abrogare il semestre bianco. Sul ddl in sé e per sé siamo perfettamente d’accordo: infatti, il semestre bianco è un periodo ‘buio’ più che bianco e serve non tanto a bloccare velleità personali di rielezione quanto a scatenare rigurgiti di fazionismo al riparo della impossibilità di scioglimento delle Camere: serve a ingessare il processo democratico; inoltre siamo d’accordo sul divieto di un doppio mandato del Presidente perché, per la sua durata (14 anni) assommerebbe quasi a una ‘restaurazione’ della monarchia sia pure ‘elettiva’ (non a caso, ai tempi di Napolitano, si parlò di ‘re Giorgio’): ovazioni e ‘palco reale’ scaligeri ne sono forse una prova generale? Ma scopo politico immediato del ddl, pur negato dai suoi presentatori, pare fosse quello, ‘machiavellico’, di addolcire la pillola perché il Presidente in carica accettasse la rielezione, il che ha spinto il pur serafico Mattarella a far trapelare irritazione e ferma volontà di non accettare nemmeno l’ipotesi di una sua ri-candidatura.

Ne prendiamo atto con un certo sollievo ma lasciamo ai posteri l’ardua sentenza. Il centro-destra ha, almeno sulla carta, un numero di voti tale da farne un possibile kingmaker e una candidatura, quella di Silvio Berlusconi, che, per quanto autorevole, è la più divisiva e la meno plausibile. Infatti, alcuni acerrimi nemici dell’ex Presidente del consiglio – espulso dal Senato per via giudiziaria in modo assai discutibile – hanno già scatenato una guerra preventiva e c’è da temere che, se venisse eletto, ne farebbero un nuovo ‘Leone’ da abbattere (alcuni dei protagonisti della caccia a Leone sono ancora sulla scena e temibili sebbene screditati).

L’elezione di Berlusconi sarebbe possibile solo se ci fosse un accordo per il mantenimento dell’attuale governo o per l’indizione delle elezioni politiche immediatamente dopo. Tutte ipotesi di difficile realizzazione e l’ultima quasi impossibile perché, se fosse Berlusconi a sciogliere le Camere, subito si griderebbe al ‘golpe’. Una delle possibili candidature è quella di Mario Draghi: tutti ne parlano a mezza bocca e molti, accampando le ragioni più sottili, si prodigano per dissuadere l’attuale Presidente del consiglio dal proporre o accettare la candidatura; qualcuno fa temere addirittura complicazioni formali nel caso di sua elezione: se Draghi andrà al Colle chi incaricherà il suo successore a Palazzo Chigi? Arriveremo a una ‘doppia reggenza’? È una questione molto semplice ma il nostro ‘bizantinismo’ è capace di complicarla e potrebbe dare mille risposte pur di aggiungere legna per fare fumo.

Chi vuole tenere Draghi incollato a Palazzo Chigi sostiene che nessuno, meglio di lui, possa portare a termine la missione che gli è stata assegnata: governare l’epidemia e il PNRR meglio di quanto avessero fatto PD e M5S con il governo Conte 2. Bisogna dire sinceramente però che la ‘beata speranza’ si è finora concretizzata solo nella campagna di vaccinazione e in disposizioni, più o meno utili, come il ‘green pass’ con le sue minacce di raffiche di sospensione dello stipendio (licenziamento?), ma è ancora lontana dal realizzarsi per quanto riguarda il rafforzamento e la riforma dei servizi – sanità, trasporti, scuola – atti a contenere il contagio. Quanto al PNRR, vedremo; ma restano molti dubbi riguardo al fatto che esso non è stato pensato, come forse poteva o doveva essere, per il superamento del dualismo Nord-Sud; riguardo ai provvedimenti sull’amministrazione della giustizia – essenziali ai fini del PNRR – dobbiamo confessare che, anche da questo governo, non ci aspettiamo nulla più dei balbettamenti che abbiamo sentito soprattutto nella materia incandescente del rapporto tra magistratura e politica.

Tra i più risoluti sostenitori della necessità di incollare Draghi a Palazzo Chigi c’è finora stato Enrico Letta; in realtà, egli, con l’argomento della indispensabilità di Draghi, nasconde scopi meno nobili: il primo è quello di non averlo come concorrente sulla strada del Colle; il secondo è di evitare che al Quirinale sieda una personalità troppo indipendente che gli faccia sfuggire di mano il controllo di quell’importante e delicato potere di scioglimento delle Camere che, come s’è visto, non è stato esercitato negli ultimi anni. Pare che ora Letta si sia convertito, a condizione però che, a sostituire Draghi a Palazzo Chigi, venga ancora una volta calato dall’alto un presidente – possibilmente in gonnella quale misura del progressismo italico e pdino – a prescindere da programmi, competenze e consenso del corpo elettorale. La Repubblica deve essere veramente malridotta se, tra gli eletti dal popolo, non dispone di un uomo o una donna (voglio essere ‘politically correct’) capace di governarla! Abbiamo registrato anche la ricomparsa ‘mefistofelica’ di Goffredo Bettini il quale ha pronosticato che, anche se si tenesse Draghi a Palazzo Chigi non eleggendolo al Quirinale, pure ciò non basterebbe ad evitare la caduta del suo governo: il pronostico di Bettini – il quale, il giorno dopo ha ritrattato l’oracolo auspicando invece una lunga vita per l’esecutivo, con o senza Draghi – è una ‘minaccia’ o un ‘augurio’ perché si possa riprendere la sua vecchia strategia e riportare Conte a Palazzo Chigi? A proposito, s’è visto mai il segretario di un partito (Letta) proporre, senza che vi fosse un previo accordo, la candidatura del leader di un altro partito (Conte) per concorrere al seggio di Roma Centro, lasciato libero da un uomo del proprio partito? Conte – gliene diamo merito – ha infatti rifiutato.

Da ultimo, molti commentatori, molto interessati, fanno rilevare che la proroga dello ‘stato d’emergenza’ escluderebbe la possibilità che il Presidente Draghi abbandoni la nave pericolante del governo per trasferirsi al sicuro, sul Colle, e rilancerebbe l’ipotesi della rielezione di Mattarella: beati i paesi democratici capaci di tenere le elezioni in piena guerra! C’è stato pure chi (Giorgetti) ha ipotizzato, e auspicato, che Draghi, dal Quirinale, possa continuare a dirigere la politica del governo almeno in materia di PNRR: insomma una sorta di semi-presidenzialismo surrettizio. Non so se una tale idea sia stata partorita da ingenuità o da calcolo, cioè con lo scopo preciso di affossare la candidatura di Draghi. Infatti un tale sviluppo di fatto, senza una riforma della Costituzione, sarebbe una deviazione dalla costituzione ancora più grave di quella che abbiamo sperimentato con l’intervento del Presidente della Repubblica nella scelta dei ministri e quindi nella linea politica del governo: roba da Statuto Albertino. Per evitare incertezza sui poteri del Presidente della Repubblica e i retaggi del vecchio Statuto, per porre un limite all’interventismo del Presidente nella formazione dei governi (Scalfaro e Napolitano hanno avuto abbastanza inventiva in questo senso), insomma per imporre la separazione dei poteri, gioverebbe una riforma che desse al Parlamento il potere esclusivo di eleggere il Presidente del consiglio.

La nostra speranza, piuttosto tenue, è che il prossimo Presidente della Repubblica sia, più che un ‘patriota’, un ‘einaudiano’ che ci faccia tornare al pieno rispetto della costituzione vigente e ci mandi subito al voto per il ripristino della democrazia dopo i ‘giri di valzer’ che hanno messo in pista tutti i governi succedutisi dal 2011.

Foto Ansa