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Reggio Calabria, in quarantena da un mese per il Covid ma nessuno va a casa per il tampone: “mi sento dimenticata, nessuno mi risponde al telefono e non posso uscire”

quarantena domiciliare e tampone

Altra testimonianza, da Reggio Calabria, di una ragazza bloccata da settimane a casa per il Covid ma dimenticata da tutti: nessuno si è presentato per il tampone domiciliare

A casa da un mese. Da sola. In quarantena dal 7 dicembre, ha scoperto di essere positiva al Covid il 10 e da lì nessuno si è fatto più sentire. “Mi sento dimenticata da tutti”. Lo afferma una ragazza di Reggio Calabria che, ai nostri microfoni, ha deciso di raccontare la sua testimonianza, che è poi quella di tanti in questo periodo. E’ in attesa di sapere il suo stato di salute, dopo praticamente un mese, ma è impossibilitata a effettuare il tampone. A casa l’Asp non riesce ad andare per l’enorme mole di lavoro di questi giorni, ma allo stesso modo le è impedito di uscire di casa perché sprovvista di certificato. “Non capisco chi rimbalza la responsabilità a chi”, afferma la cittadina a StrettoWeb.

Ma andiamo con ordine. Tutto parte dal 7 dicembre. “Scopro che mia sorella è positiva e mi metto in quarantena – racconta – Il 10 risulto anch’io positiva e comincio l’isolamento come da procedura. Ho solo qualche lieve sintomo, un raffreddore e la perdita di gusto e olfatto, ma dura alcuni giorni. Il 24 è il giorno in cui l’Asp sarebbe dovuta venire a casa per il tampone di controllo, ma lì cominciano i problemi. Chiamo al telefono e mando email, ma nessuno risponde. E così mando mio fratello direttamente all’Asp, dove gli spiegano che loro volutamente non rispondono a telefono e email perché non riescono e devono prima gestire l’enorme mole di persone che arriva lì e sta dietro il vetro”.

In tutto ciò, rivela, “il nuovo decreto sul sito della Prefettura spiega che, dopo 10 giorni di isolamento, i vaccinati con terza dose o i doppiamente vaccinati con la seconda entro quattro mesi (io rientro in questa categoria) possono anche attestare la positività con un antigienico rapido. Io lo effettuo e risulto negativa, ma dall’Asp mi dicono invece che serve il molecolare, ma non ho come fare perché non posso uscire, nessuno mi risponde o viene a casa”. E così nel frattempo passano altri due giorni e la ragazza si informa direttamente in un drive-in, tramite la sorella. “Mi hanno autorizzato in via eccezionale a presentarmi lì per il tampone, visto che a casa non sarebbero potuti venire. Mi metto in macchina e vado, era giorno 26. Risulto ancora positiva.

Il calvario continua, per la donna, ma nel frattempo passano anche i canonici 21 giorni secondo cui, con certificato medico, è possibile uscire a effettuare un test anche se positivi. Ma qui l’ennesima beffa: “dall’Asp mi dicono che il certificato medico lo deve presentare il medico curante, ma quest’ultimo invece mi dice che non c’è una legge secondo cui debba farlo lui e che la responsabilità è di Asp e Usca”. E in tutto ciò la donna è ferma, bloccata in casa, dimenticata e arrabbiatissima. “Sono in ritardo di 10 giorni e, nonostante stia provando ad informarmi invano, perché nessuno mi risponde o fa chiarezza sulla situazione, ho paura che davvero si siano dimenticati di me. E io non me la prendo neanche con i poveri dipendenti di strutture pubbliche o private, perché so cosa significa non poter rispondere al telefono per la troppa gente presente, ma mi chiedo se questa è la sanità e se davvero funziona così. Non mi sento speciale, so che tanti altri sono nella mia stessa situazione, ma spero che la mia testimonianza possa far smuovere qualcosa”.