fbpx

Reggio Calabria: delitto Liuzzo, Filippo Zampaglione dovrà essere risarcito

Reggio Calabria: delitto Liuzzo: condannati al risarcimento il ministero dell’economia e della giustizia. Filippo Zampaglione, difeso dall’avv. Michele Miccoli, dovrà essere risarcito

Filippo Zampaglione era stato condannato all’ergastolo unitamente alla propria moglie Liuzzo Filomena, con l’accusa di aver ucciso Liuzzo Giuseppe, padre della consorte e suocero dell’imputato. “La suddetta sentenza tuttavia presentava macroscopici errori per cui l’Avv. Miccoli – scrive in una nota- impugnò dinanzi alla Corte d’Assise d’Appello la decisione profondamente ingiusta. I Giudici di II° assolsero entrambi gli imputati per non aver commesso il fatto. Era il 14 aprile del 2010, quando a Lazzaro venne commesso un efferato omicidio ai danni di Giuseppe Liuzzo. Il corpo senza vita del pensionato fu trovato il giorno dopo dentro la sua casa. Era riverso per terra col cranio fracassato da colpi inferti con una pesante arma contundente mai ritrovata. La scena era raccapricciante agli occhi degli inquirenti intervenuti. La vittima presentava il cranio fracassato in più parti, le costole erano rotte ed il corpo era riverso a terra in una pozza di sangue. Le indagini avviate dai Carabinieri di Lazzaro e Melito Porto Salvo, condotte dal Maresciallo Gambina si appalesarono alquanto empiriche e non precise. Mancava il movente del delitto e gli indizi offerti dall’accusa erano contraddittorie e non reali. L’anziano aveva da poco venduto un terreno, il cui ricavato sarebbe servito a sistemare, dopo la sua morte l’eredità in favore dei figli. I Carabinieri e l’accusa, avevano erroneamente ritenuto che il Sig. Zampaglione e sua moglie Liuzzo Filomena essendo stati penalizzati nella successione ereditaria avessero commesso l’omicidio. Tuttavia la Corte d’Assise d’Appello ha ritenuto priva di ragionevolezza tale ipotesi accusatoria, in quanto alcuni mesi prima la questione era stata pianificata dalla vittima con tutti i figli mediante la distribuzione del ricavato tra tutti i figli. Appariva peraltro illogico che una persona impegnata al telefono per oltre 30 minuti  potesse commettere un omicidio in quel momento o nel giro di qualche secondo abitando a qualche chilometro di distanza e che era erronea ed empirica la teoria formulata dal Maresciallo Gambina, con la quale si sosteneva che essendo lo Zampaglione al telefono ed essendo la telefonata captata dalla cella di Taormina e non di Motta San Giovanni, lo stesso si trovasse in prossimità della Via Marina di Lazzaro per uccidere il Liuzzo. La Corte d’Assise d’Appello, Presidente dott. Muscolo e dott.ssa Campagna a latere, ha rilevato, in accoglimento dei rilievi della difesa che l’orario della morte non era quello indicato in sentenza di primo grado, ma che l’omicidio era avvenuto alle ore 21,30, quando nell’appartamento della vittima si trovava altra persona, mentre Zampaglione sua moglie si trovavano presso la loro abitazione al telefono. La prova fornita dalla difesa in sede di appello ha consentito di evidenziare le enormi lacune istruttorie e l’inesistenza di qualsivoglia prova che potesse portare ad una condanna degli imputati. Ne è conseguita l’assoluzione con formula ampia per non aver commesso il fatto nei confronti di Zampaglione Filippo e Liuzzo Filomena. Tuttavia in primo grado, subito dopo la lettura del dispositivo di condanna, in accoglimento della richiesta del P.M., Zampaglione Filippo e sua moglie erano stati immediatamente arrestati, scontando 371 giorni di reclusione. A seguito del proscioglimento con formula ampia in appello, Zampaglione Filippo ha chiesto la liquidazione di una somma a titolo di riparazione per ingiusta detenzione, evidenziando come la sentenza emessa in primo grado dalla corte d’Assise, non solo era erronea ma affetta da contraddizioni fattuali. Né era ipotizzabile alcun profilo di diolo o colpa a carico degli imputati in quanto dal momento in cui erano venuti a conoscenza della morte del congiunto si erano adoperati per ricostruire i fatti in termini del tutto diversi da quelli prospettati erroneamente dall’accusa. Evidenti omissioni e lacune venivano registrate durante la fase delle indagini e di conseguenza una serie di valutazioni erronee  erano operate dai giudici di prime cure, che avevano condannato e poi  arrestato  Zampaglione Filippo, il quale versava in precarie condizioni di salute, tanto che gli erano stati concessi i domiciliari. La domanda di riparazione ha trovato accoglimento da parte della Procura Generale, che si è rimessa alle valutazioni della Corte d’Appello, il Ministero dell’Economia ha proposto una blanda contestazione richiedendo la verifica delle condizioni di ammissibilità. La Corte d’Appello, nell’accogliere in pieno la domanda di equa riparazione ha rilevato come la pronuncia di condanna di primo grado era portata da scarni elementi probatori delle indagini preliminari. In particolare:

1) l’orario di consumazione del delitto non era da individuarsi erroneamente oltre le 22.30, bensì entro le 21,30 secondo le indicazioni del CTU, che aveva eseguito l’autopsia orario in cui nell’abitazione della vittima vi era altra persona la cui posizione andava valutata con maggiore approfondimento, cosa non fatta

2) all’orario in cui il delitto era stato commesso, Zampaglione non si trovava a casa della vittima

3) gli imputati non si trovavano sul lungomare di Lazzaro diretti verso la casa di Liuzzo Giuseppe.

 La Corte d’Appello ha peraltro evidenziato, al pari della Corte d’Assise d’Appello Giudice di II°, che vi era altra pista alternativa, prontamente indicata da Zampaglione Filippo e che conduceva ad una persona che all’orari della morte di Liuzzo Giuseppe si trovava con lui nell’abitazione e che aveva fornito contraddittorie dichiarazioni. La Corte d’Appello, nell’esaminare siffatte analitiche circostanze ha escluso che Zampaglione e sua moglie Liuzzo Filomena avessero manipolato elementi indiziari a loro carico, in quanto erano spinti piuttosto “dalla determinazione di non rimanere impigliati nel meccanismo giudiziario e comunque di fornite un contributo alla vicenda” Tale circostanza ha indotto la Corte d’Appello a ritenere la condotta di Zampaglione priva da colpa o dolo con riferimento alle accuse formulate e pertanto ha ritenuto che lo stesso vada indennizzato non solo per il periodo di detenzione domiciliare ma perché lo stesso ha trovato difficoltà nel curare le patologie da cui era affetto. La Corte d’Appello ha ritenuto che le condizioni di salute estremamente precarie hanno reso la sua detenzione penosa. A ciò va aggiunto che l’accusa ingiusta di aver ucciso il padre della moglie “ ha inciso in modo altrettanto pesante sulla reputazione di un soggetto abitante in un piccolo centro di provincia, facendolo apparire quale autore di un delitto particolarmente infamante”. La Corte d’Appello ha ritenuto che Zampaglione Filippo sia stato vittima di un errore giudiziario che va indennizzato oltre il mero calcolo aritmetico tabellare , in quanto va integrato secondo i principi di equità rapportati alla situazione concreta del caso, conclude l’Avv. Michele Miccoli.

Michele Miccoli

Avv. Michele Miccoli