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Quirinale: il Paese, impaziente e fiducioso, aspetta

catafalchi e urne voto presidente della repubblica 2022

Le emergenze economiche che ci attendono e stanno incalzando in maniera implacabile

Siamo nel pieno delle manovre per la nomina del Presidente della Repubblica. L’attivismo dei partiti, con interventi a raffica, più o meno succulenti ed il toto nomine, unitamente al costante problema della pandemia, distraggono l’opinione pubblica dalle emergenze economiche che ci attendono e che stanno incalzando, in maniera implacabile.

A questo è da sommare un prevedibile anno di campagna elettorale, che darà un timbro particolare alle iniziative politiche.

Nel guardare nel nostro orticello, e prescindendo, se si può, dalle pericolose tensioni internazionali (leggi Ucraina), non si possono non auspicare interventi immediati per fronteggiare l’alto prezzo dell’energia – che, oggi, equivale ad un maggiore costo per imprese di 35 Miliardi – e l’inflazione galoppante.

Circa la prima emergenza, non si può, con il rischio di apparire blasfemo, rifugiarsi completamente nel credo ambientalistico, anche se ideologicamente corretto, mentre filiere dell’industria manifatturiera rischiano di scomparire, a vantaggio di concorrenti che, come le imprese francesi, possono avvalersi di fonti energetiche meno care, anche per l’utilizzo per le attive centrali nucleari.

Il Governo Draghi, che tante benemerenze ha acquisito, deve muoversi subito con iniziative che non possono essere spostate a dopo le elezioni del Presidente della Repubblica.

L‘inflazione, che forse anche i tedeschi avevano perso di vista, si è portata al 4% facendoci tornare al 1996. Essa, con la crescita dei costi per le famiglie e le imprese, innesca una spirale negativa, con lievitazione degli oneri soprattutto di carattere finanziario. Pensiamo alle conseguenze per un Paese come il nostro, con un debito pubblico pari, oggi, al 153,5% del PIL.

È facile ipotizzare una forte tensione sui mercati, con impennata dello Spread che è già in movimento, superando i 140 punti.

Alle emergenze citate uniamo la realizzazione del PNRR da cui dipende l’osservanza degli obiettivi fissati dal Recovery Plan e, quindi, della possibilità di godere degli enormi capitali, a debito, assegnateci. Più dettagliatamente Antonio Fraschilla (L’Espresso del 16/11/2021 pag. 47) elenca scadenze “che fanno tremare i polsi: a dicembre ci sarà la seconda fase di valutazione di Bruxelles sul reale utilizzo dei fondi prestati dall’Unione europea all’Italia; prima si dovranno avviare almeno 50 riforme, da quella sugli appalti a quella della burocrazia, del fisco, della concorrenza e del Csm; e, ancora prima, cioè già adesso, si dovranno trovare in bilancio dai 10 ai 30 miliardi di euro per ridurre il caro bollette non solo per le famiglie, ma anche per le attività produttive, mentre, secondo Unimpresa, 700 mila aziende sono a rischio insolvenza da qui ai prossimi dodici mesi”.

I punti deboli, da rimuovere per realizzare tale percorso, sono numerosi e li possiamo raccogliere, non nella progettualità, che sembra esserci almeno, sulla carta, ma sulla capacità di spesa, frenata da lacci e lacciuoli, di carattere burocratico, che non è facile sciogliere.

Percorso difficile, ma da cui dipende la capacità di dare una spinta al PIL (rivisto, oggi, al ribasso dalla Banca d’Italia, al 3,5%), stimolando gli investimenti.

Vogliamo lanciare un warning alla classe politica, unitamente ad un appello alla responsabilità, nell’interesse del Paese.

È stato evidenziato che, per il 2022, sono previsti, negli impegni con Bruxelles, 100 condizioni che, se osservate, daranno la possibilità di ricevere 40 Mld tra sussidi e prestiti.

Questo fronte merita una attenzione massima, spingendo il Governo ad agire, senza subire paletti, posti a fini tattici.

La vita democratica prevede, fortunatamente, periodicamente passaggi obbligati, che, poi, sono le elezioni. Da esse possono scaturire cambiamenti rigeneratori. Facciamo che tutto si svolga con questi intendimenti e obiettivi, senza lacerazioni da cui, poi, è difficile riprendersi.

Il Paese chiede troppo?