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Il fastidio di pensare – Il Paese del “particulare”

Diceva Mussolini, in una delle sue tante dichiarazioni private, che anche se non lo avesse voluto sarebbe stato impossibile non diventare padrone in uno Stato di servi. Dichiarazione triste, e poco lusinghiera, ma qualcosa di simile me la diceva mestamente, in fondo alle nostre chiacchierate durante le mie passeggiate adolescenziali Enzo Misefari, un uomo che per non avere accettato di essere servo aveva subito durante il ventennio anni di confino: se a opporsi non fossero stati che una minoranza così esigua, forse la dittatura in Italia non sarebbe durata così a lungo. E dunque gli italiani, durante il fascismo, erano tutti fascisti? No, naturalmente. Una parte modesta, così come una parte modesta gli si opponeva. Il resto, più comodamente, era gente che “teneva famiglia” e si adeguava a quello che Guicciardini chiamava il suo “particulare”. Di oltre mille e duecento professori universitari, per esempio, poco più di una decina si rifiutarono di giurare fedeltà al regime pur di non perdere la cattedra, e anche quelli che si proclamavano i più accessi nemici del regime come Concetto Marchesi, quando vennero chiamati a manifestare il loro assenso, non ebbero esitazioni a dichiarare con braccio alzato che avrebbero formato cittadini “probi al regime fascista”: c’era di mezzo per il proprio “particulare”, non ci si poteva tirare indietro. Churchill osserverà beffardo che nell’anno della disfatta c’erano in Italia novanta milioni di cittadini: quarantacinque milioni di fascisti prima dell’otto settembre, quarantacinque milioni di antifascisti dopo. Erano solo cambiate le convenienze.

Poi venne la libertà, e a essere liberi in un paese libero ci vuol poco, diceva Longanesi; il difficile è mostrarsi liberi quando la libertà scarseggia. Come adesso che in Italia si sono affacciati dei nuovi “migliori” a prendere la guida, e subito, in questa deriva democratica, si fa la gara, tra quelli che contano, a pretendere tra gli intellettuali poteri dittatoriali, o restrizioni alla stampa, e sembrano frasi buttate lì, senza che nessuno si scandalizzi neanche troppo. Adesso ci vuole un tesserino anche per poter lavorare, unico paese nel mondo libero. A parte chi la considera una trovata geniale, una parte esigua, al solito, ha il coraggio di opporsi, e perderà il lavoro. E il resto della popolazione, quella che la considera una intollerabile violazione? Se l’Italia fosse formata da gente libera, come diceva Mussolini, tutto questo non potrebbe andare avanti … ma c’è di mezzo il “particulare”, appunto: la gente non approva, ma abbassa la testa, mugugna, borbotta, bestemmia magari, ma obbedisce. Qualcuno magari, se ha qualche amicizia, il tesserino riesce a farlo falso, sperando di non essere scoperto. Qualche altro, spaventato, abbassa la testa e si augura che tutto finisca presto, ma sa che in Italia a liberarci dalle cose devono essere sempre gli altri. Una cosa è certa: gli idealisti, quelli che hanno il coraggio di opporsi, in questo paese sono sempre confusi con i fessi. In questo paese la politica del “tengo famiglia” è capace di giustificare tutto. I servi devono pur mangiare; ma di solito in tavoli separati dai padroni.