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Il terremoto del 1908 a Scilla: 301 morti, 801 feriti e un ospedale con le tende sulla spiaggia

Terremoto 1908 scilla

Scilla: il terremoto di Lunedì 28 dicembre 1908 non fu un fenomeno isolato, in egual modo al terremoto del 1783, ma il culmine di altri sciami sismici

Il terremoto di Lunedì 28 dicembre 1908 non fu un fenomeno isolato, in egual modo al terremoto del 1783, ma il culmine di altri sciami sismici, molto intensi e caratterizzati da frequenti scosse che durarono molti anni, ancora una volta nella zona tra Scilla e Cariddi, dove si verificò un cataclisma di notevoli proporzioni. La prima scossa tellurica fu sussultoria, la seconda ondulatoria e la terza, la più intensa e rovinosa alle ore 5.20, con moto definito vorticoso dal grande geologo Mario Baratta, registrata e codificata per la prima volta proprio in questo terremoto. Difatti fu proprio questa terza scossa, valutata 7.1 gradi della Scala Richter, avvertita fino a Napoli e Campobasso, a provocare le principali distruzioni a Reggio Calabria e Messina, rase al suolo quasi completamente, con un numero di morti difficilmente accertabile con esattezza, ma certamente una cifra vicina a circa 120.000 unità. Scilla fu uno dei paesi più grandemente provato dal disastro ed anzi si può ben dire che sia stato quasi distrutto. I danni prodotti a Scilla, dalla scossa disastrosa furono enormi, si ebbero 812 feriti e 301 morti, su di una popolazione di circa 7.000 abitanti. Le case crollate secondo i dati registrati, e che dovettero essere in seguito demolite furono 1617, di cui inabitabili 40 e lesionate 160. Le zone più colpite furono quelle della Nucarella, della Timpa e della Sinuria tanto che il suolo si abbassò di 40 cm. Le nove chiese di Scilla e quelle delle frazioni Favazzina, Solano e Melia furono completamente distrutte e talmente danneggiate da non poter essere più adibite al culto. Distrutta la chiesa Matrice che fu poi ricostruita nel 1958 e la chiesa del Rosario di Piazza San Rocco fu abbattuta completamente nel 1910 e non più ricostruita. Rasa al suolo la cappella dell’Addolorata che sorgeva sulla punta Pacì, chiamata la Madonnella o Rotondetta, il grazioso tempietto votivo, ultimato nel 1844. La stazione dall’Ente Ferrovia dello Stato che era stata inaugurata nel 1885 resse bene alle scosse e curiosamente era stata costruita al posto dell’antica chiesa Santa Maria delle Grazie, semidistrutta dopo il terremoto precedente. Ci furono danni lungo il tratto tra Bagnara Calabra e Scilla, in cui saltò la linea ferroviaria isolando per diversi giorni il versante tirrenico. La chiesa di San Rocco subì notevoli danni, successivamente fu prima ribassata e definitivamente ricostruita nel 1990. La Chiesa dello Spirito Santo sebbene leggermente lesionata all’interno, rimase la sola aperta al culto e l’unica a resistere e a rimanere ancora originale. Il Municipio, la Pretura, il Carcere e il Macello furono distrutti o danneggiati talmente da dover essere in seguito demoliti. Il Castello subì anche dei grandi danni, infatti crollarono tutte le costruzioni nella parte superiore dietro la facciata e molte parti pericolanti furono demoliti. I superstiti abitanti del quartiere di San Giorgio, esterrefatti, cercarono riparo nei giardini vicini, quelli di Chianalea trovarono riparo all’Oliveto mentre quelli di Marina Grande lungo la loro spiaggia (nella foto il centro di primo ricovero). Scene di panico e di strazio indicibile rendevano più terrificante quell’alba rigida di pieno inverno. Sulle rovine delle case che avevano ostruito le vie, i feriti grondanti di sangue, venivano fuori a poco a poco dalle macerie, malamente coperti e talvolta addirittura nudi dovettero combattere perfino contro la pioggia e il freddo. L’iniziale smarrimento e intontimento degli scampati, le invocazioni d’aiuto, i continui lamenti, insieme alle grida di disperazione delle persone bloccate dalle macerie o dei sospesi nei ruderi pericolanti, si tramutava via via in angoscia. Ciascuno voleva cercare spasmodicamente i suoi cari, brancolando nel buio, invocando disperatamente a gran voce chi non poteva sentire più e i ritardi a prestare loro soccorso divennero fatali ai più. Ma per fortuna i primi soccorsi a Scilla arrivarono dal mare, furono portati da una nave da guerra inglese al comando dell’Ammiraglio Lord Curzon che in quel momento si trovava al porto di Messina a fare delle esercitazioni.
Enrico Pescatore

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