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Covid, è anche la pandemia della solitudine: il dramma delle Rsa nelle lacrime di nonna, figlia e nipote

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La storia dell’Avvocato Denise Serena Albano e della sua mamma “fragile”, ospite in una RSA, raccontata nel corso del TG di Byoblu, è la dimostrazione di quanto la pandemia del Covid-19 stia annientando la salute psicologica e spirituale, oltre che quella fisica

Gli italiani avvertono sempre di più il peso della solitudine. E’ questo un triste risvolto della pandemia, di cui spesso purtroppo non se ne parla con la dovuta attenzione. Perché se da un lato, infatti, la possibilità di guarire dalla malattia del Covid-19 diminuisce con l’aumentare dell’età, dall’altro queste nuove abitudini a cui ci siamo abituati stanno ovviamente allontanando il contatto e la vicinanza, proprio dal punto di vista fisico. Oltre che sul piano sanitario, siamo di fronte alla pandemia della tristezza e della solitudine, a cui sono costretti soprattutto i nostri malati e i nostri anziani. Il momento storico in cui viviamo sta annientando la salute psicologica e spirituale di tutte le generazioni, ma in particolare quella dei nostri nonni. La storia dell’Avvocato Denise Serena Albano e della sua mamma “fragile”, raccontata nel corso del TG di Byoblu, è la dimostrazione di quanto sin qui affermato.

L’immagine di una donna in RSA che piange dietro un cancello automatico: le è stato precluso di uscire dalla struttura perché non ha completato il ciclo vaccinale; una donna fragile nel fisico, ed ora anche nella mente, che si dispera guardando la figlia e la piccola nipote, anch’esse in lacrime, a cui non può unirsi per pranzare insieme durante il periodo del Natale, quello per tradizione unisce e non allontana. Sono immagini forti, che fanno riflettere, che non lasciano indifferenti. La depressione è un male dei nostri giorni silente ed inesorabile; la tristezza e la solitudine sono tumori dell’anima per cui non esiste alcuna terapia. Viene da domandarsi se sia davvero corretto abbandonare così i nostri parenti più “fragili”, precludendo loro la vita familiare, una carezza, l’affetto di un congiunto. Vale la pena chiedersi se davvero valga la pena ferire in modo così profondo la psiche di una persona. Vale la pena chiedersi se davvero sia necessario impedire ai nostri anziani di creare nuovi e teneri ricordi, semplicemente di vivere poche ore di coccole e attenzioni da parte di un figlio o di un nipote. Vale la pena chiedersi se davvero questa reclusione a “norme di legge” imposta dallo Stato valga più della libertà di poter abbracciare un genitore o un nonno.