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Perché a Messina si dice: “l’aceddu ‘nta jaggia o canta pi invidia o canta pi raggia”? Le maldicenze di un canarino

Uccello in gabbia Foto di Diego Azubel / Ansa

“L’aceddu ‘nta jaggia o canta pi invidia o canta pi raggia”, il significato del tipico detto messinese che ha in un “innocuo” canarino la metafora delle maldicenze altrui

Da sempre gli animali vengono usati come metafora per spiegare il comportamento dell’uomo. Dalle favole di Esopo alla “Fattoria degli Animali” di Orwell, passando per i cartoni della Disney fino ad arrivare alle espressioni della lingua parlata “testardo come un mulo” oppure “furbo come una volpe”. A proposito di espressioni verbali, capita spesso che nelle forme dialettali dell’italiano gli animali siano protagonisti di detti e proverbi nei quali si sostituiscono all’uomo assumendone tratti positivi e negativi. Un particolare proverbio della lingua messinese ha come protagonista un innocuo canarino, con accezione negativa.

L’aceddu ‘nta jaggia o canta pi invidia o canta pi raggia”, tradotto in italiano “L’uccello rinchiuso in gabbia canta a causa dell’invidia oppure per la rabbia”. Il significato è facilmente intuibile. L’uccellino in questo caso è metafora di chiunque si ritrovi a parlar male di un’altra persona: come il canarino che canta nella sua gabbietta, ovvero in una situazione di insofferenza (non è libero), anche chi parla male delle altre persone lo fa poiché prova del disagio derivante o dall’invidia verso il prossimo o dalla frustrazione. Spesso, dunque, il pettegolezzo è indice di un problema legato maggiormente alla persona che lo fa circolare, più che alla persona che ne è soggetta.