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Il diritto della destra e il ritorno del bipolarismo: a chi fa paura Giorgia Meloni?

meloni provenzano conte

Gli attacchi della sinistra a Giorgia Meloni e l’identità democratica di Fratelli d’Italia: bentornato, bipolarismo!

Giorgia Meloni ha già vinto lo “Gnù d’oro” della politica sulle pagine di StrettoWeb, in cui più volte negli ultimi anni abbiamo evidenziato le sue scelte politiche contraddittorie e autolesioniste, rimproverandole l’incapacità di una visione strategica di lungo periodo ed evidenziando una serie di limiti nella sua leadership di Fratelli d’Italia. La distanza di vedute, però, non può renderci ciechi di fronte alle gravissime violenze a cui il partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia, viene sottoposto negli ultimi giorni dal mondo della sinistra, dopo l’attacco fascista di Forza Nuova alla sede della Cgil da cui la stessa Meloni ha immediatamente preso le distanze.

Il vice segretario del Partito Democratico, Giuseppe Provenzano, ha arbitrariamente posto Fratelli d’Italia “inevitabilmente fuori dall’arco democratico e repubblicano“, al punto che ieri persino il capo del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha replicato al suo alleato che “Fratelli d’Italia partecipa alla dialettica politica, è una forza che ha rappresentanza in Parlamento ed è assolutamente all’interno dell’arco democratico e costituzionale“. E grazie. Ci mancherebbe pure. Chi sono Conte e Provenzano per dire chi fa parte dell’arco democratico e chi no? Quale partito e movimento si può sciogliere e chi no? Chi ha diritto a presentarsi alle elezioni e chi no?

Tra l’altro sia Provenzano che Conte parlano di “arco costituzionale” evidentemente ignorando anche di che si tratta: era, infatti, un’espressione utilizzata negli anni ’60 e ’70 per indicare i partiti politici che avevano approvato la Costituzione Repubblicana del 1948, e cioè la Democrazia Cristiana, il Partito Comunista, il Partito Socialista, il Partito Liberale e il Partito Repubblicano. Oggi nessuno di quei partiti esiste più. Non è nell’arco costituzionale il Pd, non lo è Forza Italia, non lo è la Lega, non lo è tantomeno il Movimento 5 Stelle, tutti partiti e movimenti nati in tempi molto più recenti rispetto all’approvazione della Costituzione e con identità, valori e idee molto distanti dai cinque grandi partiti dei padri costituenti.

Ancora una volta, Fratelli d’Italia s’è dimostrata debole e assoggettata ad una sinistra che si sente in diritto di dover indicare cosa dire e cosa fare persino ai propri avversari politici, consentendo a tizio e caio di discutere se il partito di Giorgia Meloni possa essere accettato o meno come se fosse normale metterlo in discussione. Ancor più grave se ciò accade proprio da parte di chi è andato a braccetto con le più grandi manifestazioni di violenza degli ultimi anni, dai Black Bloc ai centri sociali, dai No-Tav ai Black Lives Matter, dagli antagonisti agli anarchici fino al “Vaffa Day” di grillina memoria.

A tal proposito è doveroso ricordare che Giorgia Meloni ha una storia e un curriculum istituzionale che possono anche essere contestati nel merito dei contenuti dell’attività politica ma non la espongono in alcun caso ad equivoci antidemocratici: è stato il più giovane ministro della storia d’Italia quando Berlusconi l’ha nominata titolare del dicastero per la Gioventù nel 2008. Aveva soltanto 31 anni e arrivava dal mondo della militanza politica giovanile, dove era stata la prima donna Presidente di Azione Giovani, Azione Studentesca e Giovane Italia, i movimenti giovanili di Alleanza Nazionale. E’ “figlia” della politica di Gianfranco Fini, che ha definito il fascismo “male assoluto” e negli ormai lontanissimi anni ’90 ha trasformato una destra nostalgica del regime in una moderna destra di governo. La stessa Meloni ha in più occasioni definito il fascismo “male assoluto“, prendendo le distanze dal mondo neofascista di Forza Nuova che proprio alla destra democratica e repubblicana ha fatto enormi danni. I (pochi, per fortuna) neofascisti considerano Meloni e tutti gli altri esponenti della destra democratica un gruppo di “traditori“, al punto che hanno occupato la storica sede del Giornale d’Italia di Storace e si sono costituiti parte civile in un processo contro lo stesso Storace.

Fratelli d’Italia, inoltre, governa oggi gran parte delle Regioni d’Italia tra cui tutte le più importanti e produttive; ha molti Sindaci di grandi città e dallo scorso autunno Giorgia Meloni è stata eletta addirittura presidente del Partito dei conservatori e riformisti europei (Ecr). Si tratta di un incarico prestigioso e autorevole, perchè il partito dei conservatori e riformisti europei è il contenitore della destra internazionale più apprezzata e democratica, strettamente legata ai Repubblicani USA e al Likud israeliano. Giorgia Meloni non è soltanto l’unica donna leader di un partito italiano (FdI) e di un partito europeo (Ecr), ma è anche il primo esponente politico italiano a guidare un partito europeo. Mai nessun italiano, di destra o di sinistra, uomo o donna, ha avuto un incarico politico così importante a livello internazionale.

Schietta, diretta, forse anche troppo per essere un politico a cui viene richiesta molta diplomazia, Giorgia Meloni parla in modo fluente inglese, francese e spagnolo e secondo gli ultimi sondaggi è alla guida del primo partito d’Italia, da quando ha superato la Lega con più del 20% dei consensi. Una crescita confermata alle ultime elezioni amministrative, certamente anche grazie al fatto di ritrovarsi all’opposizione del Governo raccogliendo così il consenso di chi non condivide le scelte dell’esecutivo.

Agli avversari politici di Giorgia Meloni, quindi, non resta che prendere atto della sua esistenza e, più in generale, del fatto che in democrazia esiste ed esisterà sempre un avversario alternativo al pensiero unico che il mondo radical chic vorrebbe imporre all’intera popolazione. Oggi, ad esempio, assistiamo ad una pietosa riabilitazione di Berlusconi che, un po’ per le sue posizioni moderate all’interno della coalizione di centrodestra, un po’ per la marginalità in cui l’hanno relegato i suoi connotati anagrafici, ma soprattutto perchè è diventato ormai politicamente insignificante e quindi innocuo, viene utilizzato dal mondo della sinistra per esprimere un apparente contrappeso agli avversari che fanno più paura per il consenso (Meloni e Salvini, appunto). Ma lo stesso Berlusconi di oggi veniva dipinto come un pericoloso fascista poco più di dieci anni fa, etichettato come un criminale, amico della mafia, sdoganatore del fascismo e altre corbellerie utili soltanto alla propaganda volta a combatterlo. Aveva il 35% dei consensi e vinceva le elezioni, per questo andava delegittimato. Oggi ha il 7% ed è quindi il miglior amico della sinistra soltanto perchè è perdente e non fa paura, a differenza di Meloni e Salvini che hanno la concreta possibilità di vincere le elezioni e quindi meritano lo stesso trattamento rivolto al Cavaliere poco più di dieci anni fa.

Il fascismo, per fortuna, è un mostro lontano un secolo e non rappresenta un pericolo per la nostra democratica società, come ha ribadito poche ore fa il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. E il merito di Berlusconi e Fini è stato proprio quello di trasformare una destra ancora ambigua, che già con Almirante aveva iniziato un percorso diverso dal postfascismo, in una moderna, democratica e repubblicana destra di Governo. Una destra che ha governato l’Italia per 8 anni nel 2001-2006 e poi 2008-2011, che ha governato e tuttora governa le principali regioni e città d’Italia. Potrà ovviamente aver fatto sbagli ed errori come tutti gli altri ma certamente non ha imposto lo squadrismo, aperto campi di concentramento o vietato la libertà di pensiero, parola e manifestazione.

Non deve piacere per forza ed è giusto che ci si scontri sui contenuti, ma la destra c’è, esiste e ha anche un importante consenso. Per sconfiggerla bisogna sfidarla sui temi, entrare nel merito degli argomenti e portare avanti idee alternative. Perchè la propaganda di partito ormai non inganna più nessuno.

Dopo la triste parabola del Movimento 5 Stelle, assistiamo ad un ritorno del bipolarismo: la politica torna a dividersi tra destra e sinistra e questo non può che essere un bene dopo il fallimento del più drammatico progetto post ideologico di “uno vale uno“. E che si scontrino sui temi, destra e sinistra. Sull’economia, sull’Europa, sull’energia, sul futuro. Di problemi seri ne abbiamo già tanti e il fascismo è nell’agenda soltanto di chi ha bisogno di buttare la palla in calcio d’angolo…