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“Il Buco”, il film sull’esplorazione dell’Abisso del Bifurto, una scommessa culturale vinta dalla Calabria

L’impresa raccontata dal film “Il Buco” non è solo quella dell’esplorazione dell’Abisso del Bifurto del 1961, ma anche quella del territorio che ha creduto nel progetto come volano di rilancio del patrimonio naturalistico e storico della zona

Premio speciale della giuria di Venezia 78’ è stato il film “Il Buco” di Michelangelo Frammartino che racconta una storia tutta calabrese: quella dell’esplorazione dell’Abisso del Bifurto in Calabria, avvenuta nel 1961, quando un gruppo di giovani del Gruppo Speleologico Piemontese decisero di esplorare la grotta svelando come con i suoi 683 si rivelava come una delle più profonde del mondo.
L’impresa però è anche quella del sostegno che si è mosso intorno all’operazione cinematografica, che ha creduto nel progetto come volano di rilancio del territorio e del suo inestimabile patrimonio storico e naturale.

“Il Buco”, un racconto di luce e ombra

Mentre tutto il mondo guardava alla conquista dello Spazio, e da poco era stata ultimata la costruzione avveniristica del grattacielo Pirelli a Milano (ammirata dagli abitanti del sud riuniti davanti allo schermo dell’unico televisore del paese), l’esplorazione della terra veniva posta in secondo piano, ma un’avventura straordinaria stava per essere vissuta da un gruppo di speleologi.

Frammartino contrappone a quel movimento verticale verso l’alto, l’ambizione di esplorare il basso attraverso l’impresa compiuta nel 1961 da un gruppo di giovani del Gruppo Speleologico Piemontese. Il gruppo ha ormai esplorato tutte le cavità del Nord Italia e il Sud appare un territorio vergine in cui cimentarsi alla scoperta e nell’indagine di grotte ancora sconosciute all’uomo.

Così si addentrano nell’Abisso del Bifurto, un buco, appunto, di 683 metri di profondità scoperto l’anno prima nel Parco del Pollino. Il gruppo si provò nell’impresa senza possedere mappe che prevedessero nulla oltre la superficie di quei luoghi e solo grazie ai pastori del posto insostituibili guide per gli speleologi, fu completata con successo.

La discesa nel buco richiese grande coraggio e l’abbandono della rassicurante luce terrestre con la natura che si rivela secondo i suoi ritmi e i suoi suoni. Le riprese di Frammartino mostrano allo spettatore ogni particolare della caverna e il Dolby Atmos, con il suo suono realistico restituisce ogni respiro dei protagonisti, conquista l’attenzione del pubblico che si trova immerso completamente nell’impresa.

Ma anche il mondo esterno con la sua luce viene raccontato, attraverso il volto della natura rurale del territorio di Cerchiara, Alessandria del Carretto, San Lorenzo Bellizzi e altri borghi circondati da una natura che entra in stretta relazione con i suoi abitanti.
Sebbene la famiglia di Frammartino sia originaria della Calabria, essenziale è stata la collaborazione dell’aiuto regista Angelo Urbano, originario di Albidona, che ha contribuito a restituire un quadro di particolare autenticità e intensità del territorio.

Il film si conclude con un quadro peculiare, il mondo non viene inghiottito dal buio del buco ma dal bianco della nebbia che si diffonde in superficie.

La scoperta e la spedizione del 1961

La prima spedizione dell’Abisso del Bifurto venne effettuata l’estate del 1960, quando il Gruppo Speleologico Piemontese riuscì a raggiungere i 440 metri di profondità.
Ma fu solamente l’anno successivo che l’impresa divenne molto più complessa e rischiosa e per questo anche più stimolante.

Fu solo allora che furono raggiunti i 683 metri di profondità e al termine dell’avventura il bollettino recitava: “Abbiamo condotto a termine durante la nostra permanenza a Cerchiara di Calabria, ove quest’anno il Gruppo Speleologico Piemontese ha tenuto il campo estivo, l’esplorazione dell’abisso di Bifurto, che dopo quasi due settimane di fatiche ci ha premiati con la soddisfazione di aver raggiunto la profondità di 683 metri, una delle maggiori del mondo”.

L’Abisso del Bifurto, il suo territorio e il contributo al film

L’esplorazione narrata nel film si svolge nei luoghi in cui si trova l’Abisso del Bifurto, il territorio di Cerchiara Calabra sul versante est del Pollino.
Si tratta di un’area ricca di grotte che nel corso dei secoli ospitarono le dimore delle popolazioni indigene, quelle dei monaci italo-greci provenienti dal mondo bizantino del IX secolo d.C., così come i nascondigli dei briganti e i ripari dei pastori.

L’Abisso anche detto “Fossa del Lupo” è costituito da un profondissimo inghiottitoio verticale che scende per 683 metri ed è uno degli esempi più chiari del lavorio carsico sulle pendici del Pollino, trovandosi proprio in un territorio conosciuto per essere ricco di grotte di origine carsica.
Si tratta della quarantesima grotta più profonda del mondo e una delle più profonde d’Europa, inoltre, è considerata una delle più impegnative dell’intero Mezzogiorno.

Il carsismo è un processo di corrosione chimica della roccia calcarea che dà origine ad alcune tra le più comuni forme carsiche: cioè le grotte, che possono essere profondissime e costituiscono uno degli aspetti più spettacolari del carsismo.

L’Abisso si colloca all’interno del Parco Comunale archeologico-speleologico della Cessuta che ricade sul versante orientale del Monte Sellaro (alto 1439 metri) e offre itinerari di grande impatto che si svolgono sino alla cima del monte. Si possono ammirare nella natura del luogo esemplari di cerri e lecci, farnetto, conifere e la fioritura della superba Peonia maschio (Paeonia mascula ssp. Russoi), una rara pianta del Pollino, che impreziosisce ulteriormente la natura straordinaria del luogo.

Il valore storico-archeologico della zona è dato, invece, dalle grotte eremitiche del Monte Sellaro che ospita il Santuario di Santa Maria delle Armi (armon è un termine che dal greco si traduce con “delle grotte”, “degli anfratti”), un complesso monumentale medievali del X secolo che si fonda su un precedente sito monastico bizantino e affaccia sulla Piana di Sibari e il Golfo di Taranto.

Oggi gli abitanti di San Lorenzo Bellizzi vedono rinnovare il valore del proprio territorio grazie alla grande platea raggiunta attraverso la prestigiosa cornice della Mostra del Cinema di Venezia 2021.
Il borgo montanaro ha patrocinato l’opera di Frammartino e sostenuto fattivamente gli sforzi della macchina cinematografica sposandone il progetto in ogni sua sfaccettatura; arrivando anche a concedere la sala consiliare come ufficio per la produzione e varie strutture comunali a supporto delle operazioni di sartoria, scenografia e alloggio per gli speleologi.

Anche gli abitanti del borgo hanno partecipato come comparse alle riprese e il sincero impegno profuso dall’amministrazione comunale e dai singoli si è tradotto in un riconoscimento internazionale che dice a chiare lettere come la nostra regione possa essere il luogo dove l’arte, in tutte le sue sfaccettature, può trovare una casa e un’ispirazione.