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Pensioni: 25 anni di calcolo contributivo

Pensioni: sono ormai oltre 25 anni che vige in Italia in ambito previdenziale il sistema contributivo

Sono ormai oltre 25 anni che vige in Italia in ambito previdenziale il sistema contributivo. Il Governo Dini, infatti, nel lontano 1995 per fronteggiare l’aumento del costo previdenziale in Italia fece approvare una legge che avrebbe dal 1 gennaio 1996 stravolto al ribasso l’entità dell’assegno pensionistico. In un solo giorno dal 31/12/1995 al 1/1/1996 i futuri pensionati si ritrovarono in un buco nero che avrebbe causato negli anni successivi dei danni devastanti e di cui quasi nessuno all’epoca si rese conto.

Per onore del vero bisogna dire che fu anche deciso che chi avesse alla data del 31/12/1995 almeno 18 anni di contributi effettivi avrebbe continuato ad avere il sistema retributivo, beneficio poi annullato del tutto con la famigerata legge Fornero a partire dal 1/1/2012.  Coloro i quali, invece, avessero avuto alla data del 31/12/1995 meno di 18 anni di contributi effettivi avrebbero avuto fino al 31 dicembre 1995 l’assegno calcolato col sistema retributivo e dal 1/1/1996 il calcolo sarebbe stato  contributivo.  Tale situazione ibrida fu denominata “sistema misto”.”

Questa scellerata operazione per i pensionandi presa dall’ex Direttore Generale della Banca d’Italia ed ex Ministro del Tesoro (ed in quell’occasione non avevamo ancora l’Europa tiranna) sul momento non fece assolutamente notizia dal momento che quasi nessuno dei cittadini italiani si rese conto esattamente del danno enorme che avrebbe avuto con quella decisione presa da un Governo “tecnico”.

Negli anni successivi, progressivamente, si cominciarono ad avere le prime conseguenze negative che avrebbero portato dopo 25 anni  effetti devastanti. Ormai ogni anno che passa fa sì che l’importo medio delle pensioni scenda di circa 50 € al mese. Nell’anno 2018 l’importo medio era di 1.330 € al mese, nel 2019 di 1.299 € al mese, nel 2020 di 1.240 € al mese  Continuando di questo passo non ci vuole Einstein per capire che in 4/5 anni l’assegno medio scenderà ben sotto i 1.000 € al mese. E tra 10 anni sarà ben sotto gli 800 € al mese. Calcoli effettuati da autorevoli istituti di statistica tendono a rappresentare una situazione che tra 25 anni porterà l’assegno medio intorno alle 600 € al mese. Se non si interverrà immediatamente potremo tranquillamente affermare che i pensionati nel giro di qualche anno saranno i nuovi poveri di domani.

Ma questo importantissimo aspetto alla classe politica interessa ben poco. Spostando l’attenzione solo ed unicamente sul “quando andare in pensione” fanno passare in secondo piano “con che retribuzione andare in pensione”. E’ assolutamente sacrosanto che il dibattito e le richieste dei sindacati siano di abbreviare l’età di accesso al pensionamento ma nessuno o quasi che punti il dito sul calcolo dell’assegno contributivo.

Gli stessi istituti di Opzione Donna, dove le donne pur di uscire del mondo del lavoro devono sottostare alla totalità di calcolo conteggiato col sistema contributivo, al riguardo ricordo colleghe sull’orlo di una crisi di nervi quando dopo 35 anni di contributi versati si sono ritrovate pensioni sotto le 800 € al mese, e l’Ape sociale sono molto penalizzanti. Purtroppo, con poca lungimiranza, negli anni passati si è sempre guardato troppo ai requisiti per l’accesso al pensionamento piuttosto che all’assegno che si sarebbe percepito al momento della pensione.

Quindi, ora, è assolutamente necessario cambiare passo. Stabilendo un aumento dei coefficienti di trasformazione per aumentare il montante contributivo ma, mi spingo anche oltre, ripristinare nel calcolo dell’assegno una quota del 30% dell’ultima retribuzione. Inoltre, effettuare un dimezzamento delle addizionali regionali e comunali per i redditi fino 40.000 € nonché attuare l’indicizzazione piena al 100% delle pensioni agganciate all’inflazione reale.

Sono necessità che bisogna inserire nel pacchetto previdenziale da presentare al Governo altrimenti ci ritroveremo in poco più di un decennio un esercito di 16.000.000 di nuovi poveri che incideranno molto pesantemente sulla tenuta del fragile sistema sociale italiano.