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Omicidio Vanessa Zappalà: i Gps per spiarla e gli insulti di fronte al padre, così Tony Sciuto le rendeva la vita impossibile

antonio sciuto impiccato dopo omicidio vanessa zappalà

Il padre di Vanessa Zappalà racconta il periodo di grande terrore vissuto dalla 26enne, prima che la notte del 22 agosto avvenisse l’uccisione per mano dell’ex fidanzato

Una vicenda straziante alle pendici dell’Etna, tra i faraglioni di Aci Trezza “non torna più nostra figlia…”. E’ questo il grido di disperazione del padre di Vanessa Zappalà, uccisa a colpi di pistola dal suo ex fidanzato. “S’impicco? Ora ‘u Signuri c’avi a pinsari”, è il commento della madre alla notizia del suicidio di Antonio Sciuto. Una famiglia distrutta e si percepisce dall’intervista rilasciata dal padre ai microfoni del Corriere della Sera. Le mani da gran lavoratore, il cuore grande anche con quell’uomo che non gli piaceva, ma che per rendere felice sua figlia l’anno scorso accolse in casa. Una convivenza culminata in litigi continui, e da questi litigi bisogna partire per capire come si è arrivati alla doppia tragedia finale, nonostante le denunce di stalking, i pedinamenti e gli arresti domiciliari.

Seguiva e spiava sua figlia Vanessa?
“Quando dopo botte e parolacce mia figlia l’ha mollato, quando io gli ho tolto le chiavi di casa, ha cominciato ad appostarsi per ore sotto le finestre o davanti al panificio dove Vanessa lavorava”.

Per questo lo avete denunciato?
“Dopo la frattura di dicembre, dopo un inverno passato da Vanessa prigioniera in casa per paura di incontrarlo, dopo mille minacce, abbiamo dovuto mettere nero su bianco. Perché abbiamo scoperto che con un duplicato delle chiavi la sera si intrufolava nel sottotetto di casa mia, una sorta di ripostiglio, e dalla canna del camino ascoltava le nostre chiacchiere. S’è difeso Balbettando: “Mi hanno detto che tua figlia ha un altro”. Lei non ha nessuno, ma tu non sei il suo fidanzato. “Tua figlia è menomata”. L’ho cacciato, ma aveva il piano B”.

Ha continuato a controllarvi?
“Con una diavoleria elettronica. Con dei Gps, delle scatolette nere piazzate sotto la macchina di Vanessa e sotto la mia. Come hanno scoperto i carabinieri quando finalmente, chiamati da mia figlia, lo hanno arrestato. Il maresciallo dei Carabinieri , un sant’uomo, dà il suo cellulare a mia figlia: “Chiamami in ogni momento, notte e giorno, se c’è bisogno”. Un padre di famiglia. Prontissimi sempre tutti i carabinieri, ma forse dovevamo fare noi tutti di più, anche protestando per le leggi balorde di questo Paese, per la disattenzione finale…”.

Che cosa non ha funzionato, secondo lei?
“Trovano un pazzo di catena che spia dal camino o con i Gps, un violento che picchiava la ragazza, sempre coperta da foulard e mascariata di fard, e che fanno? Dopo una notte in caserma, il 7 giugno, un martedì, e una di interrogatorio, arriva il giudice e lo manda a casa con gli “arresti domiciliari”. Inutili. Perché tre giorni dopo, il sabato, era il 13 giugno, ce lo ritroviamo tra i piedi, ma con un provvedimento altrettanto inutile: l’obbligo di non avvicinarsi a mia figlia per 200 metri. È questa l’Italia che vogliamo? Davvero pensano che da 200 metri non si possa fare male? Oppure che un pazzo come questo non possa armarsi e sparare da tre metri? Se lo consideravano malato dovevano rinchiuderlo in una comunità e curarlo. Non lasciarlo praticamente libero di fare tutto”.

Da metà giugno le minacce si erano affievolite…
“Per due mesi non lo abbiamo più visto. Ma 15 giorni di pace c’erano stati anche mentre si appollaiava nel sottotetto. Si sarà placato, speravo. E forse nelle ultime settimane lo ha sperato anche Vanessa che, fino a prima di Ferragosto, continuava a vivere da reclusa, con il terrore di incrociarlo. Com’è poi accaduto in questa notte che resterà l’incubo anche per i figli dell’assassino”.

Aveva figli?
“Un maschietto di 10 anni e una bimba di 5. Dal primo matrimonio. E mia figlia che l’anno scorso li faceva giocare, comprando loro regalini, quando non aveva capito di avere a che fare con un pazzo…”.