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Reggio Calabria: incontro da remoto con il Circolo Culturale “L’Agorà” sulla Rivolta del 1970

“La politica industriale in Calabria dal dopoguerra ai moti di Reggio del 1970”, settimo appuntamento sulla Rivolta

La Rivolta di Reggio Calabria, esplosa tra l’estate del 1970 e il febbraio successivo ed innescata dalla rivendicazione del capoluogo regionale, aveva ulteriormente marcato la geografica economica calabrese, creando, così di fatto, un ulteriore divario tra le tre Città della regione. Le motivazioni di quella reazione a catena, andavano oltre quelle inerenti all’eventuale titolo di capoluogo di Regione, già di fatto assegnatogli dalla storia, ma ad un concreto risvolto economico e politico, derivante dall’assegnazione del capoluogo e con i relativi benefici economici derivanti da nuovi posti di lavoro pubblici ed altre attività connesse. Occorre, a tal proposito, per avere una visuale più ampia, risulta necessario far scorrere le lancette indietro del tempo, quando, nel 1939, il Piano del lavoro redatto da Giuseppe Di Vittorio che prevedeva attività concrete per il Sud, venne bocciato da Palmiro Togliatti, che lo considerò un residuo del vecchio meridionalismo. Nel Novecento del secolo scorso l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale, ente pubblico economico italiano con funzioni di politica industriale, istituito nel 1933) inserì nelle proprie linee programmatiche il rilancio relativo all’impiantistica industriale nel Mezzogiorno, ma gli effetti devastanti del secondo conflitto mondiale ne condizionarono i propositi. La tragedia della Grande Guerra segnò maggiormente il divario industriale italiano e la tassazione sui terreni agricoli penalizzò ancora una volta la parte meridionale della Penisola italiana e la Calabria in particolare. La Calabria dopo la ratifica dell’armistizio di Cassibile (8 settembre 1943) era un territorio da ricostruire ex-novo, così come menzionato nel saggio di Gaetano Cingari “Storia della Calabria” dove viene riportato che un cronista del quotidiano londinese «Times» al seguito delle truppe britanniche identificò il territorio, per le gravi carenze e lo stato di totale abbandono, come «terra di nessuno», visto lo stato antiquato del settore agricolo, industria carente, situazione sanitaria tragica, infrastrutture civili ed assetti viari inadeguati. Nel secondo dopoguerra le scelte di investimento delle somme stanziate dal governo americano furono punitive nei confronti del Sud, poiché si preferì utilizzarle per consolidare la lira, piuttosto che per avviare iniziative ritenute antieconomiche. Le condizioni economiche della Calabria, agli inizi degli anni 50 erano caratterizzate da una contrassegnata arretratezza, bassi livelli di reddito, disoccupazione e miseria, anche rispetto le altre regioni meridionali. Un’altra boccata d’ossigeno venne da un provvedimento straordinario per la Calabria, la Legge n.1177 del 26 novembre del 1955, un piano organico di opere straordinarie per la sistemazione idraulico forestale, per la sistemazione dei corsi d’acqua e dei bacini montani, per la stabilità delle pendici, e per la bonifica montana e valliva.

Ai movimenti dei terreni vanno collegate anche le alluvioni, favorite dalla intensità delle piogge invernali, dalla natura impermeabile dei terreni, dai disboscamenti secolari, intensificatisi soprattutto durante l’ultima guerra e il dopoguerra, per avere un primo quadro degli elementi che rendono peculiare la situazione della Calabria. L’agricoltura è l’attività economica di gran lunga preminente nella regione: secondo il censimento del 1951 il 63,3% della popolazione attiva è dedito all’agricoltura che propone i caratteri tipici delle aree arretrate, dovuto sia alle condizioni del suolo ed alla insufficienza non adeguata azione di investimenti pubblici e privati per migliorare le condizioni della produzione. Le azioni statali per risollevare tale forte disagio sociale, furono attuate nel 1959, grazie all’avviamento di una riforma agraria e di seguito venne istituita con la Legge. n. 646 la Cassa per il Mezzogiorno, successivamente, dopo i Trattati di Roma e gli interventi da questi riservati alle aree svantaggiate, si ebbe un lieve aumento del Pil al Sud, anche se le realtà imprenditoriali operanti sul territorio riuscivano a servire solo il mercato locale. Altri interventi statali si registrarono in Calabria, in modo diretto, attraverso le partecipazioni statali, nei settori moderni: metalmeccanica, siderurgia e chimica. nascono le “o.me.ca.” a Reggio Calabria e la “Nuovo Pignone – Industrie Meccaniche e Fonderia Spa” a Vibo Valentia. I “fatti di Reggio” del ’70 sono una lente d’ingrandimento a riguardo quello forte status di disagio sociale, accentuato dalle scelte “romane” a riguardo la nuova localizzazione del titolo di capoluogo di Regione, già di fatto assegnatogli dalla storia, ma ad un concreto risvolto economico e politico, derivante dall’assegnazione del capoluogo e con i relativi benefici economici derivanti da nuovi posti di lavoro pubblici ed altre attività connesse. A seguito della Rivolta di Reggio Calabria, il Governo vara un ambizioso programma di investimenti per la Calabria come “misura compensativa” rispetto alla mancata assegnazione della sede del capoluogo a Reggio, varando un grandioso programma di investimenti per la Calabria. Si tratta del “pacchetto Colombo” – dal nome del Presidente del Consiglio del tempo, Emilio Colombo – che prevedeva circa 1.700 miliardi delle vecchie lire del tempo per investimenti industriali nei settori chimico, tessile e siderurgico (più 300 miliardi per le infrastrutture) e una ricaduta occupazionale di circa 20 mila addetti. Tra gli investimenti previsti vi erano: il V centro siderurgico; gli impianti “Uniliq” e “Liquichimica” della Liquilgas (entrambi nella provincia di Reggio Calabria); La “Chimica derivata” della SIR da localizzare a S.Eufemia d’Aspromonte; dalle piccole e medie imprese (Efim e private) sparse sul territorio calabrese; un impianto “Insud elettromeccanica” (Villa San Giovanni). Nonostante la cospicua dotazione finanziaria gran parte degli investimenti programmati, come il V centro siderurgico di Gioia Tauro – per il quale erano destinati 1.300 miliardi di vecchie lire, con un occupazione prevista di 7.500 unità – non vedranno mai la luce; altri come lo stabilimento della Liquichimica di Saline Joniche, pur realizzati non entreranno mai in funzione. La ricaduta occupazionale effettiva del “pacchetto Colombo” è modesta rispetto alle previsioni: circa 3500 addetti; gran parte dei quali, dopo breve tempo, entra in cassa integrazione. Quello che si configurava come uno dei più consistenti provvedimenti per l’industrializzazione del territorio rivestì rimandi fallimentari. Da queste cifre la conversazione a cura del Circolo Culturale „L’Agorà”, avente come tema “La politica industriale in Calabria dal dopoguerra ai moti di Reggio del 1970”. Al settimo appuntamento sui moti di Reggio del 70”, parteciperà in qualità di relatore Andrea Guerriero (socio del sodalizio organizzatore) e cultore di storiografia economica. Tenuto conto dei protocolli di sicurezza anti-contagio e dei risultati altalenanti della pandemia di COVID 19 e nel rispetto delle norme del DPCM del 24 ottobre 2020 la conversazione sarà disponibile, sulle varie piattaforme Social Network presenti nella rete, a far data dal 16 luglio.