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Il Ponte sullo Stretto e la politica che non ha il coraggio di decidere: se non si vuole fare, allora basta prendere in giro siciliani e calabresi

ponte sullo stretto giovannini

Il Ministro Enrico Giovanni e la commissione ministeriale ha iniziato un percorso che tende ad escludere il vecchio progetto di Ponte sullo Stretto a campata unica e puntare invece su un dibattito pubblico fra diverse soluzioni tecniche

Un ordine del giorno approvato dal Parlamento ha impegnato il Governo a trovare all’interno del fondo complementare del Pnrr le risorse necessarie per la realizzazione del Ponte sullo Stretto, facendo così sognare i cittadini di Sicilia e Calabria. Per molti, questa era stata vista come la svolta decisiva, il punto esclamativo in una vicenda che si protrae ormai da oltre mezzo secolo, tornando nell’ultimo periodo ad accendersi con un dibattito molto sentito. Secondo quanto trapelato dalle ultime indiscrezioni però, l’emendamento del deputato di Forza Italia Stefania Prestigiacomo sarebbe già stato accantonato. L’orientamento del Ministero delle Infrastrutture e Mobilità Sostenibili infatti potrebbe essere quello di non accoglierlo, con il percorso riavviato dal ministro Enrico Giovanni e dalla commissione ministeriale deciso ad escludere il vecchio progetto e puntare su un dibattito pubblico fra diverse soluzioni tecniche.

Ma quando e dove si terrà questo dibattito pubblico? E soprattutto, perché mettere da parte un progetto approvato sotto ogni punto di vista per ragionare su altre ipotesi che sono state dimostrate infattibili. Il tanto sollecitato Ponte a tre campate non può essere realizzato, lo hanno confermato i geologi: il suo punto di costruzione sarebbe più vicino alle città di Messina e Reggio Calabria, ma anche alla cosiddetta West Fault, recentemente scoperta grazie agli studi portati avanti dall’Università di Catania, quindi in una posizione (geologica) evidentemente più rischiosa. Ed è così anche per la “suggestiva” idea del tunnel (subalveo o subacqueo), che richiederebbe almeno un’altra decina di anni di studi approfonditi. Insomma, l’unica vera opzione per realizzare il Ponte sullo Stretto è quella di riprendere e rendere attuabile il progetto di Eurolink – il consorzio guidato da WeBuild che vinse la gara internazionale d’appalto – , il quale si è detto pronto a costruire l’infrastruttura a proprie spese, in cambio della concessione, che invece era prevista fosse affidata alla Società Stretto di Messina Spa.

Parlare quindi di dibattito pubblico su un’infrastruttura di tale importanza o rilanciare ipotesi scartate già da almeno un decennio da geologi e architetti significa soltanto voler perdere tempo per non arrivare mai ad una vera conclusione. Basterebbe questo per sollevare l’ira dei politici che in questi mesi si sono detti favorevoli alla realizzazione dell’opera. I parlamentari calabresi e siciliani dovrebbero puntare i piedi e chiedere chiarezza, quindi rispetto, per la propria terra e i propri concittadini. Perché per un politico è facile sbandierare ai quattro venti slogan per dimostrare la volontà di costruire il Ponte, poi però accettare queste prese di posizione da parte del Ministero dei Trasporti senza batter ciglio significherebbe essere accondiscendenti e non fare assolutamente gli interessi del popolo che li ha votati. Sarebbe il caso di puntare i piedi per terra, mostrando chissà magari l’estrema intenzione di sfiduciare il Governo. E’ allora arrivato il momento di dire basta, perché questo gioco delle tre carte è diventato noioso. Si dica chiaramente ai cittadini siciliani e calabresi che il Ponte tra Scilla e Cariddi non si vuole realizzare, si dica espressamente che del progresso di questa terra e di questa parte di Paese, abitata da oltre 7 milioni di italiani, non frega niente a nessuno.