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Reggio Calabria, estorsione al Vesper. Impegno e Identità: “solidarietà convinta e vivo apprezzamento all’imprenditore Laganà”

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Reggio Calabria, Impegno e Identità: “solidarietà convinta e vivo apprezzamento all’imprenditore Laganà titolare dell’esercizio commerciale Vesper”

“Scegliamo volutamente la ricorrenza della strage di Capaci per esprimere solidarietà convinta e vivo apprezzamento all’imprenditore reggino, Gianfranco Laganà, titolare dell’esercizio commerciale Vesper, che ha denunciato le intimidazioni e le richieste estorsive che gli erano state fatte con modalità di plateale stampo mafioso da ben individuati soggetti”. E’ quanto scrive in una nota Renato Milasi, Socio fondatore “Impegno e Identità”. “Da ambiti istituzionali locali -prosegue la nota– provengono applausi al coraggio del nostro concittadino ed inni alla presa di coscienza civile quale solo strumento collettivo per spezzare “ogni anelito di oppressione mafiosa”; prescindiamone, astenendoci da fin troppo facili commenti, per proporre alla riflessione collettiva un approccio più concreto alla problematica della invasività del fenomeno delinquenziale censurato. Il nostro sistema penale sia preventivo che repressivo, in linea generale, si fonda da sempre su atti scritti, cioè su documenti, e tali sono pure i filmati, o dichiarazioni o denunce verbalizzate quali dati conoscitivi che poi sono ritualmente messi a disposizione delle parti. Ed una volta che siano vagliati nella sede deputata di cognizione piena, quella dibattimentale, possano resistere ad ogni eccezione di invalidità nel rito o di inattendibilità nel merito, che sono le ragioni di discolpa ordinariamente elevate nell’agone dell’aula dai soggetti che vi sono stati tratti perché incolpati di una condotta di reità. E sul punto mi sovviene il ricordo di Gianni Falcone, il quale, sicuro assertore di questa metodologia garantista, ammoniva discorsivamente i suoi colleghi dicendo “se indagate su una grossa vicenda di mafia e non rispettate le forme, vi fottono nella forma e nella sostanza”. Pertanto, ogni informazione data, sia dalle vittime che dalle persone informate del fatto sospettato di reità, deve essere traslata necessariamente in atto scritto, affinché venga successivamente acquisita la conferma dei narrati, resa sotto il vincolo della solenne dichiarazione di impegno di affermare la verità”.

“Così consolidato il materiale probatorio, che diventa perciò soltanto scritto (o riprodotto per immagine), si può pervenire in sede giudiziaria ad una sicura affermazione di responsabilità, perché solo su quelle informazioni o su quegli atti dei quali è ormai certa la genuinità, la motivazione della sentenza di condanna può essere ben esplicitata e quindi essere persuasiva e convincente. Senza carte, non si fa nessun processo, né penale né civile, per essere banali. A questa impostazione ordinamentale, che è obbligatoriamente soggetta al rispetto delle garanzie individuali, la delinquenza organizzata, che ne ha sempre ben compreso il pericolo, reagisce con la regola inviolabile del silenzio che impone non solo ai suoi associati ma soprattutto all’esterno, facendo obbligo a tutti di tacere, di non denunciare nemmeno quello che hanno subìto, di non dare indicazioni agli inquirenti, di distanziarsi o perfino di estraniarsi rispetto a quello che vedono o che sanno, di non dichiararsi testimoni del fatto, sotto pena implicita o esplicita di gravi rappresaglie fino al pericolo della messa a rischio della vita rispetto al quale l’eventualità di incorrere nei reati di reticenza o mendacio o di favoreggiamento resta sbilanciata a favore dell’ “ omertà “ generalizzata. Che può essere violata solo dalle defezioni o dalle dissociazioni individuali di correi che diventano collaboratori di giustizia o dai dialoghi compromettenti telefonici, telematici o ambientali intercettati e prelevati all’insaputa dei conversanti, anche nell’ambito di incontri videoripresi, che sono ormai di fatto gli esclusivi strumenti di indagine nei processi di criminalità organizzata perché, in concretezza, sono i soli modi di infrangere la regola del silenzio. Ed ovviamene anche il dichiarato o confessato ed il parlato devono essere convertiti in atto scritto e verbalizzato a seguito e mediante la testimonianza o la trascrizione peritale. Ovviamente il difetto di cooperazione dei cittadini ha ragioni più profonde della semplice paura delle ritorsioni, perché fin troppe volte chi coraggiosamente si è esposto ha dovuto patirne le conseguenze in termini di ostracismo sociale perché in verità resiste ancora a livello subculturale una forma di infezione dello spirito, che avversa irragionevolmente lo Stato in cui intravede soltanto l’aspetto repressivo e giugulatorio, o in cui non ripone fiducia perché sono fin troppo note le collusioni che si sono verificate a livello apicale tra soggetti istituzionali ed esponenti di rilievo della mafia. Ma in ogni caso, la strada da imboccare con decisione è solo quella già intrapresa dal concittadino, che in sostanza non ha fatto altro, ed ha fatto molto, che dimostrare di credere, puramente e semplicemente, nella legalità, che deve essere il valore ed il traguardo dell’impegno comune del consorzio civile”, conclude.