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La Reggio Calabria che vorrei

reggio calabria dall'alto

“La Reggio Calabria che vorrei”, lettera da un sognatore: “invidia, cattiveria e provincialismo freno alla mentalità reggina”

Nella Reggio Calabria che vorrei… Nella Reggio che vorrei c’è tanto, troppo. Reggio è come la cameretta in disordine in cui dormi: la vuoi sistemare, provi a trovare il tempo, ma non ce l’hai, o fai finta di non trovarlo. Ti ritrovi con le scarpe sotto il letto, questo disfatto, con i vestiti sulla scrivania accatastati uno sull’altro, con il computer acceso da una settimana e con tre zaini aperti, pieni di libri, che hai lasciato a terra dall’ultima volta, saranno stati 6 anni fa. Alla fine fai una cosa a metà: sistemi in pochi minuti il necessario, quello che serve per arrivare coi tuoi piedi a letto per dormire, magari spazzando via con un calcio zaini e vestiti e facendo sembrare la tua stanza un pochettino più ordinata. In realtà, però, è peggio di prima. Vestiti e zaini sono sotto il letto, nessuno li vede. E tu ti convinci che è tutto a posto ma continui a piangerti addosso dicendo che vuoi ordinare ma che non hai tempo. Chi ci entra ti dirà: “Che la sistemi a fare? Non vedi che è in disordine? Non riuscirai mai a sistemarla”. E così finisce tutto a tarallucci e vino, mentre le stanze “degli altri” sono sempre ordinate e impettite e continuano ad ingrandirsi, ad arricchirsi di oggetti preziosi e a profumare.

Lo so, ho una visione metaforica un po’ particolare della mia Reggio, ma io la vedo così: una grande stanza, dalle mille potenzialità, che va messa in ordine. E che in questo modo, in disordine, non potrà mai rendere al massimo, ma solo al 10% di ciò che offre. Ma come la si mette in ordine se i primi a non volerlo siamo noi, proprietari della stanza? Preferiamo lasciarla così, autoconvincendoci che non si può fare nulla. Preferiamo assuefarci alla situazione di “comodità”. Non facciamo nulla, non ci muoviamo, ma ci incazziamo se vediamo qualcosa che non ci piace e ci lamentiamo. Critiche, critiche, critiche. E piangersi addosso. Tanto. “Non c’è nenti di qua”, “Non c’è nenti di là”, e intanto la nostra stanza rimane disordinata e un po’ sporca, con le ragnatele e la polvere alta quattro metri. E, ancora, le stanze “degli altri” continuano ad ingrandirsi, ingrandirsi e ingrandirsi.

La mia Reggio è una Reggio che fa un passo grande ogni venti anni ma ogni anno ne fa dieci indietro. E’ una Reggio “statica”, “immobile”. E’ una Reggio che vuole crescere, ma a modo suo. Che vuole svilupparsi, però con invidia, cattiveria e provincialismo. E con invidia, cattiveria e provincialismo non cresci. Mai. Reggio Calabria è la città dove se un imprenditore – pulito – ci sa fare, costruisce un “impero” e dà lavoro a tanti “allora c’è qualcosa che non va”, “chissà chi c’è sotto”, “chissà con chi è ‘mischiato'”. Reggio Calabria è la città in cui se un imprenditore denuncia la ‘ndrangheta è “bravo e coraggioso, gli dimostriamo solidarietà”, ma poi “u cumpari è sempri bonu mi ndi iuta”. Reggio Calabria è la città in cui, se si prova un salto di qualità – magari anche a piccoli passi – con la realizzazione di opere pubbliche, “a che cosa servono? Che le vogliamo?”. E’ la città in cui “Opera” di Tresoldi diventa “una cosa inutile che toglie la vista allo Stretto”, in cui il Waterfront “è una semplice scalinata che non serve a nessuno”, in cui il Museo del Mare è “un obbrobrio”, in cui il Ponte sullo Stretto “favorisce le mafie” e in cui la Via Marina alta isola pedonale non va bene perché siamo stanchi di camminare e lasciare l’auto un po’ distante dal centro. Però poi da “Opera” passiamo e la fotografiamo per le nostre belle storie su Instagram e il Waterfront lo visitiamo ormai da settimane nonostante fosse aperto solo da qualche giorno. E sono quasi quasi sicuro che non vedremo l’ora di vedere compiuto il Museo del Mare, per visitarlo, o di apprezzare (se si dovesse realizzare) la maestosità del Ponte e tutto ciò che porta con sé.

Dovremmo tifare tutti insieme ed uniti per Reggio Calabria così come lo facciamo per la Reggina. In gradinata non c’è il tifoso di destra o di sinistra, non c’è il tifoso che rivendica il suo tifo più di un altro, non c’è il tifoso più bravo o meno bravo. C’è quello passionale, quello ansioso, quello tranquillo, quello perennemente arrabbiato e critico. Ma lì, allo stadio, si tifa tutti per un’unica squadra e si esulta tutti insieme dopo un gol. Così, allo stesso modo, non dovrebbe esistere il Ponte di destra, “Opera” di sinistra, il Waterfront di Scopelliti e il Museo del Mare di Falcomatà. Dovrebbe esistere lo sviluppo, unico, di Reggio Calabria tutta, supportato indistintamente da tutti i reggini, chi ci vive sempre e chi ci torna un mese l’anno ad apprezzarne il progresso.

E i rifiuti? E le strade? E le tasse? E la mancanza d’acqua? No, non mi sono dimenticato di loro. E’ sacrosanto che un cittadino chieda risposte in primis su questi, che sono i servizi essenziali. E’ sacrosanto che – in questo caso sì – critichi l’operato di un’Amministrazione assente su tanti fronti e incapace di gestire situazioni basilari. Ma non esiste una legge che vieti la realizzazione di un’opera importante perché “c’è la spazzatura”. Non esiste una legge che vieti la realizzazione di un’opera perché “poi la sporchiamo e va a finire come la fontana di Piazza Carmine”. Non esiste una legge che vieti (tralasciando gli aspetti burocratici legati a licenze e quant’altro) di chiedere la disputa di una finale di Champions perché ci sono le strade dissestate. Non sempre è necessario che si completi il primo passo per andare avanti con il secondo. Si può completare il terzo, che in automatico darà la spinta a completare il primo e a sistemare tutto. Non è un caso se l’umanità è andata dall’Europa alla scoperta delle Americhe mentre nel Vecchio Continente c’era una grande epidemia della peste e le persone morivano a migliaia; o se durante un’altra pandemia come quella del Covid-19 siamo arrivati con i primi lander su Marte. Perché l’umanità è sempre tesa a progredire e svilupparsi, perché in Brasile c’erano le favelas intorno agli avveniristici stadi del mondiali del 2014 che hanno portato un po’ di lavoro e ricchezza che altrimenti non ci sarebbero stati.

Nella Reggio che vorrei, dunque, cosa ci metto? La mentalità. Basta questo e, così sì, avviene tutto il resto. Il cambio di passo culturale che possa trainare la città verso le strade che le competono, perché le potenzialità le ha. Voglio una Reggio in cui si vota il politico perché sveglio, capace, attento e non perché “mi trova il lavoro, mi promette le strade pulite” o perché “è me cumpari”. Voglio una Reggio che combatta l’emergenza rifiuti con coerenza, che critichi con costrutto per le strade sporche ma che non venga riempita di cartacce inutili perché “non c’è il cestino” o che non alimenti il traffico delle discariche abusive. Voglio una Reggio entusiasta per il Waterfront, non una che torni indietro a rimuginare su ciò che poteva essere e non è stato e che non dica “tra due mesi sarà sporco” ma che si impegni a mantenerlo pulito. Voglio una Reggio entusiasta per il Museo del Mare e che non pensi “lo faranno nel 2060”. Voglio una Reggio in cui l’imprenditore bravo, sano e pulito venga esaltato e osannato, senza pregiudizi.

Sono sicuro, e lo dico con estrema certezza e anche un po’ di presunzione, che la chiave giusta per aprire la porta dello sviluppo e del progresso è il cambio di mentalità. Perché a contraddistinguere il nostro territorio da altri più sviluppati è proprio la mentalità. Non è la politica a “fare” un paese, ma il paese stesso. E’ Reggio che sceglie chi votare, è Reggio che sceglie cosa fare, è Reggio che sceglie di andare avanti o fermarsi, è Reggio che decide di lasciare la cameretta disordinata o ordinarla. Perché state sicuri che, una volta che verrà ordinata, tutti quelli che dicevano che non sarebbe stato possibile verranno a visitarla e si complimenteranno per quanto è bella.