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Le urla inascoltate, i privilegiati e la schifosa strumentalizzazione dei media: un pomeriggio “al contrario”

proteste roma

Il pomeriggio di ieri, con le proteste di fronte a Montecitorio, si può definire “al contrario”: migliaia e migliaia di gente disperata è diventata all’improvviso negazionista, criminale e assassina. Il tutto con la (inutile e infelice) partecipazione dei media

Negazionisti, no vax, fascisti, scalmanati, delinquenti, violenti. Magari anche pazzi criminali, serial killer, assassini a sangue freddo. Ci è mancato poco che li definissero così tutti coloro che, ieri, hanno riempito la piazza di Montecitorio per protestare contro le chiusure del Governo legate all’emergenza Coronavirus. Ed è proprio questo che fa più rabbia, fa più incazzare: la solita, schifosissima, disgustosa, nauseante, vomitevole strumentalizzazione dei media. Sono colleghi miei (e purtroppo, aggiungerei), colleghi che si spacciano per giornalisti ma non sono altro che influencer mascherati in cerca di like finti come la loro vita. Colleghi che si nascondono, dietro, come conigli, protetti dagli eletti, dai privilegiati. Chi sono i privilegiati? Quelli lì che ieri, di fronte a migliaia e migliaia di commercianti disperati, se ne stavano belli tranquilli, al calduccio, tra le stanze dei potenti ad osservare con spocchia e superiorità dalla finestra le urla inascoltate di gente ormai sfiduciata, che non crede più nelle proprie istituzioni e che chiede solo di poter mandare avanti la propria famiglia e la propria vita.

C’erano infiltrati lì in mezzo? Sì. C’erano negazionisti? Sì. Erano diversi, ma in mezzo ad una folla immensa, non quantificabile per il periodo e forse anche un po’ inaspettata per gli stessi fondatori dell’iniziativa, gli esponenti del movimento Io Apro. Loro sono imprenditori che “si sono fatti da soli”, che in questo anno tosto si sono indebitati, pagando puntualmente (quello sì) le tasse per riempire le tasche di quei privilegiati lì, che in vita loro avranno ucciso forse qualche mosca o qualche ape che li stava disturbando. Loro sono padri di famiglia. Sono lavoratori che spendono la propria vita nel fare sacrifici. Sono persone come tutti noi “comuni mortali”. Sono persone che da un anno a questa parte non sanno più cosa inventarsi. Sono persone che si chiedono perché i supermercati e le chiese possano rimanere aperti e i ristoranti e le palestre no. Sono persone che si chiedono come, a fronte di decine di migliaia di euro di spese mensili, possano andare avanti con poche centinaia di euro di ristori (se arrivano, o se arrivano puntuali). Sono persone che chiedono di poter riappropriarsi delle proprie libertà dopo un anno di contraddizioni, incongruenze, incoerenze, dopo mesi di spicciola demagogia, di falso interesse alle categorie in difficoltà, di “politichese”, di beghe politiche interne e di teatrini degni del miglior “Bagaglino”, dopo mesi di balle su date vere o presunte di piani vaccinali disattesi, dopo i banchi a rotelle, i monopattini elettrici e lo schifo dell’onta di maree di ragazzi vaccinati a fronte di Over 80 ancora in attesa.

Chiedono questo e, a loro, della solidarietà non gliene importa ormai una beata cippa. Chiedono questo perché ormai hanno capito che, a fronte di un lockdown che ormai esiste solo sulla carta (perché in pochi lo rispettano, ed era anche prevedibile), gli unici a rimanere paralizzati sono loro. Sfiduciati, incazzati, inascoltati da quella schiera di eletti strafottenti che non vive la realtà interna della gente, perché rinchiusa tra i palazzi dei potenti. Che non vive le sofferenze del popolo. Che non nota la difficoltà di un poliziotto che si toglie il casco e conforta chi sta male. Poliziotto, tra l’altro, che deve rimetterci le penne proprio per difendere inesattezze e inefficienze di quello che Stato che – da giuramento – deve difendere. Ma a cui non crede più neanche lui.

E così nessuno, nessuno, tra gli esponenti politici – perlomeno pubblicamente – ha voluto spendere una parola di conforto verso questa gente. Solo la solita e ridicola retorica del “capiamo le loro difficoltà”. Per puntare poi il dito contro la violenza (di pochissimi secondi, ma va comunque condannata) di una ventina di persone (e forse esagero) al netto di migliaia e migliaia di persone di ogni età, provenienti da tutta Italia, che hanno deciso di sfidare apertamente chi non li aiuta più, perché ormai non hanno nulla da perdere. Morire di Covid? Rischiamo, a questo punto. Tanto comunque moriremmo di fame. “Io posso anche morire qui adesso”, la frase di un manifestante ieri rivolta alle forze dell’ordine durante la diretta Facebook. Ah, a proposito: la diretta è scomparsa dal noto social network, cancellata, sparita, si è dileguata, come tante altre. E’ l’immagine più triste di un’informazione che in quest’anno di pandemia ha tirato fuori il peggio di sé, tra strumentalizzazione, terrorismo psicologico, censura, retorica e demagogia.

E’ troppo tardi per cambiare? Ancora, forse, no. Ma non c’è peggior cattivo di un buono che diventa cattivo. E a tirar troppo la corda, questa prima o poi si spezza…