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Siamo tutti Ibra

ibra ristorante zona rossa milano

I presunti pranzi di Ibra al ristorante e le regole che non rispetta più nessuno: perchè queste chiusure sono ormai soltanto una presa in giro

L’Italia s’è desta: un bel giorno di metà Aprile in piena pandemia, nel Paese che ha superato i 115.500 morti Covid su 60 milioni di abitanti che significa il tasso di mortalità in assoluto più alto del pianeta, e mentre le piazze sono ogni giorno piene di disperati uccisi da folli scelte di Stato, il problema più grande che rimbalza su ogni media in mainstream e nei principali (sigh!) rotocalchi televisivi è che Ibrahimovic sarebbe andato a mangiare al ristorante. L’avrebbe fatto due volte, sabato sera e poi domenica a pranzo, a Milano quando la Lombardia era ancora in zona rossa. Non ci sono prove che l’abbia fatto davvero: in un video mandato in onda stasera su Rete 4 si vede Ibra con altri commensali intorno a un tavolo in cui c’è solo qualche calice di vino. Nessun piatto, nessuna posata, nessuna pietanza. In primo piano una maglia del Milan su un tavolino, e il titolare del ristorante che parlando con l’autore del video spiegava che il suo amico Ibra era soltanto passato a salutarlo mentre lui, vestito da chef, stava regolarmente lavorando in cucina perchè il ristorante pratica il servizio da asporto e consegna a domicilio come consentito dalle norme.

Ma a prescindere dal merito della questione, e cioè se Ibra abbia davvero mangiato o meno al ristorante in zona rossa, intanto s’è scatenata la gogna mediatica con tanto di note ufficiali da parte delle istituzioni locali e nazionali, che si affrettano ad esprimere sdegno bipartisan nei confronti del famoso calciatore reo non solo di un “comportamento illecito“, ma anche di “dare il cattivo esempio“. Secondo qualche illuminato conduttore TV, l’episodio denoterebbe “ottimismo, incoscienza, sfacciataggine“, e addirittura “tanta, troppa voglia di andare in zona bianca“. Ibra, che è per giunta immune perchè il Covid l’ha già avuto (tra l’altro in forma totalmente asintomatica come la quasi assoluta totalità delle persone sane con meno di 50 anni), sarebbe “incosciente” (non si capisce rispetto a quale pericolo) e denoterebbe che la gente ha “troppa voglia di andare in zona bianca“.

Perbacco, che palle tutta questa gente che non sopporta più un anno di lockdown, coprifuoco, divieti e limitazioni alle proprie basilari libertà personali!

In realtà il problema non è affatto se Ibra sia andato davvero a mangiare o meno al ristorante. L’unico vero grande problema che dovrebbe indignarci è che dopo un anno l’unica ricetta per combattere la pandemia è vietare di andare a mangiare nei ristoranti! L’unico sdegno e l’unica indignazione da esprimere sarebbero non nei confronti di chi è costretto a disobbedire a leggi assurde per ritagliarsi un minimo di libertà e di normalità, ma nei confronti di chi continua a tenere un Paese intero sotto scacco alimentando panico ingiustificato. L’unico sdegno e l’unica indignazione da esprimere sarebbero nei confronti di chi continua a predicare e decretare chiusure assolutamente prive di ogni logica di scienza e di buon senso. Anche perchè, Ibra a parte, ogni giorno in tutte le città italiane ci sono persone che vanno a mangiare “clandestinamente” nei ristoranti e nelle pizzerie. Tanti lo rivendicano con orgoglio, altri lo fanno di nascosto. Ma scagli la prima pietra chi è senza “peccato“, se proprio così dobbiamo chiamarlo: quanti hanno consumato un gelato sul marciapiede fuori dalla gelateria in zona rossa? Sarebbe vietato. E quanti hanno consumato un caffè al bar, o fuori dal bar, in zona rossa? In ogni caso, sarebbe vietato. E quanti hanno chiamato a casa il barbiere, l’estetista o il parrucchiere? E quanti ancora si sono fatti dare una tessera di sportivi agonisti per continuare ad allenarsi regolarmente in palestra, anche se agonisti non sono? E quanti si sono ritrovati in casa da amici e parenti in cinque, dieci, quindici, venti, a mangiare tutti insieme? La risposta è semplice: tutti. Non c’è più nessuno che sta rispettando queste regole assurde nell’Italia della primavera 2021, i tempi delle canzoni alle finestre e della retorica dell’#andràtuttobene sono finiti da un pezzo e siamo in un momento in cui anche se dichiarassero il rosso scuro, il fucsia o il nero, ormai la gente s’è stancata e non è più disposta a rinunciare alle proprie basilari libertà in nome della paura.

Io stesso nelle scorse settimane di “zona rossa” ho preso numerosi caffè al bar come tutti; ho fatto colazioni con cornetto e cappuccino come tutti; ho mangiato il gelato sul suolo pubblico, passeggiando, come tutti, dopo averlo comperato “da asporto“. Mi è anche capitato di entrare in un negozio che doveva essere chiuso e invece aveva deciso di rimanere aperto, come tutti. Ho anche violato in più occasioni il coprifuoco; come tutti. Ogni giorno ho incrociato decine e decine di pattuglie e gazzelle di tutte le forze dell’ordine, i cui agenti a bordo non solo – vivaddio – evitavano di coprirsi di ridicolo e autoumiliarsi nel tentativo di far rispettare norme così balorde, ma neanche indossavano la mascherina seduti uno accanto all’altro a bordo della loro vettura. Avrebbero dovuto dirti che no, il gelato non potevi mangiarlo sul marciapiede, potevi comprarlo da asporto ma mangiarlo soltanto a casa. Avrebbero dovuto spiegarti che in quel negozio non potevi entrare ma in quello accanto sì, e che quell’altro era aperto ma potevi acquistare soltanto la merce esposta da un lato e quella dell’altro lato no. Avrebbero dovuto invitare tutti gli avventori del mattino a tornare a casa per consumare il caffè appena preso “da asporto” al bar. E avrebbero dovuto chiedere a tutti un’autocertificazione non obbligatoria, dove si può dichiarare il falso, fermando chi passeggiava e intimandogli di tornare a casa, a meno che non stesse andando al lavoro oppure al bar, dai genitori anziani o a fare la spesa, in libreria oppure dall’ottico, in edicola o dal ferramenta, in farmacia o alla bottega, dal pescivendolo o in macelleria, in un negozio di giocattoli per bambini o in un negozio di indumenti intimi.

Il problema, quindi, non è Ibra. Anzi. In realtà siamo tutti Ibra. In Italia c’è più gente che mangia al ristorante in zona rossa di gente vaccinata mentre altri Paesi anche più grandi e popolosi hanno già vaccinato e riaperto i locali per tutti.

Quando le leggi sono talmente assurde che non le rispetta nessuno e che neanche chi dovrebbe farle rispettare si prodiga così tanto per la loro mancata applicazione, l’unico problema è di chi le ha fatte. Ormai anche gli allocchi hanno capito che sono solo virtuali. E a chi le ha fatte non resta che abolirle, ripristinando le libertà inalienabili della persona, che per fortuna abbiamo tutti tanta voglia di ritrovare.