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Le strutture culturali e la sfida educativa

scuola Foto di Angelo Carconi / Ansa

Avevo vent’anni quando insieme al mio amico e ombra di sempre Giovanni B. decidemmo di seguire un esame di diritto privato, quello che io come molti studenti consideravamo “la bestia nera”, il “mattone”, il “privato mezzo avvocato”. Dopo una serie di domande di routine fatte dal giurista allo studente, ad un tratto il prof., che era un magistrato calabrese in pensione, pose al ragazzo le seguenti domande: “Lei è calabrese, giusto?” il ragazzo annuì, “E allora” continuò il vecchio accademico, “Risponda alla domanda che le pongo”. La domanda che il prof. pose al ragazzo ghiacciò il sangue a me, a Giovanni e al giovane studente. Il Prof chiese: “In relazione al concetto di ordinamento giuridico, lei che è calabrese, per poter sopravvivere nel contesto in cui vive, a quale ordinamento deve rispondere a quello dello Stato o a quello della ndrangheta? Ci fu un attimo di silenzio gelido e il ragazzo in evidente difficoltà non rispose; il prof. abbozzò una smorfia, diede un 22 al giovane e lo congedò. Chiesi a Giovanni: “Ma che cosa c’entra l’ordinamento giuridico dello Stato con quello della ndrangheta?”. Giovanni si fece una risata, mi batte’ la mano sulla spalla e mi disse: “Forza Grace, torniamo a casa; ci accingemmo allora ad imbarcarci su una nave Caronte che da Messina ci portò in Calabria. Io, mentre Giovanni si nutriva dell’azzurro del mare nostrum, non potevo fare a meno di pensare e non trovare nella mia mente di ventenne l’attinenza tra le teorie filosofiche e dottrinali sulla norma e la ndrangheta. Capì a pieno l’attinenza tra le due cose col tempo, con la maturità e la saggezza, con il passare del tempo mi sono resa conto che c’è una sottile linea rossa che lega le regole di convivenza civile o “giuridiche” e la stratificazione sociale. Una delle definizioni più condivise del concetto di ordinamento giuridico è la seguente: “Il diritto è un fenomeno umano che regola i rapporti tra i singoli, e tra i singoli e l’organizzazione statale”. I rapporti vengono regolati da norme condivise ed accettate dalla collettività. Le norme condivise si innalzano a rango di regole giuridiche nel momento in cui vengono riconosciute come tali. Questa è una definizione tecnica condivisa, che sta alla base delle norme statali. Mi chiedo però se, in realtà, qualcuno si è mai posto, almeno a livello accademico, il problema dello scostamento assoluto tra Stato Ideale e Stato Reale, tra Costituzione formale e Costituzione materiale come scriveva il giurista Mario Nigro. Oggi, intere collettività, all’interno di uno Stato di diritto come il nostro, regolano i rapporti tra i singoli su norme non scritte, antichissime, che poggiano le basi su una stratificazione lontana, oscura, contadina e radicata, talmente radicata da diventare struttura sociale condivisa da molti. Ecco perché’ per poter sopravvivere in un contesto come il nostro è necessario porsi quanto meno la domanda: “A quale ordinamento devo rispondere a quello dello Stato o a quello della ndrangheta e aggiungerei a quello culturale della sopraffazione del più forte sul più debole in qualsiasi contesto?” Ma se le regole contadine diventano struttura, quelle dello Stato diventano sovrastruttura? Non dobbiamo, dunque, meravigliarci del fatto che si modifica continuamente anche lo stesso concetto di forma di Stato. Mi chiedo se un problema culturale che a volte diventa anche strutturale può essere risolto con le leggi speciali e con la presenza dell’esercito. Ora, per modificare le categorie mentali e culturali ci vogliono secoli. Come può un uomo col mitra fermare un altro uomo col mitra? Negli anni 70 lo spirito ribelle reggino venne fermato dall’esercito? Le barricate, i morti la città messa a ferro e fuoco si fermò solo quando la carica ribelle si esaurì e non per la presenza dei cingolati. Mi chiedo spesso ultimamente anche in relazione al lavoro di insegnante che svolgo: “La sovrastruttura può modificare la struttura? Mi interrogo e sono sempre più convinta chetale rivoluzione mentale e culturale è possibile nel nostro contesto solo se si coglie la sfida educativa. Se si coglie la sfida che propone la scuola e gli enti che presentano modi di pensare alternativi, allora la sovrastruttura può modificare la struttura arcaica e contadina. La sfida è cogliere la proposta educativa che passa attraverso le Istituzioni scolastiche e formative. Solo così ci si può liberare, attraverso l’educazione e la conoscenza. Giovanni Rodari scriveva: “Vorrei che tutti leggessero i libri affinché non ci siano più schiavi”.  Questo è l’unico modo per liberarsi dalla schiavitù culturale vecchia e malata che non si identifica solo con la ndrangheta ma anche con le quotidiane sopraffazione del più forte sul più debole in qualsiasi contesto sociale ci si trovi. È necessario raccogliere la sfida educativa, altrimenti si fa come il cane che gira intorno a se stesso per mordersi la coda.

Graziella Tedesco