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La fantastoria di Scalfari

Foto di Giuseppe Lami / Ansa

Eugenio Scalfari è ormai posseduto dalla mania di Cavour: lo vede dappertutto anche là dove non c’era perché non poteva esserci essendo morto 4 anni prima dell’atto che egli gli vorrebbe attribuire.

Nel breve giro di un anno, Scalfari prima ha preso Camillo Cavour come parametro di grandezza – ma in realtà lo ha declassato affermando che Giuseppe Conte, allora presidente del consiglio, ne era il legittimo erede, anzi la copia esatta – e ora, con l’editoriale intitolato Mario Draghi e la lezione di Cavour dell’11 aprile scorso, gli fa impartire una lezione al nostro attuale Presidente del consiglio.

Gli editoriali domenicali di Scalfari sono ormai divenuti pezzi di fanta-storia e, se su Cavour e Conte ognuno può avere le opinioni che vuole, questa volta non si può non ricordargli come gli errori e la distorsione dei fatti abbiano le gambe corte come le bugie: questa volta, Scalfari si è inventato di sana pianta che il povero Cavour, primo ministro «non in buona salute … [ma] pronto ad agire per l’Italia unificanda … fece il trasferimento da Torino a Firenze della nostra capitale riservandosi di andare a Roma … In questa situazione l’incontro tra il nostro Re Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi era estremamente opportuno ed avvenne infatti il 26 ottobre 1860 a Teano».

Il Regno d’Italia venne proclamato il 17 marzo 1861, qualche mese prima della morte di Cavour e fu soltanto dopo la Convenzione di Settembre con Napoleone III, del 1864, che il trasferimento della capitale da Torino a Firenze, deciso dal governo Minghetti, avvenne nel febbraio 1865.

Schiaffata sulla prima pagina di ‘Repubblica’ dell’11 aprile 2021, una tale notizia falsa – non un errore, perché dobbiamo pensare che Scalfari non ignori la storia, al massimo una licenza che, una volta, era riservata solo ai ‘poeti’ e che ora usano molto i giornalisti – produrrà effetti negativi non solo sui suoi lettori del giorno, abituati alle fake news, ma, stante la grande ignoranza storica dei nostri connazionali, anche sulle generazioni future.

A parte ciò, quello che appare piuttosto arcano è il collegamento tra questa premessa e la successiva ‘lezione’ che Scalfari intende trarre stabilendo una analogia tra l’incontro di Teano e la «situazione politica interna notevolmente interessante» creata da Draghi.

Il nesso avrebbe due ‘corni’: il primo è che Draghi, nei giorni scorsi, «ha dovuto tuttavia occuparsi anche di politica estera» – e questa notizia, francamente, non è un grande ‘scoop’ giornalistico – e ha dovuto dare del ‘dittatore’ a Erdogan per lo ‘sgarbo’ da questi fatto alla von der Leyen. In sostanza Draghi si è trovato a fronteggiare una situazione poco «tranquilla, a difendere gl’interessi italiani nei confronti di interventi stranieri inaccettabili … Questo è il tema, andiamo dai tempi di Cavour a quelli del nostro attuale presidente del consiglio. Non è cosa da poco».

Aggiungiamo noi che, se questa fosse veramente la politica estera di Draghi, affidata per altro al ministro Di Maio, staremmo freschi – e infatti s’è visto come gl’interessi italiani siano stati difesi: la Turchia ha subito annullato i contratti di acquisto di elicotteri italiani come ritorsione per le parole di Draghi – oltre che mossi al riso da tali imprese; ma, in verità, possiamo sorridere solo per le banalità propalate dall’ex direttore di ‘Repubblica’ che si fanno ancora più ‘grosse’ quando egli spiega il secondo ‘corno’.

In sostanza, dice Scalfari, il governo Draghi è appoggiato anche da un Salvini che persegue la sua politica e «in Europa si muove con la massima indipendenza soprattutto [dalla] politica europea dell’esecutivo di cui fa parte». Questo è certamente vero: Salvini e il suo partito hanno una posizione critica verso alcune politiche dell’UE. Non si vede però perché «una tale situazione non può essere accettata» e sarebbe incompatibile con la partecipazione di Salvini al governo mentre da Draghi dovrebbero essere accettate le ‘politiche’ dissonanti degli altri partiti che compongono il suo governo. E che PD e 5S vogliano spingere la Lega fuori dal governo è evidente non solo dalla campagna di stampa e televisiva contro Salvini ma anche dalle divisioni nel governo su questioni facilmente risolvibili con il ‘buon senso’ – quale lo spostamento di un’ora in avanti del cosiddetto ‘coprifuoco’ – cui viene dato  grande rilievo da questi due partiti con il fine evidente di fare esplodere la crisi.

Questa opinione di Scalfari era già nota ed è la stessa di quanti nel PD e nei 5S, convinti che la Lega sarebbe andata all’opposizione, avevano ingoiato il rospo della sostituzione di Conte con Draghi: avrebbero preso due piccioni con una fava, avrebbero avuto il governo ed evitato le elezioni.

Ed è sempre per questo motivo che Scalfari vuole rendere Draghi consapevole «dell’accordo sostanziale tra la sua politica italiana ed europea e quella del PD». Insomma, vuole convince Draghi a iscriversi a questo partito come ultimo tassello della costruzione del famoso ‘partito scalfariano’.

Andando avanti, Scalfari aggiunge che è altresì inaccettabile che «Giorgia Meloni, dall’opposizione, utilizza questa libertà europea perseguendo i propri interessi che non coincidono affatto con quelli del governo Draghi». Di questo suo giudizio, certamente per un nostro limite, non riusciamo a capire il senso e Scalfari dovrebbe avere la bontà di piegarcelo: forse che, alla Meloni, non dovrebbe essere ‘concessa’ la libertà europea e le si dovrebbe imporre che gl’interessi dell’opposizione coincidano con quelli del governo?

C’è infine un altro importante punto dello Scalfaripensiero che, pur essendo chiarissimo, merita di essere ulteriormente chiarito: oltre all’endorsement per la rielezione di Mattarella in quanto ‘pilastro della democrazia’, in quest’articolo Scalfari dice pure che «i nomi che rinforzano la democrazia italiana sono: Sergio Mattarella, Mario Draghi, Giuseppe Conte e il PD», invece non dice nulla di un altro pilastro della democrazia – le elezioni – lasciato in rovina da anni visto che alle elezioni si preferisce il trasformismo.

Bene! ma – non soltanto per fargli notare che non è carino associare a ‘nomi propri’ così importanti e consolidati un ‘nome’ che forse cambierà ancora dopo la ‘femminilizzazione’ del partito voluta da Letta: PCI/PDS/DS/PD/PDF? – ci permettiamo, sommessamente, di suggerire a Scalfari di aggiungere il proprio nome a quel quartetto – cosa che, sicuramente per modestia, non ha fatto in questa occasione – e di chiedergli, umilmente, di spiegare quale sia la lezione cavouriana di cui parla – quella di Firenze e Teano o quella della politica estera, o entrambe? – perché vorremmo impararla anche noi.