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Reggio Calabria: “Peter Greenaway, il cinema erudito” è il tema del nuovo incontro organizzato dal Circolo “L’Agorà”

Reggio Calabria: “Peter Greenaway, il cinema erudito” è il tema del nuovo incontro da remoto organizzato dal Circolo Culturale “L’Agorà”

Tenuto conto dei protocolli di sicurezza anti-contagio e dei risultati altalenanti della pandemia di COVID 19, prosegue in remoto l’attività associativa del Circolo Culturale “L’Agorà”. Il nuovo appuntamento organizzato dal sodalizio culturale reggino si baserà sull’attività del noto regista cinematografico Peter Greenaway, considerato non solo uno dei più significativi cineasti britannici contemporanei, ma anche un icona della cinematografia di chiara fama mondiale. “Peter Greenaway, il cinema erudito” sarà il tema del nuovo incontro, organizzato dal sodalizio culturale reggino, da remoto, che sarà oggetto di analisi da parte di Tonino De Pace, critico cinematografico e presidente del Circolo del cinema “Zavattini”. “Regista cinematografico e teatrale, sceneggiatore e pittore inglese, nato a Newport il 5 aprile 1942. “Tutti i miei film parlano della classificazione del caos” ha dichiarato il regista che si è più volte definito “un pittore su celluloide” e nella cui opera cinematografica confluiscono tutte le forme di sperimentazione, frutto dei suoi interessi molteplici. Peter Greenaway non è un regista come gli altri: è un creatore di immagini, che siano film, cortometraggi, videoinstallazioni o dipinti; un analista di spazi e dettagli, che si tratti di affreschi o di immagini in movimento; affascinato dall’arte e dall’architettura. Nel 1962 si trasferisce a Londra, iscrivendosi al Walthamstow College per studiare belle arti. Intanto scopre il cinema, rimanendo influenzato dai capolavori della Nouvelle Vague francese, specialmente da Godard e Resnais, oltre che da Bergman e Fellini. Quasi per gioco realizza dei cortometraggi e successivamente viene assunto al Central Office of Information, un ufficio statale che produce campagne informative di interesse pubblico. Qui si fa le ossa per parecchi anni lavorando prima come montatore e poi come regista. Nei ritagli di tempo, spesso con i materiali raccolti durante il lavoro, produce corti sperimentali come “Train”(1966), che raffigura l’arrivo dell’ultimo treno a vapore nella Waterloo Station. Nei film di Greenaway si incontrano matematica e architettura, pittura e scienza. Studia pittura e cinema e tenta, ma senza successo, di entrare a far parte del Royal College of Art Film School. Ottiene la sua prima personale come pittore alla Lord’s Gallery nel 1964. Nel 1982 approda alla Mostra del Cinema di Venezia con I misteri del giardino di Compton House (The Draughtsman’s Contract), suo primo lungometraggio che ne mette in luce il talento figurativo e la capacità di far leva su svariate composizioni estetiche e formali. Tra i suoi successi spiccano: Lo zoo di Venere (A Zed & Two Noughts, 1985), Il ventre dell’architetto (The belly of an architect, 1987); Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante (The Cook, the Thief, His Wife & Her Lover, 1989), sulfurea e scatenata commedia nera intinta nel sangue, impietosa verso i rapporti di potere; I racconti del cuscino (The pillow book, 1996). Il suo eclettismo lo porta, nel frattempo, a cimentarsi con molte altre forme d’arte e il suo cinema si spinge sempre più alle soglie della provocazione intellettuale e dell’installazione video-artistica, come testimonia il densissimo trittico in digitale Le valigie di Tulse Luper, la cui prima parte è stata presentata a Cannes e la terza a Venezia. Tra i suoi ultimi film Nightwatching con Martin Freeman nei panni del pittore olandese Rembrandt, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2007, Goltzius and the Pelican Company (2012) e Eisenstein in Messico (Eisenstein in Guanajuato, 2015). Nel rispetto delle norme del DPCM del 24 ottobre 2020 la conversazione sarà disponibile, sulle varie piattaforme Social Network presenti nella rete, a far data da venerdì 2 aprile.