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Reggio Calabria, iniziativa dell’Associazione Anassilaos sul bicentenario della rivoluzione del 1821

Reggio Calabria: promosso dall’Associazione Culturale Anassilaos, congiuntamente con Spazio Open, ancora un incontro in remoto, con il Prof. Antonino Romeo sul tema “La Rivoluzione del 1821 a Napoli e in Piemonte”

Promosso dall’Associazione Culturale Anassilaos, congiuntamente con Spazio Open, ancora un incontro in remoto, con il Prof. Antonino Romeo sul tema “La Rivoluzione del 1821 a Napoli e in Piemonte ” disponibile su anassilaos facebook e You Tube da mertdì 16 marzo.. L’unificazione italiana del 1861, per quanto attesa da secoli e perseguita con particolare intensità negli ultimi decenni, sorprese non poco gli osservatori internazionali, convinti che il nostro Paese ben difficilmente avrebbe potuto superare la sua tradizionale dimensione di “espressione geografica”. Nel corso dell’Ottocento, però, non erano mancati i tentativi per raggiungere l’obiettivo. Il più importante risaliva certamente al 1848: c’erano stati allora l’intervento massiccio di uomini e donne, la lotta per le strade contro gli Austriaci, gli eroi eponimi come Mameli, il rinnovarsi del mito di Davide contro Golia, la romanzesca vicenda di Garibaldi in fuga con Anita morente, insomma tutti gli ingredienti necessari a fare di quel Quarantotto “l’anno dei portenti”, “la primavera della Patria”. Qualche decennio prima, però, c’era stato un altro tentativo, fallito anch’esso sì, ma fondato su premesse di grande rilievo, che, se realizzate, avrebbero dato un altro corso alla nostra storia nazionale. Era il 1820, si era appena conclusa la straordinaria e controversa vicenda napoleonica, i governi restaurati pensavano di avere impunemente riportato indietro l’orologio della storia, ma ovunque erano all’opera forze nuove che guardavano all’avvenire da costruire. Erano gli intellettuali conquistati dalle nuove idee del Romanticismo, i borghesi che non volevano rinunciare al protagonismo politico conosciuto nella fase precedente, i quadri intermedi dell’esercito che aspiravano ad infrangere anch’essi, come avvenuto nel periodo napoleonico, le rigide barriere del privilegio aristocratico. Da questo universo sociale in fermento nacque la rivoluzione spagnola di Rafael de Riego, poi replicata nel luglio successivo nel Regno delle Due Sicilie. In entrambi i casi si mirava ad ottenere la Costituzione, con la richiesta ai sovrani di favorire la nascita di un nuovo assetto politico che cancellasse l’assolutismo e si aprisse alla partecipazione dei nuovi gruppi sociali. Questi progetti fallirono sia in Spagna sia a Napoli, vanificati dalla fellonia dei sovrani che tradirono i giuramenti pur prestati alle rispettive Costituzioni, ma fallirono anche per il dilettantismo politico di molti protagonisti del rinnovamento, ostinati a proporre un modello di organizzazione statale che, richiamandosi all’avanzata Costituzione di Cadice del 1812, determinava tentennamenti e fratture nell’assai eterogeneo schieramento liberale, che, invece, avrebbe avuto bisogno di compattezza per opporsi alle forze assai imponenti della conservazione. Era il rigore dell’ideologia che prevaleva sull’intelligente ricerca del possibile e non sarebbe stata la sola volta in cui tale conflitto si sarebbe presentato nella nostra storia. Nel marzo successivo, appunto il marzo 1821, il tentativo rivoluzionario si rinnovò a Torino, portato avanti questa volta da giovani aristocratici conquistati dalle nuove idee e convinti di avere l’appoggio del Principe ereditario, quel Carlo Alberto che era anche lui poco più che ventenne, si era formato nella Francia di Napoleone e guardava con interesse a quei sovrani che, come lo zar Alessandro, sembravano appoggiare la prospettiva del rinnovamento. Anche in quel caso prevalse la logica della forza militare e degli equilibri sanciti al Congresso di Vienna ed anche nel moto torinese il ruolo dei sovrani fu ambiguo prima e poi duramente repressivo, ma in quel momento venne fuori anche un progetto di estremo interesse. Ne troviamo traccia significativa nel “Marzo 1821” di Alessandro Manzoni, un’ode scritta per l’occasione e rimasta inedita per ventisette anni, fino a quel 1848 quando la prospettiva del riscatto sembrò ripresentarsi. L’ode manzoniana è tutta percorsa dalla convinzione che il Cristianesimo potesse diventare il supporto del disegno di libertà che in quel momento si affacciava: Dio aveva voluto tutti gli uomini uguali, tutti ugualmente liberi, e a nessuno aveva concesso di poter dominare impunemente sugli altri. La libertà, dunque, come diritto naturale e Dio garante e fondamento di essa, nella convinzione che il movimento liberale era nel giusto proprio perché riprendeva ed attuava il disegno della Provvidenza ed appunto su questa base si sarebbe creata una reale solidarietà fra gli uomini. Teodoro Koerner, eroe della libertà tedesca, diventava perciò il simbolo di tutti gli uomini e di tutti i popoli che lottano per la propria dignità, incarnando nella storia il disegno divino. Era il sogno del cattolicesimo liberale, quello di Manzoni, di Lambruschini, di Capponi, di Gioberti, quello che avrebbe potuto avvicinare il cattolicesimo italiano al movimento risorgimentale e dare al liberalismo un consenso reale fra i cittadini. Le cose andarono diversamente, perché la Chiesa cattolica nella sua gerarchia non condivideva per nulla le idee dei cattolici liberali, anzi le represse con implacabile durezza e ne fece oggetto di esplicita condanna con Leone XII, con Gregorio XVI e con Pio IX, aprendo quel drammatico solco fra mondo cattolico e istituzioni liberali che tanto avrebbe danneggiato entrambi ed avrebbe reso incerto il cammino della nuova Italia unita verso la democrazia.