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Reggio Calabria, il primo incontro organizzato da Rifiuti Zero è con Enzo Favoino [INFO e DETTAGLI]

Reggio Calabria, inizia la serie di incontri organizzata da Rifiuti Zero: il primo ospite è Enzo Favoino, Coordinatore scientifico di Zero Waste Europe

La serie di incontri organizzata da Rifiuti Zero prende il via  con un ospite d’eccezione: Enzo Favoino, Coordinatore scientifico di Zero Waste Europe, reduce da un audizione al Parlamento europeo ‘Plastics and waste management in the circular economy’.

Pensare globalmente ed agire localmente: questa la frase apparentemente banale con cui Favoino si approccia alla serata: l’ agire locale deve necessariamente coordinarsi con l’agenda operativa e strategica, per come si sta strutturando a livello europeo. Il settore della gestione dei rifiuti è ad alto tasso di infrastrutturazione quindi bisogna indirizzare risorse economiche, e non solo,  nella giusta direzione altrimenti ci si trova puntualmente in fuori gioco.

I rifiuti e le risorse nell’era dell’economia circolare sono un  binomio inscindibile e l’agenda dell’economia circolare ci fa capire che bisogna agire in modo coerente.

Ma cos’è l’economia circolare? L’Europa ha capito per prima che bisognava passare dall’economia lineare “ take make waste” e cioè dal prelevare risorse per poi trasformale industrialmente ed eliminare gli scarti all’economia del riciclo in vigore fino al 2008, ad un’economia in cui scopo è quello di mantenere il materiale e le risorse nel sistema il più a lungo possibile nel loro status più elevato. Tutto questo si traduce in alcuni obiettivi ambiziosi. Posto che non esistono problematiche tipiche del Nord o del Sud, fino a 10 anni fa la Sardegna era a livelli minimi di raccolta differenziata oggi contende al Veneto il ruolo di Regione leader in campo nazionale e mondiale con picchi del 75% di rd, lavorando sulla determinante principale della raccolta differenziata e cioè il porta a porta con un grosso focus tematico su una ottima intercettazione dello scarto organico.

Il pacchetto europeo dell’Economia Circolare definisce in modo preciso  i nuovi obiettivi in tema di gestione dei rifiuti e recupero del materiale. Nello specifico:

  • Obiettivo recupero materia: 65% (2035), questo non è più l’obiettivo di raccolta differenziata ma l’obiettivo di preparazione al riuso e al riciclo. Il metodo di calcolo utilizzato a livello europeo è riciclo al netto degli scarti dei processi di riciclo e compostaggio per cui per arrivare al 65% di rifiuto netto  dovremo spostarci verso il 75-80% di raccolta differenziata. Alcuni regioni ci sono già.
  • Recupero degli imballaggi, in quanto va dato corpo al meccanismo del principio di resposabilità estesa del produttore perché il costo dello smaltimento deve essere restituita ai produttori degli imballaggi.
  • Ecodesign (durevolezza, riparabilità, no alla obsolescenza programmata, diminuzione nella intensità d’uso delle risorse)
  • Obbligo di RD dell’ organico o trattamento con processi in loco, attraverso compostiere di comunità  a partire dal 1 Gennaio 2024 e molti Paesi europei tra cui l’Italia  hanno anticipato questa scadenza al 1 Gennaio di quest’anno perché  il nostro Paese ha una leadership mondiale sulla rd dello scarto alimentare.

Perché il pacchetto si chiama economia circolare e non ecologia circolare? Perché l’ Europa si è accorta che non si può più continuare a sprecare, ad importare risorse per cui bisogna ricorrere ai ripari, senza contare che  la competizone globale per accaparrarsi  le risorse primarie è altissima e non possiamo permetterci un altro Pianeta. L’Europa è sempre più subalterna al reperimento delle materie prime per cui è chiaro che il cassonetto deve diventare una miniera di materiale: ecco perché il tema della sostenibilità ambientale riveste un ruolo economico e geo politico.

Il diagramma a farfalla, universalmente accettato che ha codificato l’economia circolare, descrive tutto ciò che fa parte dell’economia circolare: le due ali rappresentano i materiali tecnici e biologici, la coda contiene invece le dispersioni di materiali dalla gestione circolare e sono gli elementi  che dobbiamo cercare di minimizzare, di cui fanno parte la discarica e l’inceneritore. In una recente audizione tenuta da Favoino presso l’Europarlamento dello scorso Febbraio è stata adottata una variazione sul programma di economia circolare (CEAP-Circolary Economy Action Plan) che dice esattamente le stesse cose che Rifiuti Zero porta avanti da decenni: non bisogna più usare l’incenerimento per minimizzare la discarica,  ma che tutti e due devono essre minimizzati, senza contare che  l’incenerimento, e cioè tutti i sistemi di trattamento termico, ha un elemento di criticità ulteriore perché tende ad ingessare il sistema in quanto si crea la necessità di alimentare questo tipo di impianti perché una volta costruiti si possono ripagare solamente incrementando la produzione di rifiuti: manca quindi un elemto di flessibilità che dovrebbe essere sostanziale all’interno dell’economia circolare.

L’intensità carbonica media 30 anni fa in Italia era di 523 gr di CO2 ogni KWH, quando si pensava che con l’incenerimento si sarebbe potuto recuperare un po’ di energia, che addirittura si definiva rinnovabile: va da sé che produrre energia dalla bruciatura di plastica equivale a quella energia prodotta dal carbone o dal petrolio, cioè fossile, che perpetua un sistema lineare di estrazione, produzione, scarti, produzione di combustibili e distruzione delle risorse..

Oggi l’Europa, la cui intensità carbonica media oggi è sotto 260 gr,  sta percorrendo un’ altra strada, dettata da un’ agenda energetica che si interseca con quella climatica, il cui obiettivo è la decarbonizzazione entro il 2050. Nell’incenerimento l’intensità carbonica è il doppio il che significa che l’inceneritore sostituisce sempre meno carbone , petrolio e gas fossile e sempre più eolico solare, idroelettrico: l’incenerimento è diventato un out layer e cioè un fardello sul percorso della decarbonizzazione e queste considerazioni stanno alla base  dell’annuncio del governo   danese  che ha deciso di ridurre  il loro budget complessivo di carbonio e quindi cominciare a spegnere inceneritore altrimenti non si riesce a raggiungere l’obiettivo della decarbonizzazione .

Altro tema, alcuni numeri sui posti di lavoro

Da 1 a 6 posti di lavoro ogni 10 mila tonnellate di rifiuti mandati in incenerimento o in discarica; 36 posti di lavoro per 10 mila tonnellate raccolte e mandate a compostaggio e riciclo, 296 n posti di lavoro se vengono mandate a riuso.

Da un mix di queste cose vi è la massimizzazione del beneficio occupazionale e questa sfida è stata accolta all’interno del pacchetto economia circolare nella valutazione strategica che richiama l’attenzione sui 580 mila di posti di lavoro che si potrebbero avere già semplicemente nell indotto diretto per l’economia europea.

Altro numero 0: Rifuti Zero non è uno slogan. Addirittura l’ Unione Europea ha sottotitolato la prima bozza  del pacchetto economia circolare del 2014  Zero Waste  Program for the Europe perché aveva capito la funzionalità dei sistemi rifiuti zero come cassetta degli attrezzi per tradurre la visione sull’economia circolare in realtà operativa: raccolta differenziata, porta a porta, tariffazione puntuale, centri del riuso, promozione dei negozi packaging free, promozione delle attività di riduzione, casette dell’acqua, pannolini lavabili e non ultimo  l’elemento fondamentale dell’analisi del rifiuto residuo per capire quali sono gli errori nel tempo del sistema e riprogettare beni , imballagi e servizi in un’ottica in cui ci sia sempre più ricorso a beni sempre più durevoli, riciclabili e compostabili.

L’evoluzione del sistema

Il rapporto nazionale dei rifiuti pubblicato ogni anno da Ispra- Agenzia nazionale di protezione ambientale-  mostra dal 2014 al 2017 come si sposta la % dei comuni che stanno al di sotto del 20% di rd fino a più del 65 % di rd: sono sempre di meno i comuni che stanno ai livelli più bassi di rd e sempre di più i comuni che hanno raggiunto e superato  l’obiettivo nazionale che era di rd e non di riciclo netto del 65%. La virtù sta diventando la situazione comune.

Nel dettaglio al 2019 avevamo 48 province sopra il 65%, 6 regioni sopra il 70 %, Veneto e Sardegna sopra il 75%, la Lombardia al 72%, 3300 municipalità sopra il 70%. L’obiettivo ambizioso adesso è la minimizzazione del riifuto residuo in kg abitante perché la sola percentuale di rd non include gli effetti virtuosi della riduzione del rifiuto: si potrebbe avere un’alta % di rd ma su una produzione specifica di rifiuti di 1000 kg ad abitante, situazione che esiste al momento in Danimarca che detiene il 52% di incenerimento e quindi nessuna enfasi sulla minimizzazione del riifuto. Dal kg/annuo ad abitante di produzione di rifuto capiamo tante cose e cioè dove possiamo arrivare rispetto alla media europea che è di 500 Kg.

La tariffazione puntuale da questo punto di vista aiuta a dimezzare la produzione annua del rifiuto, anche in città con molti abitanti come Parma.

Sul tema della raccolta differenziata domiciliare poniamo l’accento che  alcuni sistemi come i cassonetti inteligenti fanno perdere il concetto della responsabilità diretta da parte dei cittadini ed i comuni che hanno provato questo sistema dopo due anni tornano indietro avendo fatto un bagno di sangue sui costi del sistema.

Rispetto agli inceneritori sappiamo che l’efficienza  di punta energetica dell’incenerimento è dell’ordine del 20-25%  con gli iceneritori più avanzati, l’unico modo per recuperare energia è il teleriscaldamento, che in  gran parte d’Italia peraltro è inutile per molti mesi all’anno, che non è a costo zero, ma per metterlo in pratica bisogna fare investimenti e  sventrare territori. Altro problema è l’ingessamento del sistema per cui sostenere un impianto del genere non è possibile.

I Fondi regionali non possono più andare all’incenerimento e se inteso a recupero di materiale aìdi rifiuto residuo. Nel Recovery Founds  è stato approvato a dicembre il regolamento per l’allocazione delle risorse ed è stato applicato il principio DNSH non causare un danno significatico all’agenda dell’economia circolare che esclude incenerimento e collegati, tanto che nell’annesso tecnico c’è come esempio l’iceneritore come proposte da rigettare. Ecco perché l’incenerimento non può essere più un’ obiezione. Quando i sostenitori dell’incenerimento dicono che questi impianti riducono la creazione di discariche in realtà chi ha queste struttre spingono sulla produzione di riifuti perché non c’è consapevolezza e senso di responsabilità rispetto alla tematica ambientale.

Altra questione è il riciclo chimico, pirolisi, gassificazione,   che non si capisce che non sta più tra gli argomenti trattabili a livello locale perché le direttive europee esplicitano chiaramente che la produzione di combustibili non può essere intesa come riciclo. A livello europeo si sta cercando di definire i recinti tecnologici entro cui far confluire le tecnologie che effettivamente portano alla ripolimerizzazione, ancora immature,  e le tecnologie che portano in gran parte alla produzione di combustibile “Plastic to fuel”, il cui scopo è mantenere in vita la plastica usa e getta che in questo modo può, apparentemente, essere considerata un materiale da riusare.

L’ emergenza non può esimerci dalla responsabilità verso la salvaguardia dell’ambiente che tenga conto delle varie esperienze e soluzioni efficaci e dai paletti normativi a livello europeo, chè è in continua evoluzione basti pensare al contenuto minimo riciclato e nazionale con la legge sugli acqusti verdi in gran parte inapplicata.

Non possiamo permetterci dunque un’economia circolare sprecona: cioè non basta più portare i materiali a riuso e riciclo, ma dobbiamo puntare alla riduzione della loro produzione e alla durevolezza dei materiali stessi.

Bisogna agire prontamente, ma dandoci una visione nel medio-lungo termine.