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Reggina, i retroscena di De Canio sull’addio: “Mai capito l’atteggiamento di Foti, ecco come stanno le cose”

Luigi De Canio e Lillo Foti Reggina Foto di Francesco Cufari / Ansa

Reggina: dopo quasi 20 anni, l’ex allenatore amaranto Luigi De Canio svela i motivi per cui si separarono le strade con la società successivamente alla vittoria dello spareggio

E’ passato un po’ di tempo. Anche se “un po'”, in questi casi, è veramente riduttivo. Parliamo di quasi… 20 anni. Barzellette. E’ l’alba dell’estate del 2003. La Reggina ha ottenuto la permanenza dopo lo spareggio contro l’Atalanta. Tanti meriti sono dell’allenatore, Luigi De Canio, entrato in corsa al posto di Mutti e capace di compiere un mezzo miracolo, rilanciando la squadra – che annaspava nei bassifondi – grazie soprattutto al gioco divertente e spumeggiante. Una delle “Reggine” più belle e frizzanti mai viste in Serie A. Tutti, dopo quell’1-2 di Bergamo, si aspettavano una scontata riconferma in panchina. Le cose, però, andarono diversamente, come tutti sappiamo. De Canio andò via e l’anno dopo arrivò Colomba, poi esonerato in luogo di Camolese.

Reggina, De Canio: “Presi una squadra spenta, che poi però è riuscita a venir fuori”

Su quell’addio si è letto e sentito tanto, ma mai nessuno dei protagonisti è voluto andare oltre le motivazioni reali della separazione. Ma nel corso di “A Tutto Campo“, su Rtc TeleCalabria, l’ex allenatore amaranto ha per la prima volta svelato cosa lo ha spinto a lasciare Reggio Calabria. Non prima, però, di elencare tutti i momenti belli trascorsi in quei mesi in riva allo Stretto: “Al di là delle idee – dice De Canio – per un allenatore è importante che si crei qualcosa con i calciatori. Ci deve essere disponibilità, partecipazione, qualità di ogni singolo. Quella squadra, che io ho preso in una situazione di grande difficoltà, era spenta, ma poi è riuscita ad esprimere le sue potenzialità con – addirittura – la possibilità che potesse crescere. C’erano calciatori che avevano molto margine di miglioramento. Il primo fra tutti era Ciccio Cozza, arrivato probabilmente alla sua maturità calcistica. Poi le strade si sono separate con la società ma per fortuna abbiamo centrato quella salvezza”.

De Canio e i ricordi di Reggio Calabria: “Il popolo reggino ha sempre amato la sua squadra”

Sul rapporto con la città: “Di Reggio Calabria ho un ricordo bellissimo, il popolo reggino ha sempre amato la sua squadra. C’era un rapporto molto stretto, arrivare allo stadio e vedere 24 mila persone ad incitarci in maniera attiva e partecipe era una bellissima sensazione. Poi quando vedi che la squadra riesce a mettere in campo le tue idee, la soddisfazione è tanta”.

Reggina, De Canio: “Ero contento di lavorare con dirigenti che davano l’idea di voler programmare”

Le prime sensazioni in amaranto e i progetti futuri con la società: “Ero molto felice quando sono arrivato a Reggio – prosegue De Canio – Avevo sempre visto la Reggina lavorare bene. Era una società in cui i dirigenti sembrava avessero la mentalità di voler programmare, perlomeno dall’esterno era così. Io avevo una difficoltà logistica: la sera, finita la partita del weekend, dovevo fare 500 km fino a Matera con l’auto perché non c’è l’aeroporto lì. Poi rientravo il martedì sera e questo voleva dire fare circa 1000 km in meno di 24 ore. Da qui mi era venuto il pensiero che forse l’anno successivo sarei dovuto andare via. Poi però pensavo alla grande chance di poter lavorare con queste persone e immediatamente questo prendeva il sopravvento. Erano sacrifici che si potevano fare. Poi c’erano le parole di Martino: è uno dei dirigenti più colti, di grande spessore, molto razionale, una persona con cui mi piaceva confrontarmi, stimolante. Ricevevo complimenti, a lui sembrava che io fossi un allenatore da Juve. Mi diceva: ‘se viene a prenderti la Juve te ne vai, altrimenti resti qui perché faremo grandi cose'”.

Reggina, De Canio: “Vi svelo i motivi per cui c’è stata la separazione”

Poi, però, qualcosa non è andato come sembrava. E ora, dopo una vita, De Canio svela i motivi in maniera trasparente: “Dopo tanti anni non ho problemi a dirlo. Prima della partita di Bergamo Martino non venne al campo perché aveva paura di vivere un’emozione forte. Mi abbracciò e mi disse: ‘salvi questa squadra perché da qui costruiremo un ciclo vincente’. Andammo in campo e tutti sapete com’è andata. Poi per festeggiare andammo a cenare in una terrazza di un albergo in centro. I dirigenti occuparono tutti lo stesso tavolo insieme. Io con il mio collaboratore rimanemmo in un tavolo isolati. Aspettai il giorno successivo per discutere di contratto. Non sapendo di che morte dovevo morire, chiamai il presidente per sapere che fare, ma percepii tanto silenzio e quello per me fu un segnale. Tutte quelle intenzioni di tenermi, loro non le avevano. Dissi: ‘fermiamoci, non facciamo storie, vado via‘. Loro mi chiesero cosa volessi per rimanere, ma non era un modo di porsi verso una persona con cui si vuole costruire qualcosa. Non ero io a dover dettare le condizioni. Percepii dal loro modo di fare che avevano cambiato idea, avevano altro per la testa. Forse non sapevano come dirmelo e io li tolsi dall’imbarazzo. Poi ricordo anche la difficoltà di Foti con parte della stampa nello spiegare questa situazione. Io sinceramente ancora oggi, dopo tanti anni, non ho capito e compreso questo atteggiamento da parte di Foti e Martino. Spesso mi sono trovato con Foti a parlare: ‘poi un giorno glielo dirò’, mi diceva. Alla fine non successe nulla di particolare, non c’era rancore. E’ andata così”.