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Un’isola immersa nel paradiso: Panarea, “l’epicentro della scena estiva più chic nel Mediterraneo”

  • Foto Wikipedia
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  • Foto di Cufari-Saya / Ansa
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  • Foto di Benoit Girod / Ansa
    Foto di Benoit Girod / Ansa
  • Foto di Bartolino Leone / Ansa
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  • Foto di Franco Cufari / Ansa
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  • Chiesa di San Pietro / Foto Wikipedia
    Chiesa di San Pietro / Foto Wikipedia
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  • Spiggia Cala Junco / Foto Wikipedia
    Spiggia Cala Junco / Foto Wikipedia
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Panarea, la più piccola delle isole Eolie, è anche la più suggestiva: trasuda fascino e storia, ma è pure sinonimo di divertimento e mondanità

Uno spettacolo di paradiso immerso nel mare, un “universo parallelo” in cui si mischiano fascino, storia, appartenenza al territorio, paesaggio da sogno. Panarea (Panarìa in siciliano) è un’isola italiana appartenente all’arcipelago delle isole Eolie, in Sicilia. E’ la più piccola ma anche la più antica e la più caratteristica, meta turistica e non per niente definita “l’isola dei vip”. Nel 2011 è stata descritta dalla rivista W come “l’epicentro della scena estiva più chic nel Mediterraneo“. Dal punto di vista amministrativo appartiene a Lipari e, fra essa e l’isola di Stromboli, costituisce un microarcipelago formato dagli isolotti di Basiluzzo, Spinazzola, Lisca Bianca, Dattilo, Bottaro, Lisca Nera e gli scogli dei Panarelli e delle Formiche.

L’origine e l’etimologia del nome: da Euonùmos a Ikesia passando per Panaràion

L’etimologia del nome Panarea ha origini abbastanza contrastanti per via delle numerose congetture ipotizzate nel corso della storia. Inizialmente l’isola si chiamava Euonùmos, che significa “di buon nome, onorato, di buon augurio, illustre“. Ma in un certo periodo fu anche denominata Ikesia, cioè “supplicante, supplice“. Entrambi questi nomi, per via del proprio significato, sono da ricondurre al fascino e al prestigio del posto, in tempi antichi considerato soprattutto luogo di culto. Ma l’origine del nome proviene da Panaràion. “Pàn” che significa “tutto” e “Araion“, il cui significato è da ricondurre a due diversi aggettivi: “funesto” ed “esile“. Proprio quest’ultimo corrisponde alle caratteristiche dell’isola, la più piccola dell’arcipelago. E, così, da Panaràion si arrivò al nome Paraneia e poi all’attuale Paranea.

La storia: dal vulcano sottomarino del Pleistocene alla grande crescita demografica dell’800

Questa isola si innalzò da una base vulcanica sottomarina risalente al Pleistocene, circa un milione di anni fa. Da questa base spuntò poi il cono vulcanico tra i 330 e i 160 mila anni fa, . La posizione strategica (protesa verso il mare e protetta a dirupo sul mare) faceva sì che fosse facilmente difendibile da attacchi esterni. Per questo motivo, Panarea fu abitata sin da epoca preistorica, luogo ideale per l’insediamento. Nel Neolitico, il luogo fu oggetto di continue incursioni armate e saccheggi, prima di passare a colonizzazione greca e successivamente romana, in seguito agli attacchi di quest’ultima. Con la caduta del grande Impero Romano, però, iniziò un periodo negativo – sotto i bizantini prima e gli arabi poi – la cui luce si vide soltanto con l’avvento dei Normanni e la nascita del Regno di Sicilia. Periodo d’oro nell’800, quando la popolazione dell’isola arrivò a toccare addirittura i 1000 abitanti, prima di diminuire alla fine del secolo a causa dell’emigrazione verso l’America e l’Australia. Ad oggi, la popolazione si aggira intorno ai 250 abitanti, con i grandissimi picchi estivi (specie in agosto) per via dell’arrivo di tantissimi turisti da tutto il mondo.

La geografia del territorio e i luoghi di culto: tradizione, arte, paesaggio

Il paesaggio caratteristico la fa da padrone nell’isola di Panarea, forma d’arte circondata dal fascino del mare. L’isola è caratterizzata perlopiù da piccoli vicoletti nei quali si incontrano le case piccole e particolari nonché i luoghi di culto storici: dalla chiesetta di San Pietro alla chiesa dell’Assunta, i due monumenti maggiormente visitati dai turisti provenienti da fuori. Dal punto di vista artistico e culturale, invece, il sito più importante è il villaggio preistorico di Capo Milazzese, che trasuda storia e “racconta” le origini di Panarea. Quest’ultima non è solo arte e tradizione, bensì anche fascino del territorio. Le spiagge la fanno infatti da padrone per tutti gli amanti del mare e del relax. La più importante, amata e frequentata è la spiaggia di Cala Junco, che a causa della sua forma ricorda un anfiteatro. Altra spiaggia è quella della Calcara, tipicamente di origine vulcanica, o quella della Cala degli Zimmari, l’unica spiaggia sabbiosa dell’isola e il cui colore rosso della sabbia la rende affascinante e prestigiosa.

Panarea e il suo patrono: la festa di San Pietro

Parentesi a parte merita la festa di San Pietro, patrono dell’Isola di Panarea che si festeggia il 29 giugno di ogni anno. Questo evento è considerato il principale momento di storia e tradizione legato all’isola. La statua del santo viene portata in processione dai cittadini, che la trasportano a spalla per le vie del luogo tra la musica della banda e momenti di preghiera. A rendere la processione diversa da tutte le altre, però, è il fatto che la statua venga posizionata sulla barca proseguendo il suo percorso via mare. A precedere i riti mariani è la festa, che si tiene già dal giorno prima con i tanti eventi ad allietare le serate dell’isola: gruppi folk, bancarelle, prodotti tipici, tutto ciò che suscita poi la curiosità dei turisti. La festa si chiude infine con i caratteristici giochi pirotecnici sul mare.

Cultura ed economia: la pace della natura e le luci della notte, è la “Panarea da bere”

La cultura di Panarea non è solo da ascrivere ai luoghi storici e di culto di cui abbiamo scritto sopra, ma anche al motivo per cui viene definita “l’isola dei vip”. Tema, questo, che si mischia molto anche con l’economia del territorio, che specie nei mesi estivi subisce l’onta positiva dell’arrivo di tantissimi turisti, molti di loro – appunto – importanti personaggi dello spettacolo. Un appeal che l’isola ha raggiunto soprattutto intorno agli anni ’70 e che da quel momento non si è mai fermato. Chi arriva sull’isola, cerca un posto “diverso”, cerca di immergersi in un’oasi di relax isolato dai ritmi euforici della penisola. Ma di ritmi euforici, specie la notte, anche Panarea si “ciba”. Al calar del sole, infatti, la pace della natura fa spazio alla cosiddetta “Panarea da bere”, in cui a farla da padrone sono musica, allegria e spensieratezza fino alle prime luci dell’alba. L’isola, così, si trasforma, con la movida a prendersi la scena e a lasciare a bocca aperta tutti i turisti del mondo che la osservano da fuori come una bellezza incantata e sublime.

Con la fama raggiunta nel tempo, l’isola di Panarea è diventata anche terra di conquista per il cinema. Diversi sono stati infatti i film girati qui: dal celebre “Stromboli terra di Dio” di Rossellini del 1950 a “L’avventura” di Michelangelo Antonioni passando al più recente “Panarea” di Pipolo, nelle sale nel 1997. Sull’isola è anche stata girata una scena del secondo episodio di “Caro diario“, film del 1993 di Nanni Moretti.

Come si può trascorrere una giornata a Panarea?

Cosa è d’obbligo per un qualsiasi turista che arriva per la prima volta a Panarea? Le luci del giorno sono quelle in cui godersi la natura, in cui passeggiare e scoprire i posti più caratteristici e di culto del luogo o lasciarsi andare al fascino delle spiagge e del mare descritti sopra. Le luci del tramonto e della notte trasformano invece l’oasi di pace e natura in oasi di divertimento e mondanità. Dagli aperitivi lussuosi alle cene romantiche in riva al mare, prima di passare agli sfrenati show offerti dalle discoteche in spiaggia e non solo. La più esclusiva è sicuramente il Raya, con 3 terrazze che si affacciano su uno scenario mozzafiato.

Da Torino a Panarea per scappare dal Covid: la storia di Massimo e Michela

Colpisce la storia riguardante Massimo (66 anni) e Michela (55), una coppia di Torino che ha deciso di trascorrere i mesi turbolenti del Covid-19 sull’isola di Panarea, nella sua casa bianca in faccia al mare e allo Stromboli. Un modo, questo, per uscire fuori dai mesi tragici del lockdown e ritrovare la libertà perduta in un’isola in cui le mascherine, le zone a colori, il coprifuoco sono solo e soltanto un’invenzione. “Abbiamo vissuto in libertà dai primi di giugno 2020 – le parole all’Agi di Michela – e non abbiamo intenzione di muoverci, non ci piace la vita che vediamo ‘fuori’. Sono rimasta colpita dal fatto che, prima del nostro arrivo, così mi è stato riferito, per qualche tempo alcuni abitanti hanno assunto un atteggiamento ‘antico’, quello di difendere l’isola da possibili nemici in arrivo con l’aliscafo. Se anche uno di loro andava e tornava da Milazzo veniva percepito come pericolo e si guardava con sospetto agli ‘sconosciuti’ che approdavano. Poi, però, non so cosa sia successo nella testa di chi vive qui, circa 300 persone, ma è come se si siano dimenticati di tutto e il Covid è diventato tra loro un argomento di discussione molto marginale”.

Come Massimo e Michela, almeno altri venti hanno deciso di fare la stessa scelta: “Noi ci frequentiamo in modo fisso in un gruppo di sei, siamo diventati come una famiglia. Le nostre giornate dipendono dal tempo. Capitano delle ‘estati improvvise’, dei momenti in cui si può prendere il sole in terrazza o nelle spiagge più riparate. Oppure si fa un’escursione in altura. Nessuno di noi ha il riscaldamento, accendiamo i camini quando fa freddo. I carabinieri sono ‘stagionali’, a volte sono un po’ preoccupata se penso che possa succedere qualcosa. Viene una farmacista una volta alla settimana, abbiamo un medico di base. Il giornalaio non c’è, mi informo con la radio”.