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Intelligence: Michele Colajanni al Master dell’Università della Calabria

michele colajanni

Intelligence, Michele Colajanni al Master dell’Università della Calabria “Per affrontare la società digitale l’unico modo è studiare costantemente. Le principali scelte di vita vengono assunte prima dei vent’anni e i social si stanno concentrando sui giovani”

Michele Colajanni, professore dell’Università “Alma Mater” di Bologna, ha tenuto una lezione dal titolo “Profili di Cyber Intelligence: criticità e prospettive”, durante il Master in Intelligence dell’Università della Calabria, diretto da Mario Caligiuri.

Colajanni ha evidenziato che “oggi tutto è digitale. Le trasformazioni avvengono a una velocità impressionante e tuttavia molti tendono a non accettare che il mondo è profondamente cambiato, per sempre. Viviamo in una Pangea digitale ancora in formazione”. Mentre negli anni Ottanta si connettevano i computer, negli anni Duemila si sono connesse le persone; adesso si stanno interconnettendo le cose e in futuro saranno messi in rete altri esseri viventi, forse noi stessi senza intermediazioni visibili. In un contesto in cui tutto è interconnesso sfumano i confini fisici tradizionali, culturali e mentali, ed è necessaria una grande apertura mentale per interagire con gli altri settori disciplinari e i differenti contesti nazionali, culturali e religiosi”. “Per affrontare la società digitale – ha affermato Colajanni – l’unico modo è quello di studiare costantemente, verticalizzare le proprie competenze, ma potenziare anche la capacità di parlare e confrontarsi con gli altri”.

Ha poi proseguito dicendo che “nella Pangea digitale sfumano i confini tra privato e pubblico, dove il legale è legato ai confini nazionali e
l’illegale può approfittare di una rete dove le notizie vengono condivise in modo rapidissimo e gli attacchi possono essere sferrati in
secondi su scala mondiale. Anche i rapporti di forza tra Stati si stanno modificando, per cui Paesi piccoli, come ad esempio la Corea del Nord o Israele, possono diventare potenze digitali e competere con i Paesi molto più grandi”.

“In questa società digitale”, ha aggiunto, “i dati rappresentano il nuovo petrolio e i due mercati totalmente digitali più ricchi, misurabili in centinaia di miliardi di dollari all’anno, sono rappresentati dalla compravendita dei dati e dal cybercrime. Gli stessi social sono nati appositamente per acquisire i nostri dati: non è vero che ce li rubano; siamo noi che glieli diamo senza leggere i termini di utilizzo. Anche l’applicazione cinese Tik Tok nasce con l’obiettivo apparente di far divertire i giovani, ma soprattutto per acquisire i loro dati che sono fondamentali, perché l’80% delle scelte importanti che ciascuno compie nella vita vengono effettuate prima dei vent’anni. Analoga motivazione ha spinto nel 2014 Facebook ad acquistare WhatsApp per 19 miliardi di dollari; basti pensare che l’Audi sarebbe costata solo 14 miliardi di dollari e 18 l’intera Louis Vuitton. Nonostante Facebook avesse già un miliardo di utenti, non aveva i giovani perché loro fuggono dai social dove ci sono troppi adulti: prima WhatsApp, oggi Tik Tok, domani chissà”.

Colajanni ha infatti proseguito dicendo che “oramai si sviluppano molte app con il reale motivo di acquisire dati e anche chi è nato per motivi differenti, oggi tende allo stesso scopo. Non a caso, nei soli Stati Uniti sono state censite oltre cinquemila società di Data Broker, di cui gli utenti non sanno nulla ma che raccolgono, elaborano dati personali di tutti i tipi, inclusi quelli sanitari, genetici, bancari. In questo contesto, il confine tra legalità e illegalità è molto labile e tutto dipende dalle leggi di uno specifico Paese che tuttavia non si applicano in un altro. Inoltre, sempre in America, il 30% delle persone utilizzano gli assistenti digitali, che sono facilitatori nella ricerca delle informazioni che però vengono filtrate sulla base di regole di utilizzo ignote, senza alcun vero controllo personale, ben al di là di ogni legge sulla privacy. La Pangea digitale, fondata su tecnologie di elaborazione e di comunicazione estremamente più rapide di qualsiasi capacità umana ha enormi problemi costitutivi a livello di princìpi etici, legali, economici, che si evidenziano nella carenza di organismi internazionali che devono deliberare, vigilare e far rispettare le leggi. In uno scenario senza confini per criminali, attaccanti cyber, Big Tech e data broker, ogni legge nazionale rischia di essere velleitaria. E’ un’epoca nuova per l’umanità, interessante e sfidante che ci apre a tutti gli orizzonti possibili: dagli scenari orwelliani, già realtà in diversi Paesi, a un ottimismo della volontà che ci contraddistingue. Tutti gli Stati sono in difficoltà, ma le democrazie soffrono più degli stati autoritari che riescono a imporsi sulle proprie aziende tecnologiche, e il recente caso di Alibaba è esemplare. Tuttavia, ritengo probabile che tutti i Paesi dovranno arrivare a qualche forma di compromesso con le Big Tech che, non va dimenticato, sono i fondatori del mondo digitale, e ai padri fondatori vanno riconosciuti dei meriti e anche dei crediti. La strada migliore è il compromesso piuttosto che una guerra intestina che qualcuno inopinatamente suggerisce. Siamo sicuri che provare a parcellizzare Amazon, Google, Microsoft faccia gli interessi delle democrazie occidentali quando analoghe realtà titaniche sono state create in Paesi non democratici?”.

“Anche l’intelligence – ha evidenziato – deve adeguarsi a uno scenario molto diverso da quello in cui era depositaria di tutti i segreti, quando le fonti aperte erano poche, controllate e in gran parte censurate. Quel mondo non esiste più: tutti i cittadini sono reporter con una telecamera in tasca; tutti hanno la possibilità di diffondere notizie vere, false, false ma credibili, magari generate dai nuovi strumenti di deepfake, tecnica basata sull’intelligenza artificiale, con la quale si combinano video e parole per creare dichiarazioni che sembrano inquivocabimente credibili mentre sono totalmente false. Alcune informazioni classificate vengono pubblicate sul web, come ha dimostrato Wikileaks e altri siti del dark web; altre informazioni delicate appaiono su Twitter prima che possano arrivare all’intelligence. In questi scenari, è diventato fondamentale saper gestire le fonti aperte con strumenti adeguati, umani e tecnologici, e saper integrare il tutto con le informazioni riservate proprie dell’intelligence. No, i computer non rimpiazzeranno gli uomini, quelli sono scenari holliwoodiani, ma gli uomini che sapranno avvalersi della potenza dei computer e delle informazioni digitali rimpiazzeranno quelli che non lo sapranno fare. E’ sempre stato così con la tecnologia: l’uomo con l’aratro ha rimpiazzato il contadino a mani nude, e l’uomo con il trattore ha rimpiazzato il contadino con l’aratro. Trovo normale e corretto che, in uno scenario così nuovo, tutte le organizzazioni di intelligence, fondamentali per la tutela degli interessi dei Paesi, stiano rivalutando le proprie forze, instaurando collaborazioni e acquisendo nuove competenze che dovranno arricchire non sostituire quelle tradizionali. Tuttavia, per tutte le organizzazioni, c’è una nuova sfida mondiale da considerare che è rappresentata dalla competizione per l’acquisizione e la tutela delle migliori menti e competenze. Google, Amazon, Tesla, McKinsey in competizione tra loro e con Intelligence, Difesa, Università, negli Stati Uniti come in Italia, grande madre di cervelli molto apprezzata all’estero”.

“Queste menti sono fondamentali per competere nella Pangea digitale dove – ha sostenuto – operano i soliti tipi di avversari degli interessi di un Paese ma con nuovi strumenti; c’è chi ha motivazioni ideologiche, chi motivazioni criminali, chi di business, chi di ruolo. Ma in realtà, ci sono solo due grandi categorie: i competenti, pericolosissimi, e i non competenti, un tempo non particolarmente pericolosi, ma che oggi possono utilizzare strumenti e servizi di attacco provenienti dal mercato o da reti criminali-statali, dove anche in questo caso i confini sono sempre più sfumati. Le informazioni sugli obiettivi, le vulnerabilità, gli strumenti di attacco e i mezzi per diffonderli si possono trovare, comprare e anche scambiare. In queste attività, gli Stati, tutti gli Stati, si sono trovati in ritardo e hanno dovuto ricorrere a società specializzate, la cui efficacia è indubbia, mentre talvolta è discutibile il rigore sui princìpi e sul rispetto delle regole. Pertanto, l’auspicio è che certe competenze possano essere sviluppate all’interno e tutelate, con tutte le difficoltà già evidenziate sul riuscire a trattenere le persone più competenti. Non è un caso se la Gran Bretagna sta investendo dal 2012 novecento milioni di sterline all’anno per rendere la propria nazionale il territorio informatico più sicuro, e per difendere le aziende inglesi in qualunque area del mondo operino. E lo sta facendo assumendo competenze, anche di centinaia di ragazzi italiani. L’Italia è più indietro rispetto ad analoghe nazioni. Si è mossa in ritardo, sconta una complessità legislativa in grado di emanare rapide dichiarazioni di principio e leggi manifesto che trovano attuazione operativa dopo anni, magari in uno scenario differente, e non ha il coraggio di affrontare il tema eticamente e giuridicamente complesso della difesa pro-attiva. Quando poi si emanano leggi senza oneri per lo Stato, è improbabile che si riescano a tutelare gli interessi digitali, economici e sociali del Paese. Ma sono fiducioso, voglio essere fiducioso perché qualche segnale positivo si intravede”.

Colajanni ha concluso affermando che “l’intelligence oggi deve tutelare una superficie di attacco sempre più ampia anche perché vale sempre la massima: mentre i dilettanti attaccano i sistemi, i professionisti attaccano le persone. Quindi, aumenta la necessità di difendere il Paese sia da attacchi cyber al nostro patrimonio aziendale sia da influenze esterne digitali, in quanto i mezzi di profilazione e persuasione per influenzare l’acquisto di un bene sono analoghi a quelli adottabili per orientare il consenso elettorale. Ogni società in ogni epoca ha dovuto trovare il proprio bilanciamento tra sicurezza e libertà. In questo scenario digitale, la democrazia, sebbene in crisi, rimane la massima garanzia di libertà che ciascuna generazione deve saper comprendere e difendere anche dai moderni cantori di modelli autoritari. Nella complessità di tutte le sfumature della società digitale, l’intelligence preposta alla tutela della democrazia e dei nostri interessi nazionali costituisce un asset fondamentale del Paese, da tutelare, rispettare e potenziare, non da conquistare. Ed è bene ricordarlo a tutti i partecipanti di un Master sull’intelligence di cui dobbiamo ringraziare il prof. Caligiuri”.