fbpx

Il sonno di Biden

Foto di Michael Reynolds / Ansa

La crisi del killer russo è di quelle che fanno ridere oltre che, naturalmente, preoccupare. Preoccupare non solo per le sue possibili conseguenze sui rapporti tra USA e Russia quanto piuttosto perché ci fa dubitare della capacità di Biden di far fronte ai suoi doveri di presidente degli Stati Uniti.

Franklin D. Roosevelt, Truman, Eisenhower avevano a che fare con Stalin, ma non pensarono lontanamente di dargli dell’assassino pur avendo a che fare con quella bella lana di tiranno sanguinario; la stessa cosa si potrebbe dire dei loro successori che ebbero a che fare con una serie di capi sovietici che, a partire dal de-stalinizzatore, Kruscev, erano stati complici di Stalin.

L’accusa rivolta da Biden a Putin è quella di essere un ‘assassino’ e, come egli ben sa per il fatto stesso di vivere in un Paese che ha tra le sue virtù quella del ‘due process’, si tratta di un’accusa che non solo va provata ma va anche punita.

È un’accusa che va ben oltre quella rivolta dalla Clinton allo stesso Putin in occasione dell’annessione della Crimea, cioè di comportarsi come l’Hitler che annesse l’Austria, i Sudeti, etc., o di essere “un tipo duro dalla pelle delicata” e un “ex-agente del KGB freddo e calcolatore”, una “minaccia gli interessi americani”.

Questa della Clinton era una valutazione politica sebbene priva di una strategia d’intervento; quella di Biden è un’accusa gravissima diretta contro una persona con nome e cognome che è anche il Presidente di una grande potenza.

Forse, in politica estera, Biden vorrebbe distinguersi dalla linea seguita da Trump, che cercava di porsi con la Russia in una posizione tale da ottenerne almeno la neutralità nel contrasto all’espansione politico-commerciale della Cina: dobbiamo rilevare che, se così fosse, ha scelto modalità e terreno scivoloso e pericoloso; forse, nelle parole di Biden, possiamo trovare un risentimento personale per qualcosa che dalla Russia è trapelato contro i comportamenti di un suo familiare. Ma la cosa più grave della sparata di Biden non è solo il fatto che non ha, o non ha ancora, una strategia chiara; è non tanto di non avere previsto le misure da prendere dopo avere rivolto una simile accusa né le ritorsioni che Putin potrebbe adottare contro la sua opposizione interna e contro i punti più deboli dell’Occidente più che verso gli Stati Uniti; la cosa più grave è di avere motivato l’accusa con le presunte interferenze russe nelle elezioni americane: a far parlare così un Biden in trance non sono stati il tentato assassinio di Navalny, non le carcerazioni di massa o i vecchi crimini commessi durante le guerra in Cecenia, ma l’incubo di Trump, l’incubo della sua ricomparsa dopo il fallito tentativo di metterlo fuori giuoco con l’impeachment,

È più grave perché fin dall’inattesa sconfitta elettorale della povera Hillary Clinton e da quella temuta dello ‘sleeping Joe’, i democratici o una parte di essi hanno tentato di mimetizzare la deblacle dietro il paravento delle manovre russe per influenzare l’elettorato americano.

Come abbiamo saputo dalle indagini estese e rumorose svolte dal FBI o dal Congresso, si tratta di ipotesi non provate o provate soltanto rispetto a fatti minori e ininfluenti: nel 2018, un gran giurì federale statunitense ha accusato 12 funzionari dell’intelligence militare della Russia di aver hackerato le reti informatiche della candidata Hillary Clinton e del Partito Democratico in occasione delle elezioni presidenziali del 2016 escludendo però che alcun cittadino statunitense fosse stato coinvolto nel presunto crimine. Nemmeno il procuratore speciale Robert Mueller, nonostante anni di indagini che accertarono soltanto che alcuni cittadinii russi avrebbero assunto una falsa identità su internet per diffondere messaggi controversi, viaggiare negli Stati Uniti per raccogliere informazioni e organizzare comizi politici fingendosi americani. Tuttavia, non fu provato il coinvolgimento diretto del governo russo né quello di Trump quale beneficiario ‘consapevole’ di queste attività russe.

Ben poca cosa rispetto ai finanziamenti cospicui cui eravamo abituati quando in Italia, per influenzare le nostre elezioni, dagli Stati Uniti arrivavano soldi alla DC e ad altri partiti o, peggio, Stalin, Kruscev e Breznev pagavano il PCI, i suoi leader e i suoi giornali: non ci scandalizzavamo né per questi pagamenti né per i viaggi che questi leader italiani facevano a Mosca per prendere ordini anche se l’URSS era un nemico del nostro Paese; invece oggi, crocifiggiamo Renzi per le sue visite in Arabia Saudita e Dubai, nostri partner politico-commerciali.

L’avere ipotizzato che Trump avesse potuto vincere nel 2016 soltanto per queste influenze russe sul voto americano e che ne abbia goduto anche nelle elezioni, perdute, del 2020 ha delegittimato la più solida e antica democrazia del mondo più di quanto abbia potuto delegittimare personalmente Trump che, in fondo, ha potuto governare per quattro anni anche se sotto una valanga di accuse e di insulti.

Insomma ha insinuato il dubbio che la democrazia tout court possa veramente funzionare e sottrarsi alle influenze più pericolose e negative: se anche quella americana non solo è soggetta alle manipolazioni fisiologiche degl’interessi che la abitano ma è anche supina a quelle del nemico esterno, allora è meglio affidarsi ai despoti illuminati anziché a presidenti eletti ma assonnati.