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Il 2 marzo 1942 nasceva Lou Reed, uno dei più grandi rocker di sempre

Il 2 marzo 1942 nasceva Lou Reed, uno dei più grandi rocker di sempre. Cosa mi piaceva di lui? Io l’ho conosciuto quasi postumo, quando da molto tempo aveva fatto i suoi album e i suoi pezzi più famosi

Il 2 marzo 1942 nasceva Lou Reed, uno dei più grandi rocker di sempre, morto nel 2013, circondato dall’amore della moglie Laurie Anderson, altra grande star musicale. Negli anni 60 Reed si era imposto come autore e voce del gruppo newyorkese dei Velvet Underground, che lavorava nell’ambito della “factory” di Andy Warhol. I pezzi più famosi di Reed cantavano la disperazione, la droga, il mondo gay, la marginalità. Tutti aspetti che lui, figlio di un grande avvocato, era arrivato a conoscere abbastanza da vicino. Uscito dal gruppo, fu David Bowie (suo grande ammiratore) a salvargli la vita, a tirarlo fuori dalla droga, e a incoraggiarlo a intraprendere la carriera di solista. I testi di Lou Reed degli anni 60 e 70 erano molto duri, esprimono gli aspetti più duri della grande metropoli. Ma per noi italiani, in fondo, le parole non sono così importanti nelle canzoni in lingua inglese, risultano quasi sempre incomprensibili. Devono essere studiate appositamente, in un secondo momento, se l’artista o un suo pezzo ti interessa. Sono un tutt’uno con la musica. E la  voce stessa di Lou Reed era musica, volutamente monotona e apatica, molto accattivante. La sua chitarra era semplice, almeno in apparenza, pochi accordi per cantare la marginalità. Ma la musica sua e dei Velvet Underground, nel complesso, era sempre un passo avanti, e influenzò piano piano gradualmente gran parte del rock a lui contemporaneo, e quello successivo. Anticipava rock duro e melodie stranianti, in un melange di grande riuscita. Prima di un grande interprete, Reed è stato un grande autore, capace anche di reinterpretare i suoi pezzi con nuovi arrangiamenti, rendendoli ogni volta una canzone in gran parte diversa. In Italia il primo concerto fu un disastro, cercarono di impedirgli di suonare, a Roma, e ci riuscirono, perché nella copertina di un disco appariva una svastica. Ma era solo l’estetica che anticipava il punk, che voleva scandalizzare a tutti i costi e in modo radicale, perché voleva significare che rifiutava tutta la società, in toto. Non era certo un messaggio politico (Reed può essere considerato, se proprio lo vogliamo etichettare, un democratico made in Usa). Quando si capì questo, l’Italia divenne forse la sua patria musicale d’elezione, fece decine di concerti negli anni. Venne a suonare anche a Cosenza, nel 2003, una delle poche grandi star internazionali che visitò la Calabria. Sempre con quella voce triste e monotona, di grande impatto. Negli ultimi anni non aveva più voce, la malattia lo corrodeva dentro. Cantava con un filo di voce (l’ultima volta in Italia, all’Auditorium di Roma), ma bastavano due o tre accordi che, riconosciuto il pezzo, il pubblico esplodeva in un applauso, estasiato. Per chi amava Lou Reed, egli era il massimo, dal punto di vista musicale. Grazie Lou, sei stato un grande, sensibile poeta del mondo moderno, coi suoi problemi, e anche con i suoi sorrisi.

Olga Balzano Melodìa