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Il dott. Amodeo: “nessun motivo scientifico per la zona rossa in Calabria, unica crescita esponenziale è quella del tasso di povertà. Chiusure stanno facendo più danni della pandemia anche sulla salute della popolazione”

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Calabria in zona rossa, intervista al dott. Enzo Amodeo: il primario di cardiologia all’Ospedale di Polistena ribadisce la realtà scientifico-sanitaria della Regione, “assolutamente incoerente” con la zona rossa

La Calabria torna in zona rossa da lunedì 29 marzo: la scelta del ministro Speranza ha scatenato la rabbia dei cittadini che non riescono a capire le motivazioni di un provvedimento così estremo rispetto a una situazione epidemiologica che rimane fortunatamente contenuta. A confermare dubbi e perplessità sulla scelta del ministro è il dott. Enzo Amodeo, stimato cardiologo di fama internazionale, oggi primario della Cardiologia all’Ospedale di Polistena. Ai microfoni di StrettoWeb, Amodeo è schietto come sempre e non le manda a dire: “Allo stato dell’arte, per chi si interessa di medicina del territorio e per chi è perfettamente a conoscenza di quelle che sono le potenzialità degli ospedali, in Calabria il tasso di occupazione delle terapie intensive è pari al 22%, mentre per poter dichiarare zona rossa una Regione è necessario che la soglia di allerta sia superiore al 30%. Il tasso di posti letto occupati nell’area medica è pari al 35%, mentre l’allerta rossa scatta al 40%. Quindi allo stato attuale la Calabria non ha una soglia di allerta per l’occupazione dei posti letto, nè in area medica nè in terapia intensiva. Inoltre, analizzando i dati del contagio, la Calabria ha un tasso di incidenza particolarmente basso, appena 132 nuovi casi settimanali ogni 100 mila abitanti. E’ un dato molto importante perchè proporziona il livello del contagio sul territorio rapportandolo alla popolazione, ed è quindi azzeccato per capire l’andamento della pandemia. La soglia limite per entrare in zona rossa è di 250 nuovi casi settimanali ogni 100 mila abitanti, da cui la Calabria è fortunatamente molto lontana. Lo stesso ministro Speranza ieri ha annunciato il ritorno in zona arancione del Lazio, che ha infatti un’incidenza di 217 nuovi casi settimanali, inferiori alla soglia di 250 della zona rossa, ma abbondantemente superiori a quelli della Calabria. Ho elencato tutti questi dati perchè servono per dare una motivazione scientifica alla non applicabilità della zona rossa in Calabria, che dovrebbe invece ancora essere in arancione. Mi chiedo se ci sono altri motivi secondo cui la Calabria debba essere considerata ancora una volta zona rossa nonostante non ci sia alcuna evidenza scientifica, e mi auguro che ci si ravveda facendo marcia indietro al più presto su una scelta così grave e ingiusta. Dobbiamo ricordare infatti che la Calabria ha un tessuto economico molto fragile, quindi la dichiarazione della zona rossa rende ancor più debole la nostra terra: l’unica crescita esponenziale che vediamo ogni giorno è quella del tasso di povertà, determinata non dal virus in sè ma dalle scelte prive di basi scientifiche assunte dalla politica“.

Eppure lo scorso autunno lo stesso Ministro Speranza mandava in Calabria l’esercito per gli ospedali da campo ed Emergency per le tendopoli, proprio per evitare che la Regione fosse in zona rossa a causa dei pochi posti letto disponibili. 

Infatti bisognerebbe chiedersi a cosa sono servite tutte quelle operazioni fatte con l’intento di migliorare l’assistenza nei confronti della popolazione calabrese: se oggi viene dichiarata di nuovo la zona rossa, significa che hanno fallito in toto. E hanno fallito coloro che gestiscono la sanità in Calabria, cioè i commissari inviati proprio dal Ministero della Salute. Hanno costruito tendopoli e ospedali da campo che non sono serviti a nulla, come avevamo detto sempre su StrettoWeb in tempi non sospetti. Gino Strada, con l’onestà che lo caratterizza, l’ha detto di recente dopo il disimpegno dalla Calabria, che quelle tendopoli erano inutili. Eppure sono strutture che hanno comportato spese non indifferenti per le forniture tecnologiche e gli arredi necessari. Il problema è che da Roma non hanno contezza di quella che è la situazione sanitaria della Calabria, non conoscono la funzionalità delle strutture e non conoscono le potenzialità degli ospedali. Ancora nessuno sa – e l’abbiamo visto nelle affermazioni deliranti fatte dal precedente commissario ad acta Cotticelli – il numero dei posti letto disponibili nelle terapie intensive, non si conosce la potenzialità degli ospedali, e quel poco di riferimento che viene fatto, viene fatto agli ospedali hub, che sono gli ospedali Covid. Tra questi ospedali oggi c’è una situazione di sofferenza soltanto a Cosenza, che è l’unica città per la quale si potrebbe ipotizzare una zona rossa. Nel territorio reggino il GOM è da tre mesi e mezzo nello “scenario 1”, eppure hanno convertito in Covid Hotel l’ospedale di Gioia Tauro. Mi domando a cosa è servita la conversione, vorrei sapere quante prestazioni sono state effettuate. L’unica cosa certa è che quei pochi medici che c’erano nella cardiologia ospedaliera di Gioia Tauro sono stati dirottati altrove per cui oggi le prestazioni cardiologiche di Gioia Tauro vengono effettuate dall’ospedale di Polistena. I pazienti vengono continuamente trasferiti con le ambulanze, determinando un’impennata dei costi per il sistema sanitario e l’impossibilità di utilizzare i mezzi quando servono per le urgenze. Così al danno si aggiunge la beffa. La Calabria, per com’è sistemata, al di là del singolo caso di Cosenza dove realmente si riscontra una nicchia di sofferenza non ha alcuna caratteristica per poter essere posta in zona rossa.“.

Forse si poteva agire diversamente, dichiarando la zona rossa soltanto nelle zone più colpite dal contagio e dai ricoveri? 

La diffusione del virus è ormai definita pandemica, ma ci sono aree particolarmente critiche che potremmo definire come aree endemiche nell’ambito della pandemia. Nel senso che in alcune città e in alcuni luoghi, in alcuni distretti territoriali, l’incidenza è più alta e così come si è fatto nel passato, si dovrebbe fare una diversificazione tra le varie città, i comuni e le province, per evitare di fare di tutta l’erba un fascio e rendere ancora più sofferenti quelle aree su cui bisognerebbe concentrarsi maggiormente. Si tratta delle famose chiusure chirurgiche di cui parliamo invano da tempo, ormai più di un anno. Che senso ha chiudere un intero Paese, un’intera Regione o un’intera Provincia se i focolai sono ben localizzati in determinate aree geografiche? Neanche voglio dire comuni e città, perchè in alcuni casi si tratta di quartieri. Basterebbe isolare quelli“.

E invece non solo la Calabria torna in zona rossa, ma nei tre giorni di Pasqua lo sarà di nuovo tutt’Italia. 

Posso anche comprendere la scelta se nasce come un deterrente per evitare l’afflusso di parenti che arrivano dall’esterno, ma si tratta di un provvedimento che compromette lo stato psicofisico delle persone: l’impossibilità di stare insieme in momenti particolari della vita come le festività pasquali o natalizie è molto doloroso, e non parliamo più di un sacrificio isolato che poteva anche essere accettato a fronte di un’emergenza. Questa è la seconda Pasqua consecutiva in lockdown, in mezzo c’è stato un 25 aprile, un primo maggio, un Tutti i Santi, un Natale. Stare divisi e isolati nelle feste sta diventando la normalità. Chi vive a contatto con persone che hanno necessità di assistenza sanitaria si rende conto delle difficoltà degli anziani ma soprattutto dei bambini, la gente che si presenta dal medico per una consulenza si lamenta in particolare del fatto che con queste restrizioni così violente c’è un aumento delle malattie metaboliche. Si vive male e si vive peggio. Continuo a sostenere, e questi dati sono suffragati da ciò che viene estrapolato dai registri europei, che i pazienti cardiopatici acuti spesso non accedono alle cure ospedaliere perchè hanno paura del contagio e tutto ciò comporta, in casi per fortuna non molto frequenti, la morte al proprio domicilio, e in molti altri casi purtroppo molto più frequenti, la diagnosi tardiva che avrà esiti invalidanti. Le prognosi peggioreranno e avremo sempre più pazienti con esiti di patologie cardiache diventati ormai irreversibili. I veri conti, ahimè, li faremo dopo“.

I vaccini possono rappresentare la luce in fondo al tunnel: com’è la situazione? 

Anche su questo, purtroppo, riscontriamo un comportamento delirante sulla somministrazione dei vaccini: la gente è fortemente disorientata. I medici ricevono mediamente oltre 50 telefonate al giorno, sono oberati di richieste ma non sanno come muoversi. Credo sia stato giusto vaccinare prima di tutto il personale sanitario, sfido a trovare un dato di un’altra categoria professionale con più morti per Covid. E’ una scelta di rispetto nei confronti della professione medica, ma è anche una garanzia per i pazienti con qualsiasi patologia che sanno che possono affidarsi alle cure delle strutture ospedaliere senza dover temere la presenza di focolai negli ospedali come invece accadeva lo scorso anno o senza le carenze di personale per i contagiati che, pur senza forme gravi, erano costretti ad assentarsi dal lavoro per due settimane lasciando i reparti in difficoltà, come accaduto in autunno. Dopo aver vaccinato gli operatori sanitari, però, bisognerebbe dedicarsi agli anziani e alle persone a rischio, quindi coloro che hanno tante comorbidità, perchè avere più patologie insieme significa avere rischi molto più alti. Ovviamente in questa fase un ruolo fondamentale sarà svolto dal medico di famiglia che in genere conosce le caratteristiche dei paziente“.

Vuole mandare un messaggio al ministro Speranza?

Che posso dire… la speranza noi l’abbiamo persa! Credo che sia in atto l’ennesimo tentativo, tra l’altro mal riuscito, di militarizzare la Calabria. Anche in questo caso, forse, la soluzione migliore sarebbe mettere giù le mani dalla Calabria e consegnarla ai calabresi. Se sbaglieremo, moriremo per colpe nostre e non per colpe degli altri“.