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Il mondo con gli occhi di Anna Barbaro, l’atleta non vedente che da Reggio Calabria sogna Tokyo 2021: il Triathlon, l’incontro con il Papa e… Ibra

La storia di Anna Barbaro, l’atleta non vedente che sogna Tokyo 2021: lo sport come rinascita e il legame con Reggio Calabria

Fino a 25 anni avevo una vita normale, come qualsiasi ragazza di Reggio Calabria“. Anna Barbaro era una ragazza come tante, nel pieno dei suoi anni migliori, studiava ingegneria e violino al conservatorio. Di sport neanche l’ombra: “al massimo seguivo la Reggina“. Pensarci adesso mentre il suo nome viene accostato a Tokyo 2021, fa quasi sorridere. Anna non mira alle Olimpiadi ma alle Paralimpiadi, dopo i 25 anni infatti da ‘ragazza qualsiasi’ è diventata la persona straordinaria che è oggi. Per diventarlo è partita da una mancanza: sono 10 anni che Anna ha perso la vista.

Una disabilità alla quale non ero impreparata” spiega, visto il periodo passato a fare volontariato e servizio civile insieme ai non vedenti. I momenti difficili sono stanti tanti, lo sport e gli affetti più cari sono stati i pilastri ai quali appoggiarsi per rialzarsi una volta di più. Oggi Anna è una donna simpatica, solare e dalla risata contagiosa. Soprattutto è una donna forte, un’atleta che rappresenta Reggio Calabria e l’Italia in giro per il mondo. StrettoWeb ha avuto il piacere di approfondire la sua storia attraverso una piacevole chiacchierata.

Anna Barbaro, il virus e il mondo visto da un’altra prospettiva

Quella che nell’introduzione abbiamo definito quasi la ‘seconda vita’ di Anna, inizia nel 2010. Compaiono i primi problemi alla vista, la medicina brancola nel buio: si tratta di un virus che le ha intaccato il nervo ottico. Lo spettro dei colori scompare a poco a poco ma la sua percezione non tende al nero: il mondo intorno a lei diventa bianco. “A giugno 2010 credevano fosse un problema di vitamine dovuto alla celiachia. A gennaio 2011 hanno iniziato ad accompagnarmi perchè percepivo solo i colori più accesi come il rosso o il blu elettrico, per poi arrivare al giorno del mio compleanno, il 27 marzo 2011, in cui ho iniziato a vedere solo bianco. – racconta – Avevo determinati oggetti che usavo nella quotidianità di colori accesi: il pc giallo, l’accappatoio rosso ecc. Il giorno del mio compleanno, guardandomi intorno, non riuscivo a percepire alcun colore. Fino a quel momento ero una spettatrice di quello che succedeva, non me ne rendevo conto. Fin quando non se n’è andato quel po’ di colore al quale mi aggrappavo, non me ne rendevo conto. Dopo quel giorno sono andata da una dottoressa a Napoli per fare degli accertamenti, dopo i tanti che avevo già fatto: lì per la prima volta sono crollata. La dottoressa mi ha detto: ‘in questo momento mi rendo conto come la medicina abbia i suoi limiti. Non posso darti certezze per la tua vita futura, posso dirti di vivere giorno per giorno’“.

Può sembrare un’ossimoro ma perdere la vista le ha fatto cambiare prospettiva. Anna, racconta di quanto si sia resa conto dell’importanza delle piccole cose che prima dava per scontate e di quanto adesso senta la necessità di non sprecare alcun giorno in cui ringrazia il fatto che quegli occhi, nonostante tutto, può aprirli ancora una volta: “questo virus non era detto che si sarebbe fermato ai nervi ottici, sarebbe potuto andare avanti, poteva crearmi altri problemi. Ringraziando Dio si è fermato alla vista. Ogni giorno della mia vita ringraziavo perchè aprivo gli occhi, perchè mi volevo godere una nuova giornata, mi addormento stanca dalla giornata, ma contenta perchè so che l’ho vissuta e non l’ho sprecata. Domani cercherò di fare di più: questa è la mia forza. Mancandomi la vista mi sono resa conto che spesso non apprezziamo le piccole cose quotidiane. Quando perdi la vista non puoi più vedere cose che prima davi per scontate, come il viso di chi ami, il viso di tua madre. Provi altre emozioni, percepisci gli stati d’animo. Però quella mancanza ce l’hai sempre, sei sempre un essere umano. Io ogni tanto a mia madre la prendo in giro, dopo 10 anni, le dico: ‘pensa che nella mia immagine sei sempre giovane e bella’. Nei tuoi ricordi porti con te una mancanza, o meglio della nostalgia“.

Anna Barbaro, il rapporto con la fede: la maturità, Nora e quello strano incontro con il Papa

In una storia come quella di Anna, la fede ricopre un ruolo fondamentale. La frase di San Francesco “inizia dal fare ciò che è necessario, ti troverai a fare l’impossibile” è diventato il mantra della sua vita, seppur dopo un iniziale momento in cui il rapporto con la fede è sembrato vacillare. “Dall’età di 17 anni ho scelto di vivere la mia fede come francescana. Da quando ho perso la vista ho deciso di fare un passo in più e dal 2013 faccio parte dell’Ordine Francescano Secolare. La mia fede è maturata. – spiega AnnaDio all’inizio l’ho odiato, gliene ho dette tante. Non riuscivo a comprendere. A volte crediamo che il miracolo che ci può fare è quello che vogliamo noi: per me sarebbe stato quello di riguardagnare la vista. Ma perchè non pensarla in un altro modo? Perchè il miracolo non è stata invece la forza che mi ha dato per reagire ed essere la persona che sono adesso. Non sempre il disegno di Dio è quello che immaginiamo noi. Ho dunque voluto conoscere meglio Dio, da non vedente mi sono laureata in scienze religiose. Volevo essere più cosciente, questa cosa mi ha aiutato tanto. Io perdevo la vista e nasceva Nora il mio cane guida, nel gennaio 2011. Lei è stata il dono più grande che Dio mi abbia potuto dare per farmi capire che mi ama. Quante probabilità che il cane nascesse nel mese in cui io perdevo la vista? Certo, può succedere… ma è successo“.

Anna Barbaro ha anche incontrato Papa Francesco. Un’esperienza davvero particolare sotto tutti i punti di vista. “Il mio fidanzato ha mandato il fax per partecipare all’udienza, ma non aveva letto che non era stato inviato. Il giorno prima di partire per Roma ci accorgiamo che c’era stato un problema, ma l’indomani era prevista la partenza. – racconta – Gli ho detto: ‘spedisci la richiesta ugualmente, vediamo che succede…’. Quando siamo arrivati c’erano i nostri biglietti, eravamo scioccati. Arrivati all’udienza mi hanno fatto sedere nelle sedie davanti al Papa. Quando Francesco si è avvicinato, il mio fidanzato era emozionato e non riusciva a parlare. Mi sono sentita toccare, ho sentito la sua voce, non me l’aspettavo: ‘ho detto: ma questo è il Papa!’. Gli avevo portato lo zuccotto bianco come regalo. Mi ha detto che mi chiamo Anna come la madre di Maria. Poi il mio cane si è ficcato sotto la talare del Papa! (scoppia a ridere). È stato un incontro bellissimo“.

Anna Barbaro, lo sport come pilastro della vita: il Triathlon, Charlotte e… Ibra!

Una volta presa coscienza della sua disabilità, Anna aveva bisogno di reagire. Il padre l’ha subito portata in piscina, quando era ancora ipovedente, per farle fare una sorta di percorso di riabilitazione e adattamento alla nuova situazione. Successivamente, dopo la totale perdita della vista, è arrivato l’agonismo. “Ho iniziato dalla piscina, ma dopo un po’ mi stava stretta e sono passata al nuoto in acque libere. Ho fatto 4 volte la traversata dello Stretto a livello federale. – sottolinea Anna – Nel 2012 ho conosciuto il Triathlon con le Olimpiadi di Londra. Parlavano di due atlete fondamentali: Annamaria Mazzetti e una certa Charlotte Bonin che quell’anno per poco non era riuscita a qualificarsi. Io le ammiravo, mi chiedevo, con il mio allenatore: ‘chissà se anch’io lo posso fare, se sarò brava’. Il nuoto in acque libere non faceva parte delle Paralimpiadi, così sono passata alla pista ma mi sentivo ‘un criceto che gira’. Con il triathlon è stato amore. Mi ha regalato tante esperienze bellissime, ho conosciuto luoghi e culture che non credevo mai di poter conoscere: Giappone, Canada, USA, Spagna, Lettonia, Francia, Olanda, Australia. Ho conosciuto tante persone, amo conoscere le loro storie. Questo sport mi ha arricchita, ho legato con le mie guide e a loro devo tutto il mio percorso, è anche grazie a loro che sono quello che sono. Con Charlotte Bonin ci alleniamo dal 2019, dal 2020 facciamo parte delle Fiamme Azzurre, ho toccato vette che pensavo di non poter toccare. Il mio idolo è diventata la mia guida. Siamo state costrette a ritirarci da prime al Mondiale per un problema alla catena della bici. Poi abbiamo riconfermato il bronzo all’Europeo e abbiamo vinto due ori in Coppa del Mondo e una Para Series. Ora siamo quarte nel ranking mondiale e in quello olimpico“.

Due bronzi europei, due ori in Coppa del Mondo, la Para Series vinta esattamente un anno fa, occhi puntati sul Mondiale dei prossimi mesi e poi… il sogno delle Olimpiadi di Tokyo 2021. Anna è ben posizionata nel ranking, ma dei Giochi preferisce non parlare granchè. Un passo alla volta, anche perchè l’emozione sale al solo pensiero: “per ora sono il mio obiettivo e mi alleno per arrivarci, sono uno stimolo per dare qualcosa in più. Sicuramente sarà un’esperienza bellissima e importantissima, al solo pensiero mi batte il cuore a tremila e mi sento le farfalle nello stomaco“.

Foto di Matteo Bazzi / Ansa

Nel suo percorso coach Giuseppe Laface, la famiglia, il fidanzato e gli amici più stretti, quelli che sono rimasti anche dopo la disabilità, sono state le figure più importanti per Anna. L’atleta reggina però non nasconde di aver tratto ispirazione anche da due grandi sportivi del passato ed uno, davvero particolare, del presente: “mi ispiro molto a Pietro Mennea e Gino Bartali, due grandi dello sport, umili, che hanno lottato per quello in cui credevano. Hanno fatto in modo, grazie alla loro forza e alla loro fama, di far crescere i posti dai quali provenivano. Attualmente la persona che ammiro di più è invece Zlatan Ibrahimovic: ha quella consapevolezza di se stesso, sembra troppo convinto di sè che a me manca. Lo ammiro per il suo carattere, è quella parte che io cerco continuamente di creare, perchè riesco ad essere convinta di chi sono e delle mie forze solo nelle gare. Ci provo! Ammetto di essere anche milanista, ma dico la verità: lo ammiravo anche quando non era al Milan, quando è uscito il suo libro l’ho letto. Ha una bella testa. È convinto di sè perchè ha subito tanto, ha affrontato tante difficoltà”.

Anna Barbaro, il legame con Reggio Calabria e l’impegno nel sociale

Anna si è sempre allenata a Reggio Calabria, città della quale si dice innamorata e che vuole contribuire a migliorare dando un’immagine sempre bella e positiva. Grazie alle sue gare, Anna ha l’occasione di girare il mondo portando Reggio nel cuore e il tricolore cucito sul petto, due sensazioni indescrivibili. “Sono contenta di fare parte di questa terra molto bella. Per me è importante essere a casa, il mio mare, stare qui. Io sento di appartenere a questa terra che può dare tanto. Voglio riuscire a dare una scossa positiva. Dal niente possono nascere cose belle, ognuno di noi può dare un’immagine di una Calabria bella e positiva che noi conosciamo. – racconta – Mi emoziona tantissimo avere il tricolore sul petto, porto la Calabria nel cuore e sul petto l’Italia. Mi sento come una formica alla quale è stata data una forza da gigante ed è orgogliosa di potersi battere per la sua nazione. Questa cosa mi emoziona. Tutte le volte che dicono il mio nome e cognome, insieme alla nazionalità Italiana, è una sensazione particolare: mi chiedo sempre se sarà all’altezza, ma anche se mi sento una formichina, ho una forza e un cuore da leone e porto con me tante persone“.

Per concludere abbiamo chiesto ad Anna di lanciare un messaggio a quei ragazzi e quelle ragazze che si trovano in una situazione simile alla sua. Anna, con il supporto di Team 14, la polisportiva per disabili della quale fa parte, ha invitato chiunque senta la necessità di chiedere aiuto a farlo senza paura: “i limiti esistono, ma se noi li rendiamo più grandi di quello che sono avranno la meglio su di noi, invece dobbiamo essere noi più forti e scavalcarli. Se non riusciamo da soli dobbiamo avere il coraggio di chiedere aiuto. Ci sono molte persone pronte ad aiutare. Chiunque voglia, io sono a disposizione. Com’è stato d’aiuto a me il supporto di quei non vedenti che mi hanno aiutato, oltre a quello della mia famiglia, dico anche agli altri di chiedere aiuto, di reagire, di prendere in mano la loro vita perchè è brutto sprecarla. Per chiunque abbia bisogno, io ci sono, così come la mia società Team 14. Superare i nostri limiti ci fa sentire più felici e più liberi“.