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Scuole in Calabria, Spirlì non molla e arrivano gli insulti: “Mi hanno augurato di crepare, che possa morire mia mamma, la mia famiglia, che mi ammazzi Dio”

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Scuole in Calabria, il presidente facente funzioni della Regione Nino Spirlì si è confrontato con rappresentanti, insegnanti e genitori sul tema

Continua la battaglia del presidente facente funzioni Nino Spirlì sul tema scuole in Calabria. Dopo le note vicende delle ultime settimane, con la minaccia di chiuderle in seguito alla riapertura fatta dal Governo e con la scelta di una didattica mista (in presenza al 50%), oggi si è tenuto un incontro con alcuni enti – tra cui l’Ufficio Scolastico Regionale – per discutere dell’argomento e ascoltare il parere di rappresentanti, insegnanti e genitori i quali avevano la possibilità di interagire in diretta. “Non si stanno comprando le scarpe in presenza, non si sta andando dai propri cari nell’Rsa o negli ospedali in presenza. Nulla si sta facendo in presenza in questo momento. I nostri ragazzi acquistano gli oggetti con tablet, cellulare o computer, con questi mezzi si riuniscono in chat e con questi mezzi giocano”, ha detto Spirlì in riferimento a tutte quelle attività che non si stanno svolgendo in presenza.

E, da qui, prosegue la sua battaglia contro l’apertura delle scuole. Per questo, nelle ultime settimane, ha ricevuto minacce anche pesanti, come lui stesso confessa: Mi hanno augurato di tutto, che io possa crepare, che possa morire mia mamma, la mia famiglia, che mi ammazzi Dio. La legge si rispetta perché quella è. Se qualche centinaio di genitori non è stato d’accordo e se oltre 10 mila hanno raccolto le loro firme sotto forma di petizione per l’esatto contrario, io devo rispettare entrambe le posizioni. Per le decisioni che prendo, però, guardo sempre ai giovani e alla loro tutela, della salute e della salute mentale. Se un ragazzo va a scuola e poi torna a casa crea un circuito per cui rischiano i familiari. E poi ci si chiede: ‘Papà è morto per colpa mia, mia nonna è morta per colpa mia. Quando un’impresa di un piccolo comune chiude, parliamo della chiusura della dispensa familiare, perché sono aziende a conduzione familiare. E così priviamo i grandi di uscire. Noi, a 60 anni, chiusi a casa col culo al caldo e i bambini invece tutti col petto fuori al virus”.