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Non ci resta che Draghi

Foto di EPA / Italian lower house press office handout / Ansa

Quando il Presidente della Repubblica ha tirato fuori dal cappello il nome di Draghi non si poteva che esserne lieti perché si poneva finalmente fine alla penosa ricerca dei ‘raccogliticci uniti’

Il 7 dicembre 2020, ormai lontano, Matteo Renzi notificò al governo Conte bis di non potere accettare un Recovery plan «senza anima e raffazzonato», concepito da qualche demiurgo senza che vi fosse stato un serio dibattito coinvolgente l’opposizione parlamentare anzitutto nonché le autonomie locali e le forze sociali: era un preavviso della crisi che sarebbe scoppiata un mese dopo ma nessuno lo prese sul serio né si adoperò per superarne le obiezioni e prevenire la crisi del governo. Nemmeno Conte; ma, poverino, bisogna capirlo! In attesa dei 300 giovani e forti esperti della governance, che egli aveva in animo di chiamare in soccorso e che quel cattivone di Renzi invece gli negava, Conte personalmente e quella squadra di ministri che si ritrovava non erano in grado di fare se non qualche rattoppo. Solo il Presidente Mattarella se ne preoccupò e, nel suo discorso di fine anno, fece un appello ai ‘costruttori’ perché puntellassero il governo; tuttavia non abbiamo alcuna remora ad affermare che quella crisi è stata gestita malissimo dal Presidente della Repubblica che non ha saputo constatare tempestivamente il decesso del governo Pd-5S facendo sì che si perdesse più di un mese con le liturgie quirinalizie aperte da quell’appello. Una crisi al rallentatore – mai vista in queste proporzioni – della cui durata infinita è responsabile non chi l’ha aperta ma chi l’ha gestita: dopo le dimissioni delle ministre di Italia Viva, il Presidente del consiglio Conte è salito al Colle non per presentare le dimissioni del governo ma per ottenere tempo per la ricerca dei ‘costruttori’: tempo che gli fu concesso insieme con il ‘saggio’ consiglio di non limitarsi a raccogliere voti sparsi, ‘raccogliticci’, dei fabbri del ‘trasformismo’ sempre in servizio, bensì quelli di ‘raccogliticci uniti’, di un gruppo parlamentare ‘nuovo’, quarta gamba del ri-nascituro governo. Non possiamo che esprimere tutta la nostra fierezza perché, dopo un lungo letargo, il genio italico che, con Machiavelli, aveva dato l’ultimo suo contributo alla scienza politica ormai 500 anni fa, ora ha formulato la legge ferrea dei ‘raccogliticci uniti’, frutto di un concepimento miracoloso partorito dalla cosiddetta ‘Costituzione più bella del mondo’. Dopo un tale tentativo, essendosi il governo fermato a 155 voti in Senato non soccombendo solo grazie all’astensione dei renziani, il Conte ottenne ancora cinque giorni per assumere altri senatori oltre i dieci già arruolati, giorni durante i quali abbiamo sentito l’ormai ex Presidente del consiglio rivolgere un elevato appello «a socialisti, liberali, moderati» perché costruissero quella quarta gamba di cui s’è detto: purtroppo venne fuori solo una gamba di legno non abbastanza solida perché il quadrupede potesse rizzarsi sulle 4 zampe.

A quel punto Mattarella ha nominato un esploratore, Fico – esploratore non di terre vergini bensì, più modestamente, solo dell’orticello di casa – che si fece addirittura pronubo convocando una quattro giorni di ritiro spirituale durante il quale i partiti della vecchia coalizione, compreso quello di Renzi, avrebbero dovuto elaborare il programma del nuovo governo da consegnare a chi, poi, sarebbe stato nominato presidente del consiglio, a chi in teoria avrebbe il potere-dovere di determinare l’indirizzo politico del governo, perché lo facesse proprio senza cambiare una virgola: un inedito assoluto e assurdo ma un altro bel contributo alla scienza politica! Questo sforzo immane si spense in un aborto procurato dal solito Renzi mentre un incessante tam tam, suonato dai dem e da Casalino, avvertiva l’attonito mondo come l’apertura di quella crisi fosse stata fatta da un irresponsabile e lo stratega di Zingaretti, il povero Bettini – a lutto per la perdita di Conte da lui addirittura elevato a futuro candidato premier dell’alleanza organica PD-5S – accusava Renzi di essere stato il sicario di occulti mandanti. Da sempre avverso al ‘renzismo’, io non esito a dire che, invece, in questo caso, piuttosto che irresponsabile, Renzi è un benemerito non solo per avere aperto quella che è stata la crisi di governo più necessaria della storia della Repubblica ma per avere poi impedito la formazione di un governo Conte ter e procurato il bene incommensurabile della rimozione della coppia Conte-Casalino. A questo punto, finalmente, è intervenuto Mattarella che – con un discorso da molti lodato come elevato e saggio – ha spiegato come e qualmente egli, garante della costituzione e piccolo padre della nazione, si trovasse a dover scegliere una delle due vie davanti a lui: elezioni o governo di ‘alto profilo’. Devo dire che, a me, quel discorso è sembrato piuttosto una litania degli impedimenti dirimenti e degli impedimenti impedienti che non permetterebbero di andare al voto. Il Presidente ci ha pure spiegato che, è vero, altrove si vota, anche con pandemia imperversante, ma solo perché si e giunti alla scadenza naturale dei mandati di parlamenti o presidenti: non è giusto né necessario votare se, invece, come nel nostro caso, il parlamento non è capace di dare vita a un governo decente. Uno degli impedimenti al voto sarebbe quello, a suo avviso, che si perderebbe troppo tempo, più di quattro mesi, tra indizione delle elezioni, insediamento del nuovo Parlamento e formazione del nuovo governo, sicché in questo lungo periodo non sarebbe possibile governare la pandemia nei suoi effetti sanitari e sociali né definire finalmente il Recovery plan.

Molte delle ragioni addotte da Mattarella per non sciogliere le Camere e mandare il paese a quelle elezioni – evitate ormai da troppo tempo (almeno dal 2011) mentre sarebbero l’unico mezzo idoneo a chiarire il quadro politico ed esprimere di una maggioranza politica, di destra o di sinistra, che assuma la responsabilità del governo – ci appaiono poco fondate se non pretestuose. Il fatto è che i calcoli dei tempi occorrenti per lo svolgimento delle elezioni fatti da Mattarella, sebbene precisi, non tengono conto del tempo perduto da quando Renzi minacciò di ritirare dal governo i propri ministri e della possibilità che, come Presidente, avrebbe avuto di inviare un messaggio alle Camere, per sollecitare quel dibattito sul Recovery plan che il finalmente ex governo PD-5S, sprecando i lunghi 7 mesi da luglio 2020 a gennaio 2021, non aveva voluto promuovere, e perché il governo disponesse le opportune misure per lo svolgimento in sicurezza sanitaria e riducesse i tempi tra indizione delle elezioni politiche e formazione del governo (anche, per esempio, rendendo più snelle le sfarzose consultazioni quirinalizie che si svolgono tra drappelli di corazzieri marcianti e commessi con uniformi medievali, cose che non si vedono nemmeno a Buckingham Palace): forse sarebbe il caso di imitare Gran Bretagna o in Israele, dove si è votato e si voterà in piena pandemia e occorrono poco più di due mesi per concludere il tutto; sarebbe una riforma a costo zero da annoverare tra quelle della giustizia e della burocrazia.di cui necessita il nostro Paese. E poi, se non si può votare a causa della pandemia, perché non si rinviano tutte le elezioni previste da qui a giugno, Calabria, Roma, Milano, etc., la suppletiva nel collegio di Siena, dove verrebbe paracadutato Conte perché non resti disoccupato troppo a lungo? Ma, come vogliono PD e 5S, elezioni non se ne devono fare se non dopo che l’attuale Parlamento – la cui composizione è anche difforme da quella prevista dalla riforma pentastellata – avrà eletto il Presidente della Repubblica, speso i 209 mld. del Recovery fund, fatte le nomine di sottogoverno e una nuova legge elettorale che impedisca la vittoria degli oppositori seguendo il consiglio di non mandare il Paese al voto che un certo Corrado Augias, ospite di Bianca Berlinguer su Rai 3, ha pensato di dover dare: “C’è un pericolo incombente; stando ai sondaggi, il Centrodestra vince e se vince avrà la mano vincente anche sull’elezione del prossimo Presidente della Repubblica e questo sarebbe un disastro”.

Un bell’esempio di antifascismo in continuità con la grande ammucchiata dell’agosto 2019, motivata dal PD nello stesso modo.
Quando il Presidente della Repubblica ha tirato fuori dal cappello il nome di Draghi – per fortuna senza sentire il bisogno di nominarlo senatore a vita anche se Draghi lo avrebbe meritato molto più di altri che si sono visti elevare al laticlavio quasi dal nulla e pesano sul nostro erario esangue da più di qualche lustro – non si poteva che esserne lieti perché si poneva finalmente fine alla penosa ricerca dei ‘raccogliticci uniti’. Tuttavia abbiamo temuto che, dietro l’appello per la formazione di «un governo che non debba identificarsi con alcuna formula politica» se non quella della responsabilità verso la nazione, potesse esservi un retropensiero: sembrava possibile – e forse si auspicava – che i partiti del centro-destra rifiutassero di aderire a un tale appello lasciando così il campo alla coppia 5S-PD e alla formazione di un governo con ministri (compreso lo stesso Conte) espressione dei partiti che avevano formato quello precedente; insomma, la speranza era di formare un governo con il solo pennacchio di Draghi ma con quella stessa maggioranza PD-5S appena defunta, così evitando ancora una volta le elezioni con ragioni ammantate di tremebonda saggezza. Non so se tale soluzione fosse il frutto di un calcolo; tuttavia la sensazione che fosse stato tentato un bluff non era infondata; la trappola però non è scattata. La decisione di Salvini di appoggiare il governo Draghi – imprevista quanto quella di Renzi di far finalmente cadere l’imbarazzante governo Conte – ha impedito a PD e 5S di realizzare questo disegno una cui parte essenziale, sebbene illusoria, sarebbe l’alleanza organica che riserva ai 5S un ruolo ancillare, da Partito contadino polacco’. Da qui le reazioni scomposte di questi due partiti e dei loro caudatari dell’informazione: sentimmo sinanco il misurato Gianni Cuperlo gridare all’untore, la Lega, e ipotizzare lo sganciamento del PD per evitare la contaminazione; i 5S poi, per bocca dell’avvocato del popolo, hanno tentato di ostacolare fino all’ultimo l’entrata della Lega nel governo.

Prima di questa ‘mossa del cavallo’ salviniana, tutti – compresi i 5S che tre anni fa rifiutarono perfino di incontrare il ‘pregiudicato’ – avevano invece accettato di buon grado l’adesione di Berlusconi nella speranza che il centro-destra si spaccasse, con Lega e Fratelli d’Italia fuori: ciò conferma il sospetto che si volesse un ‘falso’ governo di emergenza al solo fine di evitare le elezioni e non si fa peccato se si pensa che, se i veti di 5S-PD-LEU nei confronti di Salvini avessero portato all’insuccesso nella formazione del governo, questi partiti avrebbero pure beneficiato di un effetto collaterale desiderato: l’eliminazione di Draghi dall’orizzonte politico e da quello del Quirinale. In atto assistiamo a una difficoltosa digestione della partecipazione di Salvini mentre si cerca di addolcire il boccone amaro; per esempio, Zingaretti attribuisce alla Lega una (falsa) ‘contorsione’ europeista e, a Draghi, l’intenzione di una ulteriore cessione di quote di sovranità in favore della U. E.: una sorta di contrappasso per Salvini e i ‘sovranisti. È chiaro a tutti che l’unica alternativa decente alle elezioni è stata quella di un governo d’emergenza guidato da Draghi con l’appoggio di tutte le forze politiche disponibili, benché non molto ricco di ‘spirito’ di unità nazionale o di quello spirito repubblicano invocato da Draghi nel suo discorso al Parlamento (basta sentire Zingaretti dire, a governo fatto, «noi premiati … vinta la sfida!»: come se non avesse detto fino all’ultimo o Conte o morte!). Forse Draghi avrebbe fatto meglio, nel primo consiglio dei ministri, a non limitarsi a un appello all’unità dei ministri, ma a concordare le linee generali della politica e dei comportamenti che essi dovrebbero seguire; egli avrebbe così evitato di sentirsi accusato di ‘monadismo’, di dare ai partiti che lo sostengono l’alibi di essere stati esclusi dalla definizione del programma; avrebbe altresì evitato che i ministri facciano di testa propria e, nel primo giorno di attività del suo governo, l’incidente provocato dal ministro Speranza che – a quanto pare con il consenso di Draghi, secondo la tardiva nota di palazzo Chigi che però fa figura di toppa peggiore del buco – ha annullato la riapertura delle attività sciistiche autorizzata appena una settimana prima, e dal consigliere tecnico di Speranza, dr. Ricciardi, il quale, anziché limitarsi a dare consigli al suo ministro, ha minacciato in televisione il ‘lockdown’ generale.

Resta il fatto che, «per la contraddizion che nol consente» – vecchia regola che ha già impantanato la coalizione PD-5S-LEU-IV come prima aveva fatto con quella tra Lega e 5S – il pur ottimo Draghi difficilmente potrà realizzare una politica coerente con una maggioranza così composita, senza un programma condiviso se non genericamente, e indebolito dalla presenza di alcuni ministri del passato governo, peraltro da molti ritenuti inadeguati e, probabilmente, imposti dall’alto in esecuzione di un disegno politico che si sovrappone a quello del Presidente del consiglio, se non lo contrasta: sembrerebbe che si sia tornati allo Statuto albertino. Non so se il nuovo Presidente del consiglio sia pure capace di smentire Dante ma, fatto salvo il suo valore personale, temo fortemente che lo scacco al suo governo non verrà da Fratelli d’Italia, unico partito all’opposizione, bensì dall’interno della sua coalizione. È dunque un errore non limitare il raggio d’azione del governo Draghi nel tempo e ai pochi punti programmatici – Recovery plan, un piano vaccini che ripari le gravi deficienze e omissioni di quello Conte/Arcuri, provvedimenti economici urgenti – proposti da Draghi e realizzabili a breve termine. Quelli di più lungo termine nonché la prospettiva del 2050, che egli ha pure evocato almeno riguardo alla riduzione delle emissioni di CO2 e altri gas inquinanti, vanno lasciati sullo sfondo: sono certamente importanti ma, nello stesso tempo fuori dalla portata temporalmente limitata del governo – che, al massimo, potrà durare solo due anni – infatti non vogliamo e non dobbiamo rinunciare alla speranza che si possano indire le elezioni entro l’autunno prossimo; è per questo motivo che abbiamo molto apprezzato che egli non abbia incluso nel suo programma una riforma della legge elettorale.