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Governo Draghi: prima, ora, dopo…

Foto di EPA / Italian lower house press office handout / Ansa

La nascita del governo Draghi è stata condizionata dalla caduta del vecchio e dai personaggi che duellarono fino all’ultimo sangue, e che ancora duellano

di Umberto Pirilli- Draghi nasce per volontà divina che ha ispirato gli umani temperando la risolutezza del famoso perimetro, in trincea al grido di Conte, Conte fino alla morte. Ma, morto il re, viva il re. La nascita del governo Draghi è stata condizionata dalla caduta del vecchio e dai personaggi che duellarono fino all’ultimo sangue, e che ancora duellano. Renzi, il più bravo della compagnia, e dunque il nemico, viene dagli scout, dalla parrocchia, dalla Casa di Cristo, contaminata da certo lassismo, questo sì, ma sempre il suo regno terreno, quello della sua infinita misericordia dove il perdono è possibile anche per i misfatti più oscuri purché alla base vi sia un pentimento sincero, pronunciato in sacrale confessione. Gli ex compagni di Renzi invece vengono da parrocchie terrene, Karl Marx e Beppe Grillo. Troppo poco per pensare al peccato, Dio non esiste, non esiste neppure il peccato e meno che meno esiste la confessione. Nessun pentimento, dunque, nonostante Palamara imperversi sollevando lo tsunami del secolo al cui cospetto “Mani pulite” impallidisce. Il PD, risparmiato dai PM partoriti dal Partito e prima ancora dal suo antenato PCI, non ha peccati, è illibato, si sente e  di essere il migliore, giudica e condanna gli altri, tutti e chiunque, il potere è suo e guai a chi glielo tocca. Berlusconi? Centinaia di processi, nati come funghi, prolifici come i conigli. Salvini? Bisogna abbatterlo. Ma è innocente, balbetta un PM; lo so, ma bisogna farlo lo stesso. Del libro si occupa solo qualche isolato talk-show, troppo poco; la grande stampa tace; nessuno sporge querela; il CSM, chiamato in causa, perde la faccia ma non si dimette. Mistero. Vedremo. L’altra parrocchia, quella di Grillo, è ispirata agli insegnamenti del maestro, comicità innanzi tutto. Et de hoc satis.

Renzi, che osa, viene giudicato e bandito: irresponsabile, mai più con noi. Tutti, Conte in testa, cercano freneticamente voti di scambio, il voto per un certificato di assoluzione da ogni peccato e qualche ministero, il colore non conta, vanno bene pure i fascisti, Polverini in testa. La legge cambia, cambia il vocabolario, il lessico, la morale, cambia il nome: costruttori e responsabili. Non basta. Molti non abboccano. Renzi viene richiamato, non perdonato, purché faccia il bravo ragazzo. Al Senato voto contro Bonafede, dice Renzi. La prescrizione, pomo formale della inconciliabilità delle posizioni, “è segno di civiltà”, dice il nuovo Ministro della Giustizia, Cartabia, già presidente della Corte Costituzionale e non dottorando come Bonafede. La crisi. Renzi spiega le ragioni: Bonafede e la giustizia, si, ma non solo; il recovery Plan, un pasticcio, il MES, la paralisi di tutto, la scuola, etc. Scoppia intanto lo scandalo Arcuri, le mascherine, i banchi a rotelle, si stagliano all’orizzonte i vaccini, buio pesto su chi come e quando devono essere fatti e più che più sui tempi, i più brevi possibili per essere efficaci anche sulle varianti già all’orizzonte. La parrocchia trema, incurante del mondo e dei suoi accadimenti, suona e risuona sempre la stessa musica: il perimetro non si tocca, bisogna ripartire dalla stessa maggioranza (sostituendo qualche pezzo, Renzi con Berlusconi, l’odiato nemico). Tutto fa brodo. Anche il cavaliere, ormai logoro per la loro ventennale persecuzione, può entrare nel perimetro, tanto è vecchio e spuntato, Renzi no, mai. Berlusconi non ci sta: tutti o nessuno. Mattarella prende atto del fallimento del perimetro e sentenzia: Draghi, per un governo di salvezza nazionale, fuori da ogni schema e da ogni veto. Oppure il voto. Tertium non datur. 5 Stelle, PD e LEU, con le dimissioni del governo Conte due hanno autocertificato il fallimento allo stesso identico modo di chi, capitano e amministratore delegato di un’azienda, porta i libri in Tribunale sperando solo che il curatore non scopra i buchi e i falsi in bilancio, reati da galera. Il PD invece, forte della forza che Palamara illustra e documenta, insiste: governo politico, perimetro; Grillo: Draghi mai, il banchiere, il nemico. E Draghi: o io o il voto.

Salvini, indottrinato dal duo Giorgetti-Zaia, inverte la rotta: vedo, non pongo condizioni a Draghi, piena fiducia in lui, viva l’Italia. Dalla sinistra libera, emarginata ma libera, Cacciari ammonisce: “dopo il fallimento non sapete e non potete dire niente”. Contrordine compagni, basta, o si fa il governo o si muore. L’odiato primo nemico, Berlusconi, e l’odiatissimo, e ancora politicamente vivo, secondo nemico, Salvini, vengono mugugnosamente accolti nel nuovo perimetro largo, l’Europa, e Draghi diventa l’uomo del destino, capace di assorbire tutto e di più. Grillo, dopo 24 ore: mi aspettavo un banchiere, invece è uno di noi, un grillino, mi ha detto che vuole iscriversi, vedremo il suo certificato penale! Nasce il governo, la Meloni non si fida e resta fuori; due delle tre sigle che formano LEU, l’estrema sinistra, si chiamano fuori. Speranza, leader del terzo micro partito, resta in compagnia di solo due deputati; i grillini votano, i dissidenti contestano, Rousseau azzoppa Grillo che perde faccia e unanimità, 59 contro 41, Di Battista lascia, 50 parlamentari dicono no. Il Governo è al sicuro. Si. No. Da chi da cosa? Speranza, ridiventato uno dei più importanti Ministri, una illogicità manifesta del nuovo Governo, chiude la montagna solo qualche ora prima della prevista apertura, provvedimento sconsiderato, operatori e turisti allibiti. Un boato. Ma lui afferma: il Ministro sono io. Draghi non gli risponde direttamente in CdM dichiara: d’ora in poi parlate solo con i fatti. Vedremo.