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L’elezione del Presidente della Repubblica

Foto di Angelo Carconi / Ansa

Ci avviamo a grandi passi verso la scadenza del mandato dell’attuale Presidente della Repubblica; tra sei mesi, entreremo nel cosiddetto ‘semestre bianco’

Ci avviamo a grandi passi verso la scadenza del mandato dell’attuale Presidente della Repubblica; tra sei mesi, entreremo nel cosiddetto ‘semestre bianco’ che significa amputazione di uno dei principali poteri del Presidente, quello di scioglimento delle Camere, e che congela la vita politica: un grave danno per il paese. Nessuna elezione del Presidente della Repubblica è mai sfuggita, dal 1948 al 2015, al sempre più grave processo di alterazione dei rapporti politici tra i partiti, all’intersecazione dei personalismi con manovre di tipo milazziano, come avvenne in occasione dell’elezione di Giovanni Gronchi, tra spinte politiche contrastanti e incapacità dei partiti di uscire dal giuoco sterile dei candidati occulti. Nel 2019 si formò un’ibrida alleanza PD-5S avente, fra l’altro, anche lo scopo dichiarato di impedire che l’elezione del Presidente della Repubblica venga fatta, nell’allora lontano 2022, da una maggioranza politica di ‘destra’: scopo che appare del tutto incompatibile con la previsione costituzionale che mirerebbe a favorire la convergenza più ampia per l’elezione del Presidente e così assicurare l’imparzialità dell’esercizio dei suoi poteri di garanzia, anche se, dobbiamo ammetterlo, ciò non ci scandalizza: la carica di Presidente della Repubblica è divenuta sempre più manifestamente espressione delle maggioranze politiche del momento e sempre più desolatamente priva di quella utopica aura di imparzialità di cui i costituenti vollero ornarla. Un tale scopo, se galvanizza il ‘popolo della sinistra’, è tuttavia assai inquietante e nasconde una ben misera idea della democrazia; nasconde, anzi rivela che quella parte politica considera il Quirinale come una delle più importanti e irrinunciabile roccaforti del regime che, piano piano, ci è stato cucito addosso: senza accorgercene, un immenso gruppo di potere, con passo felpato, è riuscito a infiltrare i gangli vitali istituzionali e sociali – dalla magistratura ai mezzi d’informazione – della nostra vita politica. Non è un caso che, negli ultimi 15/20 anni, i poteri del Presidente della Repubblica si siano allargati anche oltre i limiti costituzionali: in passato il Quirinale è stato offuscato da qualche soubrette, da qualche sospetto di affarismo o, al massimo, da quell’ infame linciaggio del Presidente Leone promosso dall’avanguardia giornalistica di un gruppo di potere aspirante al regime; il Presidente Pertini, succeduto a Leone e che tutti amavamo, fu il primo invece ad andare un po’ oltre i limiti dei suoi poteri costituzionali quando impose, senza trovare resistenza nel Parlamento o nella Corte Costituzionale, una interpretazione del potere di nomina dei senatori a vita nel senso che ciascun Presidente potesse nominarne ben 5: per fortuna, tale interpretazione, palesemente fuori dallo spirito oltre che dalla lettera della Costituzione, venne in seguito lasciata cadere, se no avremmo oggi un Senato con uno spropositato numero di benemeriti della patria. Poi nacque la dottrina del governo del Presidente: nel 2011, Napolitano l’applicò con coerente e sistematica determinazione costringendo Berlusconi alle dimissioni e nominando Monti prima senatore a vita e, poi, Presidente del Consiglio. Napolitano intervenne pesantemente anche sulla nomina dei ministri, per non dire nulla della sua inclinazione, testimoniata da Luca Palamara, a interferire anche nella lotta politica tra le correnti dell’Anm nonché nei procedimenti giudiziari (per esempio quelle riguardanti Berlusconi) e del CSM. L’ex magistrato Luigi De Magistris afferma che vi fu lo zampino di Napolitano nel suo trasferimento dalla procura di Catanzaro a quella di Salerno: «Il vero elemento inquietante è il coinvolgimento pieno del Quirinale. Un coinvolgimento decisivo e ancora più indegno perché, da presidente, era sia garante della Costituzione che presidente del Csm». Tutto caduto nell’oblio!

Infine, con Mattarella, si è avuta un’applicazione felpata del rito delle consultazioni per la formazione dei governi, finalizzata a dare tempo al tempo in modo che si determinassero le condizioni favorevoli alla realizzazione di un determinato disegno politico (v. prima quello dell’alleanza PD-5S nel maggio 2018, resa impossibile dall’opposizione di Renzi; poi – dopo le elezioni europee del 2019 che videro l’exploit della Lega al 34% – la ritessitura di quella stessa alleanza, con i 5S che defatigavano Salvini fino a farlo sbottare al ‘Papeete’ e Renzi che, per salvare la patria dai malvagi sovranisti, piroettò fino a digerire il rospo dei 5S evitando così il ricorso a elezioni anticipate).
Un’altra deriva è quella del ruolo assunto dal Presidente della Repubblica nella scelta dei ministri – esercitato anche in occasione della formazione del governo Draghi tanto da far parlare di un governo Mattarella-Draghi – che alcuni costituzionalisti ritengono perfettamente coerente con la norma costituzionale ma che invece, a mio avviso, confligge con il potere che essa, a differenza dello Statuto Albertino che riservava al re la nomina e la scelta dei ministri, attribuisce esplicitamente tale potere al Presidente del Consiglio che dirige «la politica generale del governo». L’affermarsi di una tale prassi (vedi il caso della mancata nomina di un ministro – Paolo Savona – la cui linea politica pare non fosse gradita al Presidente della Repubblica) forse richiederebbe un’interpretazione autentica degli articoli della Costituzione in questione che ribadisca che il Presidente della Repubblica ‘regna’ ma non ‘governa’ e che il potere di scelta dei ministri è esclusivamente del Presidente del Consiglio come espressione della maggioranza politica del Parlamento; oppure, se si preferisce, si faccia un emendamento costituzionale che attribuisca al Presidente della Repubblica, oltre che il potere di nomina, anche quello di scelta dei ministri. L’elezione del Presidente della Repubblica ripropone ogni volta vari problemi anche seri e gravi, alcuni di natura strettamente costituzionale altri di opportunità politica e di funzionalità delle istituzioni ma, a mio avviso, il problema principale è dato dal metodo di elezione: un’occhiata alle decine di votazioni spesso occorrenti per l’elezione del Presidente basta infatti per convincersi che è proprio tale metodo a favorire, se non a determinare i bizantinismi, le alchimie e le congiure di una classe politica partitocratica divisa in correnti, frazioni e fazioni che concorrono in modo evidente a non rendere intellegibili i processi politici e a intessere rapporti di potere che conducono a quello che i politologi chiamano ‘frazionismo eterodiretto’.

Il “massacro” dei candidati è possibile perché l’art. 83 della Costituzione prevede soltanto i quorum necessari per l’elezione – i due terzi dell’assemblea per i primi tre scrutini, la maggioranza assoluta dopo il terzo – ma, se ciò è sufficiente a garantire che l’elezione non avvenga con un colpo di mano, d’altra parte consente uno stillicidio pressoché ineluttabile di candidature e votazioni: basta un gruppetto di franchi tiratori o un ben orchestrato sistema di veti incrociati per fare strage della non molto ricca fauna presidenziale. Un sistema di cui abbiamo sperimentato la pericolosità quando, nel 2013, dopo l’eliminazione di vari candidati, si fece ricorso a una scelta piuttosto discutibile, la rielezione del Presidente uscente, il ‘re Giorgio’, il quale, poco prima di essere rieletto nell’aprile 2013 aveva nominato una commissione di 10 ‘saggi’ perché elaborassero un piano di riforme, che egli, dopo avere ottenuto la rielezione, dettò al Parlamento e al governo Letta: fortunatamente, questi non ne fece nulla cavandosela, a sua volta, con la nomina di una commissione composta, questa volta, da ben 35 ‘saggi’. Poi ci pensò Renzi con la sua grande riforma! Di rielezione pare che vi sia qualche avvisaglia anche ora: dopo il ‘lancio’ della ricandidatura di Mattarella fatto da Conte, è venuta anche la ‘benedizione’ di Goffredo Bettini; questo pretendente al ruolo di guru, o forse di Presidente, ha infatti annunciato che, «se ci sarà un nuovo Presidente – perché un Presidente c’è, Mattarella, un grande Presidente, un punto di riferimento della Repubblica – è molto importante avere un grande accordo e sostegno … Se si dovesse verificare la necessità di eleggere un nuovo Presidente della Repubblica è necessaria una grande platea democratica e che questo non sia riferita a un partito ma a un campo democratico, europeista e liberale che può dare stabilità e certezza al Paese». Un campo dunque democratico, europeista, liberale, qualità alle quali egli, per modestia, non ha aggiunto quella di cui lui stesso è portatore: comunista. Per la verità, sia il ‘lancio’ che la ‘benedizione’ sembrano fiammelle per bruciare più che per promuovere la possibile, ma improbabile, candidatura del Presidente uscente. Tuttavia, a mio avviso, il motivo più sostanziale che sconsiglierebbe tale soluzione, a parte la qualità delle persone che detengono l’alta carica, a parte la loro caratura politica, è che un doppio mandato di Presidente avrebbe la durata di 14 anni, quasi tre legislature parlamentari: un po’ troppo!

Se si volesse seguire questa strada, si dovrebbe ridurre il mandato del Presidente a non più di cinque anni oppure, se non si vuole ridurne la durata, si emendi la Costituzione stabilendo la non rieleggibilità del Presidente uscente e l’eliminazione del ‘semestre bianco’, dei cui effetti negativi abbiamo prima avvertito e che, come abbiamo visto, non serve molto a scoraggiare le manovre per ottenere la rielezione.
Per fare fronte a tali problemi sono state avanzate in passato varie ipotesi fra cui l’elezione del Presidente a suffragio universale diretto: ma, ovviamente, una siffatta riforma implicherebbe una revisione profonda del nostro sistema di governo e di tutto l’impianto costituzionale. Né, dopo il ridimensionamento delle Camere, la riduzione del numero degli elettori risolve il problema qui esaminato. Anzi, la riforma che ha modificato radicalmente la composizione delle Camere pone ora anche quello della legittimazione del Parlamento attuale, rimasto nella composizione pre-riforma, a compiere un atto di così grande rilevanza quale l’elezione del Presidente della Repubblica e non solo: forse, dopo il referendum del 2020 che approvò quella riforma, sarebbe stato necessario un immediato scioglimento delle Camere per farle corrispondere al nuovo dettato costituzionale. Ma questo ce lo possiamo togliere dalla testa: nessuno, tantomeno i 5S, rinunzierà mai al certo per l’incerto! Una delle possibili soluzioni – che, se non altro, potrebbe attenuare le tensioni insorgenti ad ogni elezione presidenziale e sottrarre l’elezione del magistrato più alto agli oscuri maneggi di cui Romano Prodi fu l’ultima vittima – è assai più semplice e non richiede se non la volontà di attuarla: il rimedio all’impasse, che spesso ha caratterizzato questo passaggio importantissimo della vita istituzionale del nostro paese, si chiama ballottaggio. Qualsiasi sistema che preveda un quorum di maggioranza per l’elezione a una carica deve quasi necessariamente prevedere il ballottaggio, altrimenti il risultato è quello sconfortante delle trattative oscure, incomprensibili e certamente offensive per la democrazia parlamentare. Il sistema del ballottaggio costringerebbe infatti i partiti a concordare le candidature e una linea politica intelligibile a tutti – fosse anche quella enunciata da Bettini, il quale accredita tutte le virtù politiche al suo campo – da presentare al corpo elettorale con un congruo anticipo sull’inizio delle votazioni: se nessuno dei candidati raggiungesse il quorum dei due terzi non sarebbe più possibile cambiare i candidati e si passerebbe a votare, a maggioranza assoluta, i due candidati con il maggior numero di voti nei primi due scrutini costringendo gli schieramenti a compattarsi per non rischiare di vedere eletto l’avversario. Il rimedio è semplice e non richiede modifiche costituzionali – forse basterebbe una legge ordinaria o un regolamento parlamentare – ma mi chiedo se, proprio perché semplice, un tale rimedio possa essere accettato e adottato: le fazioni, male oscuro della democrazia italiana, certamente opporrebbero la più ostinata resistenza per non essere private delle carte di cui oggi dispongono per i loro giuochi di potere.