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Antonello da Messina, arte fiamminga e scuola italiana nel genio peloritano

Antonello da Messina, vita e opere del pittore siciliano capace di trasformare luce e prospettiva fondendo arte fiamminga e scuola italiana

Per quanto riguarda la letteratura e l’arte, l’Italia ha davvero pochi eguali nella propria storia. Sono quasi impossibili da quantificare, sia per talento che per numero, gli artisti che hanno segnato la storia di movimenti letterari, correnti di pensiero e stili di scultura e pittura nati nel ‘Bel Paese’. Ne sono prova ancora oggi le opere dall’inestimabile valore raccolte nei musei di tutta la penisola. Anche Messina è stata fucina di grandi artisti. Uno in particolare fu così grande da associare il suo nome a quello della città: Antonio di Giovanni de Antonio, detto ‘Antonello da Messina’.

Figlio di Giovanni de Antonio e Garita (Margherita probabilmente), nacque a Messina nel 1430, ma il suo desiderio di apprendere e gli importanti lavori che gli vennero commissionati, lo spinsero prima in diverse parti della Sicilia (da Palermo ad Alcamo) e poi a girare l’Italia intera. Antonello da Messina fu uno dei principali pittori italiani del Quattrocento, sicuramente il migliore fra i siciliani. Fu il primo a fondere in maniera magistrale gli elementi tipici della pittura fiamminga, come i giochi di luce, le atmosfere e la cura per i dettagli, con la perfetta geometria della scuola pittorica italiana. Il pittore messinese fu inoltre uno dei primi italiani ad usare la tecnica di pittura ad olio, sperimentando nuovi livelli di armonia e precisione impossibili da ottenere con la tempera.

Le prime commissioni fra Sicilia e Reggio Calabria

La prima commissione come maestro autonomo è datata 1457: si tratta in gonfalone per la confraternita di San Michele dei Gerbini a Reggio Calabria, molto simile a quello della confraternita messinese di San Michele a Messina (oggi entrambe le opere risultano perdute). Dopo il 1460 dipinse le due tavolette Visita dei tre angeli ad Abramo e San Girolamo penitente nel deserto, custodite nella pinacoteca civica di Reggio Calabria. Nel periodo fra il 1465 e il 1470 realizzò il Ritratto d’Ignoto di Cefalù, presente nel Museo Mandralisca di Cefalù. L’opera presenta una grande innovazione per l’epoca in quanto, a differenza dei pittori italiani che dipingevano i soggetti dei loro ritratti di profilo (posa medaglistica), lui scelse di utilizzare la posizione di tre quarti, tipica dei fiamminghi. Tale scelta gli permise di accentuare le forme espressive della persona e darne anche una sfumatura psicologica. I ritratti di Antonello da Messina seguono essenzialmente uno schema univoco: il soggetto è rappresentato su uno sfondo scuro, il busto è tagliato appena sotto le spalle, la testa viene girata leggermente verso destra in modo tale che lo sguardo raggiunga quello dello spettatore (elemento, come detto, di grande valenza psicologica). La luce illumina la parte destra del volto, quella sinistra resta nell’ombra.

Apprendere viaggiando: i segreti dello spazio e della prospettiva

Antonello da Messina fu un pittore ‘itinerante’. Tanti i viaggi effettuati nella sua carriera (Lazio, Toscana, Marche, Veneto) grazie ai quali ha potuto visitare le principali città d’Italia, lasciando alcune delle sue opere un po’ in tutta la penisola. Ebbe a che fare con Piero della Francesca, dal quale apprese e comprese le regole geometriche della prospettiva lineare. Nel 1474 si recò a Venezia, entrando a contatto con Giovanni Bellini. La sua prima produzione firmata risulta il Salvator mundi (1475), opera raffigurante il Cristo benedicente, particolarmente apprezzata per la posizione centrale della mano con la quale viene eseguita la benedizione che sottolinea l’accurata ricerca della spazialità del pittore. Nel 1475 vede la luce un altro dei suoi più importanti capolavori, il San Girolamo nello studio, attualmente conservato nella National Gallery di Londra. L’osservatore scorge San Girolamo, intento nella lettura, attraverso un grande portone, espediente che insieme ai sapienti giochi di luce e alla presenza nello sfondo di una finestra (sinistra) e un portico (destra) rende in maniera sublime il concetto di prospettiva e spazialità del dipinto.

Nell’anno 1478 vede la luce il San Sebastiano di Dresda, opera facente parte del Trittico smembrato di San Giuliano. Nel dipinto il punto di vista è posto più in basso rispetto alla figura del santo. Tale espediente rende maggiormente l’impatto visivo del soggetto rappresentato che appare volutamente più grande, specialmente se rapportato con le altre persone raffigurate sullo sfondo, minuti e meno ricchi di dettagli, la cui funzione è utile all’artista per sottolineare la spazialità tanto cara ad Antonello da Messina, dilatando l’orizzonte prospettico del quadro. La ‘fredda’ precisione geometrica del resto del quadro non intacca però la figura principale. San Sebastiano è ritratto attraverso la dolcezza e l’armonia dei tratti, seppur con l’espressione sofferente, trasfigurata dal dolore dovuto alle frecce che lo trafiggono. Secondo l’agiografia infatti, San Sebastiano fu condannato a morte dall’imperatore romano Diocleziano poichè professava il culto cristiano: le numerose frecce che trafissero il suo corpo, pur provocandogli ferite mortali per qualsiasi uomo e un dolore impossibile da sopportare, non lo uccisero.

Il ritorno in Sicilia, gli ultimi capolavori e la morte

Dopo tanto girovagare, Antonello decise di fare ritorno nella sua amata Sicilia per vivere gli ultimi anni della sua vita. Nel 1475 diede vita ad uno dei suoi ultimi capolavori, l’Annunciata di Palermo, quadro custodito gelosamente a Palazzo Abatellis. Il dipinto raffigura la Madonna, colta quasi di sorpresa mentre è intenta a leggere. La posizione della figura leggermente girata rispetto al leggio, con lo sguardo e una mano rivolta verso qualcuno, che esso sia l’Angelo dell’Annunciazione o magari semplicemente l’osservatore dell’opera, regala grande naturalezza al quadro. Nello stesso anno dipinse il Ritratto d’Uomo (Ritratto Trivulzio), nel quale attraverso un sapiente gioco di luci ed ombre, il rosso del viso sfuma quasi nella veste dell’uomo del medesimo colore. Tra il 1476 e il 1478 dipinse la Pietà del Museo del Pardo che raffigura il corpo del Cristo morto, in un’espressione di sofferenza e con il costato sanguinante, affiancata alla bellezza del volto dell’angelo in un’antitesi dal grande impatto visivo. La scena è ritratta in un paesaggio con teschi e alberi rinsecchiti che simboleggiano la morte, mentre la città e il verde della natura richiamano la Resurrezione. Antonello da Messina morì a Messina nei primi mesi del 1479.