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La squadra della parrocchia la licenzia per delle foto sexy: la storia di Alice Broccoli, allenatrice fra discriminazioni e tabù

La storia di Alice Broccoli, allenatrice licenziata dalla squadra della parrocchia San Leone I del quartiere Pigneto di Roma per una foto sexy

Discriminazione, pregiudizi e un’eterna lotta per combattere una mentalità ben radicata in diversi ambiti societari, compreso quello sportivo. Le donne lottano da sempre per ottenere ciò che gli uomini hanno quasi per diritto naturale. Prendiamo il mondo del pallone, per anni un’esclusiva maschile. Quanti ancora, al giorno d’oggi, guardano al calcio femminile con scherno e sufficienza? Giudizi e pregiudizi si sprecano: inadatte, scoordinate, incapaci; maschiacci o lesbiche (a seconda delle preferenze); il loro posto non è in campo; meglio i tacchi che i tacchetti.

Eppure le donne con il passare del tempo, un dribbling alla volta, qualche vittoria l’hanno ottenuta. Il calcio non è più solo ‘cosa da uomini’ in diverse parti del mondo: negli USA il calcio femminile ha più importanza di quello maschile, la nazionale donne è una vera e propria corazzata da far impallidire la controparte maschile nonostante talenti come Pulisic (Chelsea) e McKennie (Juventus), Dest (Barcellona); nel Nord e nel Centro Europa le grandi squadre hanno una controparte femminile gestita al pari di quella maschile in campionati di alto livello. Soprattutto si parla di professionismo, di lavoro, di stipendio grazie al quale si può vivere. Parole magiche in Italia, nonostante qualche passo avanti si sia compiuto anche nel nostro Paese che lotta contro pregiudizi secolari.

Storie come quella di Alice Broccoli hanno il sapore di un autogol. La ragazza in questione è originaria della Brianza e grande tifosa dell’Atalanta. Attualmente lavora a Roma, o meglio lavorava, come allenatrice di calcio. Alice è stata licenziata dalla squadra San Martino a San Leone, del quartiere Pigneto, molto legata alla parrocchia San Leone I e al suo nuovo parroco, per aver pubblicato alcune foto sexy sul proprio profilo Instagram. Niente di così scandaloso: la ragazza posa unicamente con la maglia dell’Atalanta, mettendo in mostra al più un tattoo sulla coscia, oppure in altri scatti è ritratta al mare in bikini. Foto normalissime, presenti a bizzeffe su Instagram, soprattutto non volgari nè utilizzabili come una giusta causa per licenziare un dipendente. Purtroppo questo è bastato per togliere ad Alice il suo lavoro e i suoi piccoli calciatori.

Lunedì un mio collega è stato chiamato dal Presidente con una scusa e gli è stato detto: ‘Non posso più far allenare Alice per le foto che pubblica su Instagram. Si vedono i tatuaggi, è una cosa oscena’. Addirittura è stato detto che sono indifendibile, per quelle foto. – ha raccontato Alice Broccoli a Fanpage.it – Non è stata citata una foto precisa, ma tutte quelle che pubblico. Sono foto al mare in costume, in altre ho la maglietta dell’Atalanta con gli slip, ma si vedono solo le gambe: sono magliette non scollate, non attillate, larghe, lunghe. Non si vede niente. “All’inizio mi veniva detto: ‘non ti diamo la divisa sociale, vieni con i tuoi vestiti’. Non volevano far sapere che una donna faceva parte dello staff. Io sbagliando ho accettato la cosa, ma avevo la passione del calcio e avevo la possibilità di entrare in una società piccola. Non è chissà cosa, però potevo esercitare la mia passione, crescere, imparare. Mi sentivo una ladra: dopo un paio di allenamenti ho detto che se devo fare il mio lavoro lo devo fare alla luce del sole. Non sto rubando. Hanno detto che un’allenatrice ed educatrice non può pubblicare certe foto su Instagram. Ma non sono foto volgari, non sono porno: nulla di tutto questo“.

Alice ha deciso di adire le vie legali: “la società non mi ha mai contattato, nessuno si è degnato di alzare il telefono e dirmi qualcosa. Sono stata buttata fuori nel peggiore modo. Solo il presidente mi ha telefonato il martedì mattina, per dirmi se potevo cancellare le foto del mio account. Non ho intenzione di farlo: non mi devo vergognare di niente. Non posso accettare questa cosa, non posso far finta di niente e stare zitta. Ammetterei una colpa che non sento di avere“.