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Contagi azzerati in 20 giorni, ma Sant’Eufemia e Sinopoli restano “zona rossa”: due comunità abbandonate dallo Stato

Perché la zona rossa di Sinopoli e di Sant’Eufemia non è ancora stata revocata dopo che i focolai di Coronavirus si sono spenti?

La zona rossa. Sembra il titolo di un film di fantascienza. E invece è la realtà di molti comuni italiani, oggi. Tra questi vi sono due comuni della provincia reggina, Sinopoli e Sant’Eufemia d’Aspromonte, che di speciale rispetto alle altre zone rosse non hanno nulla, se non che la loro ‘lenta agonia’ sta rendendo palesi tutte le incongruenze e le contraddizioni rispetto alle modalità con cui le autorità competenti stanno affrontando l’emergenza.

Potremmo parlarvi oggi, dalle pagine di StrettoWeb, di altre zone rosse presenti sul nostro territorio regionale, ma io vivo a Sant’Eufemia e quello che sto vedendo e vivendo dal 15 ottobre a questa parte vale la pena di essere raccontato, perché presumo che sia la realtà quotidiana di migliaia di calabresi e di italiani che si ritrovano a vivere nelle medesime circostanze. E perché se essere giornalista significa davvero qualcosa, credo che la natura più intrinseca del mio lavoro sia la necessità di raccontare e farsi portavoce del sentimento popolare. E’ da settimane che parlo, a distanza, con i miei concittadini, con i commercianti in primis, e mentre inizialmente prevaleva un sentimento di comprensione perché era necessario fare qualcosa tutti assieme per frenare i contagi, ora ciò che prevale è la rassegnazione, la rabbia, l’impotenza. Già, perché ad oggi abbiamo ormai soltanto 19 casi positivi a Sant’Eufemia e 23 a Sinopoli, tutti contagiati nelle scorse settimane. Negli ultimi giorni non ci sono stati nuovi casi, la stragrande maggioranza di coloro che hanno contratto il virus (eravamo arrivati a 100 nel territorio dei due comuni) è già guarita. Eppure, dopo 17 giorni dalla chiusura e dalla proclamazione della zona rossa (avvenuta il giorno stesso della morte di Jole Santelli, come primo atto concreto del capitolo Spirlì), ancora nessuno ha pensato che, forse, sarebbe il caso di riaprire i comuni dove i contagi – i numeri parlano chiaro – si sono quasi azzerati. E Sinopoli era già chiuso da dieci giorni.

Un lettore che abbia poca conoscenza dei territori di cui parlo si chiederà come mai cito indistintamente Sinopoli e Sant’Eufemia, e il motivo è presto detto: la distanza tra i due comuni è di un paio di chilometri e dunque persino in quanto zona rossa, ormai, siamo considerati come un’unica entità. Sinopoli, però, era stato chiuso dieci giorni prima rispetto a Sant’Eufemia, dopo la conferma di 15 casi positivi. E dunque la loro attesa è ormai di quasi un mese. Come noi cittadini ben sapevamo ancora prima che se ne rendessero conto in Regione, si è resa necessaria la chiusura anche per Sant’Eufemia, perché le interconnessioni tra i due comuni sono innumerevoli, tra scuola, attività commerciali, uffici pubblici etc.

Chiusura giusta – si badi bene – perché a metà ottobre i contagi aumentavano e le limitazioni erano quanto mai necessarie. Da allora, però, sulle nostre comunità è calato il silenzio. E’ stato concreto, pesante come un macigno, duro da affrontare con lucidità. Entrambi i comuni sono gestiti da commissari prefettizi e la mancanza di figure istituzionali di riferimento è qualcosa a cui nessuno di noi è realmente abituato, anche se non ci facciamo mai caso o non ce ne rendiamo conto finché non lo viviamo in prima persona. Un sindaco, che ci piaccia o meno, è una figura a cui aggrapparsi in caso di necessità, oppure da additare come colpevole in caso le cose non vadano bene. Noi non abbiamo nulla di tutto ciò. Qualcuno l’ha definita impropriamente anarchia, ed effettivamente è quasi così. Chi gestisce i nostri comuni sono figure ‘tecniche’ che non hanno per noi volti noti, il che, sebbene possa sembrare ridicolo, in situazioni emergenziali come quelle che stiamo vivendo ci fornirebbe una sorta di conforto e di certezza, nel bene o nel male. Ma non solo: nessuno, fin dall’inizio, ci ha detto come comportarci, cosa fare e cosa non fare. In questi casi i cittadini sono come dei bambini: bisogna istruirli per poter affrontare nuove circostanze. Perché non posso rispettare le regole se non le conosco a fondo.

Abbiamo letteralmente brancolato nel buio fin dal primo contagio in paese, ben prima della chiusura. I genitori, consapevoli dei possibili rischi e ignari di quale fosse la reale situazione, visto che le comunicazioni ufficiali erano inesistenti, hanno deciso di non mandare i figli a scuola, a torto o a ragione, nonostante la scuola fosse ancora ufficialmente aperta, costretti arbitrariamente dagli eventi a scegliere tra il diritto all’istruzione e quello alla salute. E tutto per un solo motivo: non c’erano comunicazioni ufficiali sui contagi e le famiglie erano confuse. Le notizie, dilatate dalle ‘chiacchiere di paese’, si susseguivano l’una all’altra e la razionalità diventava un miraggio per troppi. Solo la locale Protezione Civile, in queste settimane, si è impegnata in prima linea al fianco dei cittadini, ma per il resto la paura ha vinto sul resto già prima che diventassimo zona rossa. Il 15 ottobre il presidente f.f. Spirlì ha optato per la chiusura, e da lì è iniziato il calvario per i nostri commercianti, che sono l’anima di un paese di piccole dimensioni come il nostro, ma anche per le famiglie.

I genitori lavoratori si sono ritrovati costretti a scegliere tra il lavoro e la DaD, in un periodo in cui i nonni, soprattutto se anziani, non possono entrare in gioco nella gestione dei più piccoli. Le attività commerciali hanno dovuto abbassare le serrande, per l’ennesima volta. Abbiamo mobilifici eccellenti, a Sant’Eufemia, che attirano clienti da tutta la provincia, eppure in un mese hanno perso una grossa fetta di clientela, che probabilmente non recupereranno più. Per non parlare dei negozi di abbigliamento.

Tutto giusto, sia chiaro, o quanto meno opportuno, visto che l’obiettivo è quello di limitare i contagi, ma la domanda, oggi che è il 2 novembre e che non abbiamo nuovi contagi da giorni (soltanto 1 nell’ultima settimana), è: perché siamo ancora in zona rossa? E il quesito vale sia per Sant’Eufemia che a maggior ragione per Sinopoli che è chiusa da ormai quasi un mese.

I commercianti sono disperati. Gli affitti e le utenze vengono puntualmente pagati ogni mese, ma senza introiti non si va da nessuna parte, anzi, si cade nel  baratro. Il Coronavirus è un nemico infido e traditore, ma ormai affrontabile con poche semplici regole. Nessuno si chiede se queste misure, ovvero le chiusure quasi totali, siano davvero troppo per comunità come le nostre? Il futuro che ci si prospetta davanti è un inesorabile declino economico – ulteriore – per i nostri martoriati territori, rappresentanti ormai da nessuno. Continuare ad utilizzare gli stessi metodi per Milano e per Sinopoli è dannoso e anche inutile. Qui non si vive facendo apericena e riempendo i centri commerciali, qui si vive di legami familiari e di passeggiate in piazza, di qualche amico seduto al tavolo di un bar e di una chiacchierata scambiata con i vicini di casa, a debita distanza, ovviamente. Qui c’è chi rispetta le regole e chi no, come in qualsiasi altro posto in Italia e nel mondo. Qui c’è chi, come me, durante il periodo delle zona rossa non ha messo un piede fuori dal territorio comunale – e in realtà nemmeno fuori da casa – perché non ne aveva alcuna necessità.

Siamo qua ad attendere un’apertura che poteva tranquillamente essere anticipata alla settimana scorsa e che, con molta probabilità, arriverà in concomitanza a nuove restrizioni regionali e nazionali. C’è qualcosa di intrinsecamente sbagliato in tutto questo e non dipende da noi cittadini. Vedo la mia comunità soffrire e languire ormai da troppi mesi. Vedo una comunità che non vuole vivere in maniera spregiudicata un momento così delicato, ma che non vorrebbe nemmeno perire sotto i colpi di un tracollo economico ormai ampiamente annunciato. Vedo una comunità che non ha più voce per chiedere aiuto, perché è stremata, e perché dall’esterno è marchiata con il segno indelebile dei giustizialismo facile, e ogni sua richiesta verrebbe percepita come un inutile lamento. E non vedo soluzioni plausibili all’orizzonte. Ma c’è una cosa che so per certo: l’autocommiserazione equivale ad un fallimento sociale e noi non ci arrenderemo piangendoci addosso di fronte all’indifferenza delle istituzioni, perché la dignità è più forte della paura.