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‘La partita della vita’, Sinisa Mihajlovic racconta la sua leucemia: “non sono un eroe, avevo paura e imploravo Dio”

Mihajlovic Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images

Nell’autobiografia ‘La Partita della vita’, Sinisa Mihajlovic racconta i tristi momenti della leucemia e la rinascita una volta superata la malattia

Mi godo ogni momento. Prima non lo facevo, davo tutto per scontato. Conta la salute, contano gli affetti. Nient’altro. La malattia mi ha reso un uomo migliore“. Dalle lacrime alla rinascita, Sinisa Mihajlovic racconta così la sua esperienza da malato di leucemia nell’autobiografia ‘La partita della vita‘, le stesse parole che ha rilasciato ai microfoni del ‘Corriere della Sera’ in una recente intervista.

L’allenatore del Bologna ha spiegato che: “ammalarsi non è una colpa. Succede, e basta. Ti cade il mondo addosso. Cerchi di reagire. Ognuno lo fa a suo modo. La verità è che non sono un eroe, e neppure Superman. Sono uno che quando parlava così, si faceva coraggio. Perchè aveva paura, e piangeva, e si chiedeva perchè, e implorava aiuto a Dio, come tutti. Pensavo solo a darmi forza nell’unico modo che conosco. Combatti, non mollare mai. E chi non ce la fa? Non è certo un perdente. Non è una sconfitta, è una maledetta malattia“. Lo scorso 25 agosto 2019, a meno di due mesi dalla famosa conferenza stampa nella quale annunciava al mondo di essere malato di leucemia, Sinisa Mihajlovic era tornato a guidare il Bologna in panchina, nella sfida contro il Verona, seppur al limite delle sue forze: “rischiavo di cadere per terra davanti a tutti e un paio di volte stavo per farlo ma volevo dare un messaggio. Non ci si deve vergognare della malattia. Bisogna mostrarsi per quel che si è. Volevo dire a tutte le persone nel mio stato, ai malati che ho conosciuto in ospedale di non abbattersi, di provare a vivere una vita normale, fossero anche i nostri ultimi momenti“.

La notizia riguardante la sua malattia lo ha reso più ‘umano’ anche agli occhi degli avversari che, come capita spesso ai calciatori est europei, hanno evitato di riservargli i classici cori “zingaro di merda“. E anche se l’affetto e gli applausi “mi hanno aiutato molto, ora basta. Non vedo l’ora di tornare a essere uno zingaro di merda“.