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Alla sanità della Calabria non servono né medici di guerra né procuratori: dovete semplicemente restituirla ai calabresi

Il commissario alla sanità in Calabria resta sull’agenda della politica nazionale: Zuccatelli va verso le dimissioni, e sarebbe cosa buona e giusta. Ma il problema non è il commissario, bensì il commissariamento: bisognerebbe semplicemente restituire la sanità calabrese ai… calabresi

Alla Calabria non servono né medici di guerra né procuratori. Così come non servivano e non hanno risolto nulla Generali dei Carabinieri o altri fantocci inviati come salvatori della patria e poi smascherati in tutta la loro inconsistenza. Si vocifera che Zuccatelli, il nuovo commissario alla sanità voluto dal Ministro Speranza, stia “trattando” le dimissioni con Palazzo Chigi. Che non può licenziarlo perchè l’ha appena nominato, ma accetterebbe di buon grado un passo indietro dopo le figuracce collezionate in poche ore dopo la nomina del compagno Speranza. Il problema, secondo i ben informati, sarebbe come e dove “riciclareZuccatelli: il 76enne romagnolo dopo aver fallito l’assalto alla Camera dei Deputati nel 2018 nella lista di LeU, adesso avrebbe il problema di rimanere fermo ai box. Un dramma, visto che non gli funziona più l’uccello (“io ormai lo uso come un catetere, se trovate uno alla mia età che dice che scopa, non credetegli“) e quindi vorrebbe continuare a usare almeno il cervello.

Aspettando che Zuccatelli, Speranza e Conte si mettano d’accordo su cosa fare, i calabresi sperano che a guidare la loro sanità ci possa essere un altro tipo di profilo. E tutti i partiti politici si stanno muovendo in tal senso, spingendo ognuno per un candidato diverso. In modo particolare il Movimento 5 Stelle, che – bisogna ricordare – aveva scelto Cotticelli, quindi adesso almeno per decenza dovrebbe farsi da parte nella nuova scelta, ha proposto Gino Strada e Conte gli avrebbe già telefonato. Il Centrodestra che guida la Regione, invece, punta tutto su Bertolaso. La maggioranza dei partecipanti al sondaggio popolare “Il commissario lo scegliamo noi“, invece, sta votando per Nicola Gratteri che ha il 35% dei consensi (Bertolaso è secondo con il 20%, Gino Strada è terzo con il 16%).

Foto StrettoWeb / Salvatore Dato

Un procuratore, un esperto di gestione delle emergenze e un medico di guerra. Se questi sono i profili, significa che in Calabria non abbiamo speranza. Perchè non dovrebbe essere una classifica del gradimento sull’uomo dei sogni, ma a guidare la sanità calabrese i super commissari proiettati dall’alto o grandi professionisti che si occupano di altro rispetto alla sanità e/o arrivano da contesti esterni alla Regione ne abbiamo già avuti tanti e hanno fallito tutti. Su Gratteri appare evidente che il problema non si pone affatto: ammesso (e non concesso) che qualche politico lo prenda in considerazione, è certo che sarebbe lui a non accettare mai. E’ un Procuratore della Repubblica, il suo compito è combattere la ‘ndrangheta e arrestate i criminali. E’ la sua vocazione, è ciò che ama fare. Ce lo vedete ad amministrare ospedali e posti letto? Non è un ruolo compatibile con le sue competenze, i suoi studi, la sua carriera, il suo impegno. Un Procuratore della Repubblica che ha sfiorato l’incarico di Ministro della Giustizia non si ridimensionerebbe mai a tal punto da fare il commissario della sanità calabrese.

Guido BertolasoBertolaso è senza ombra di dubbio un grande esperto di emergenze, è un medico e da consulente delle Regioni Lombardia e Marche per l’emergenza Covid-19 ha confermato le proprie doti già evidenziate in modo egregio negli anni in cui ha fatto grande la Protezione Civile. Ma dovrebbero prima di tutto capire cosa vogliono fargli fare da grande. Sarà il prossimo Sindaco di Roma? O almeno il candidato del Centrodestra, o di una parte del Centrodestra? E’ il collaboratore di altre Regioni? Dopo la pandemia vuole tornare in Africa dove ha svolto missioni umanitarie? Alla Calabria serve un impegno a tempo pieno, h 24 e 7 giorni su 7, sul territorio compreso tra Mormanno e Palizzi. E difficilmente un profilo come quello di Bertolaso può garantirlo, a meno che non rinunciasse a tutto il resto, si trasferisse a vivere qui, si circondasse di competenze calabresi della sanità e si dedicasse esclusivamente a questo.

Infine c’è Gino Strada, anche qui un personaggio straordinario, fondatore di Emergency e impegnato da medico nei teatri più difficili del pianeta. Ma Cosenza non è Kabul, Reggio Calabria non è Damasco, Catanzaro non è Bengasi. In Calabria non si muore di fame (ancora per poco con questa zona rossa…), non esplodono mine, non siamo disagiati che hanno necessità dell’elemosina di una ONLUS. Emergency e Gino Strada fanno cose straordinarie, e ci sono tanti posti nel mondo che purtroppo (per loro) o per nostra fortuna, ne hanno enormemente bisogno più dei calabresi.

La Calabria, invece, ha bisogno di manager capaci, possibilmente calabresi  che già operano sul territorio da una vita e quindi conoscono meglio di chiunque possa arrivare da fuori tutte le criticità e tutti i problemi del territorio. Di nomi ce ne sono tanti, sarebbe ingiusto farne uno. Da Cosenza a Reggio, da Catanzaro a Crotone e Vibo, in ogni provincia abbiamo eccellenze straordinarie nel settore della sanità pubblica e privata che sanno quali sono i problemi e hanno anche le idee giuste su come risolverli.  Il punto nevralgico, quindi, non è tanto il commissario, quanto il commissariamento in sè. La sanità calabrese deve tornare alla Calabria. Il commissariamento ha ampiamente fallito, e bisogna soltanto prenderne atto. Alberto Cisterna, colto e preparatissimo magistrato antimafia, oggi sul Riformista ha scritto che dalla vicenda Cotticelline esce a pezzi l’idea che si possa metter mano a mali endemici e strutturali degli apparati burocratici del paese con l’intervento taumaturgico di uomini d’ordine che – dismessi i panni di un altro mestiere – si improvvisino gestori di macchine complesse e claudicanti“.

Servirebbero – scrive Cisternacompetenze, attitudini scientifiche, esperienze manageriali complesse, conoscenza analitica delle regole di finanza pubblica. Al posto di questi introvabili reggitori della cosa pubblica, la politica nazionale, e non solo, risponde con la selezione e l’invio in zona di guerra di soggetti dalla (più o meno) specchiata carriera consumata in settori della pubblica amministrazione concepiti come idealmente esenti da contaminazioni illegali. Quasi che il complesso apparato statale disponesse di inesauribili giacimenti di professionalità e di moralità a cui attingere nelle emergenze, neanche fosse la Roma di Cincinnato. Un paradosso e una conclamata finzione se solo si pensa al nugolo di scandali che trafigge questi stessi settori dell’amministrazione pubblica – dalla magistratura alle forze di polizia, passando per le forze armate o i prefetti – che hanno riccamente riempito le cronache degli ultimi tempi con arresti e condanne, oltre che con radicati fenomeni di malcostume carrieristico“.

Cisterna quindi giunge alla conclusione: “Cade, così, in modo plateale e non privo di risvolti naif, finanche nelle maldestre giustificazioni televisive, il mito del commissariamento come strumento con cui le riottose regioni del Sud (prima tra tutte la Calabria) devono essere ricondotte sotto l’imperio della legge. L’aveva detto con chiarezza il compianto Luigi De Sena (vice capo della Polizia, superprefetto, senatore, vice presidente della Commissione parlamentare antimafia): il commissariamento dei comuni e delle Asl per infiltrazioni mafiose è un clamoroso fallimento, un’aberrazione normativa da archiviare al più presto. L’idea che, con qualche sortita dall’alto dei palazzi romani, si possano ripristinare le condizioni di agibilità democratica delle burocrazie infette è innanzitutto il frutto di una grave miopia politica e istituzionale, la stessa che porta a ritenere che l’azione repressiva possa da sola ribaltare le condizioni di popolazioni intere soggiogate da malaffare, apparati deviati e mafie. Ma non solo. Questa comoda delega in bianco (Cotticelli era stato riconfermato da pochi giorni senza che nessuno ne avesse controllato l’azione anti-Covid) cela anche un proposito nefasto, quello di imprigionare per sempre il Mezzogiorno in una rappresentazione del tutto negativa, di dipingerlo agli occhi della pubblica opinione come un coacervo di irredimibile illegalità. Con l’implicito retro pensiero che sia quanto meno sconveniente sprecare risorse sempre più preziose e scarse in quella terra di infedeli. Sia chiaro: le popolazioni e le classi dirigenti meridionali hanno grandi responsabilità, ma somministrare una cura a base di manette e di commissari straordinari non ha dato e non darà alcun risultato, alcuni decenni lo dimostrano ampiamente. Con la conseguenza paradossale che il caso del generale Cotticelli ha ridato fiato a quelle componenti più retrive del meridionalismo che, comodamente, addossano allo Stato la responsabilità dei propri mali“.

Adesso, quindi, anzichè telefonare a Gino Strada continuando a considerare la Calabria un’area di guerra, il Governo ritiri il Decreto Calabria e restituisca a questa terra il proprio diritto all’autodeterminazione. Da Roma hanno già fallito in tanti, non è più tempo di esperimenti sulla pelle dei calabresi.

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