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Reggio Calabria, la Cgil non ci sta: “gravissima situazione di emergenza in cui vivono oggi gli operatori sanitari al Gom”

Reggio Calabria: “li avete chiamati eroi? Ora li volete anche martiri?”, la denuncia della Fp Cgil

“La FP CGIL Reggio Cal. – Locri segnala, ancora una volta, la gravissima situazione di emergenza in cui vivono oggi gli operatori sanitari. Il grave ritardo nell’organizzazione e nella gestione dell’emergenza pandemica si ripercuote inesorabilmente su chi è in trincea, infatti, le condizioni lavorative di chi si occupa dei pazienti Covid in questo momento è disarmante. Si lavora ininterrottamente nelle aree Covid, su pazienti il cui carico assistenziale risulta elevatissimo, stante il numero esiguo di operatori, che spesso e volentieri vengono distratti da altri reparti e che non hanno il tempo di permettersi alcun tipo di soste”. E’ quanto scrive in una nota il Segretario Generale della Funzione Pubblica CGIL Reggio – Locri, Francesco Callea.Si, perché lo ricordiamo –prosegue- che la vita in tali reparti per gli operatori sanitari, è fatta di una fase di vestizione, una vera e propria liturgia che dura non poco, per garantire la sicurezza degli stessi, poi di un turno filato, che, se va bene dura oltre le 7 ore, senza possibilità né di togliere i dispositivi di protezione individuale , né tantomeno di poter andare al bagno o fermarsi, fosse anche per un caffè. Tutto ciò con la speranza di avere il cambio alla fine del proprio servizio, cosa non così scontata. È necessario potenziare il personale addetto all’assistenza e ciò deve avvenire in tempi brevissimi in modo da garantire il necessario ricambio. Magari si potrebbe pensare anche ad un supporto di natura psicologica nei confronti del personale che sta subendo una pressione psicologica di notevole entità. L’emergenza riguarda tutti, nessuno escluso, bisogna, però che sia garantita col massimo impegno una equità degli sforzi profusi. La realtà, se possibile, è ancor peggiore nelle strutture spoke, si pensi alle condizioni “oltre il critico” dell’ospedale di Locri dove la gestione dei pazienti sospetti di infezione COVID è complicatissima dalla difficoltà ad avere per tempo utile il risultato del tampone; scarsa reperibilità dei D.P.I.; radiologia che funziona a singhiozzo creando grossi disagi nel formulare diagnosi, infine, il servizio USCA sovraccarico di lavoro, anch’esso con esiguità di personale che non riesce a rendere il servizio per il quale è nato. All’interno del G.O.M., ospedale HUB di riferimento, in questo periodo si è assistito allo spostamento in massa di personale da reparti altri verso pneumologia, reparto Covid e malattie infettive con modalità assolutamente da rivedere, senza alcun tipo di coinvolgimento delle organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori, cosa del tutto inaccettabile. La situazione attuale prevede nel reparto malattie infettive Covid, 25 posti letto, tutti occupati con a gestirlo non più di 3 infermieri per turno. Malattie infettive Covid 2, altri 15- 16 posti letto, anch’essi tutti occupati. In Pneumologia Covid, 21 posti letto, tutti al completo, a breve apriranno altro reparto in quanto vi è stato aumento di pazienti ed i posti sono già tutti esauriti, ma il problema più grande resta il personale non sufficiente. In terapia intensiva 5 ricoverati nel settore Covid, su 8 posti disponibili e 7 in terapia intensiva normale, su 8 disponibili. È di pochi giorni fa la chiusura del reparto Ortopedia per la presenza, tra il personale, di un alto numero di soggetti Covid positivi, che non consente la possibilità di fare i normali turni. Le assunzioni per pochi mesi a personale precario, non possono rappresentare la soluzione, la FP CGIL Reggio Cal. – Locri chiede di prevedere l’assunzione del personale per un periodo mediamente lungo (6 mesi – 1 anno) si da rendere appetibile l’accettazione, ancora prevedere, magari, un punteggio aggiuntivo in previsione di futuri concorsi per chi accettasse ora di “scendere in trincea”. Consci del terribile periodo che stiamo vivendo, la FP CGIL, una volta di più si trova al fianco dei “professionisti”, non eroi, della sanità”, conclude.