fbpx

Il Liceo Vinci di Reggio Calabria, nei miei ricordi

Foto StrettoWeb / Salvatore Dato

Di Kirieleyson – Molto spesso, quando passo da Via Possidonea, il mio sguardo si posa sull’edificio che ospita il Liceo, senza tuttavia non riuscire a non pensare come la scuola fosse quando io la frequentavo, negli anni ’60, e come tale è rimasta nei miei ricordi.

Ciò premesso, desidero condividere alcuni episodi e circostanze relativi a quegli anni, sia con chi ha avuto la fortuna di averli vissuti, ma anche con gli studenti del Liceo di oggi, che non solo non li possono conoscere, ma che ai loro occhi potrebbero apparire persino inverosimili, tanto sono distanti dal Liceo di oggi, ma alla cui storia tuttavia appartengono.

Lo scientifico era una scuola “evoluta” fin da allora e precorreva i tempi: aveva infatti le classi miste. Oggi la cosa appare più che normale. Ma allora non lo era affatto.

Il Liceo classico aveva infatti le classi rigorosamente divise per sesso. Persino gli ingressi erano separati, uno per i maschi ed uno per le femmine. Non solo, anche i percorsi interni dell’Istituto erano separati; praticamente come accade ora negli ospedali: pazienti Covid e non Covid.

L’immobile del Liceo allora era molto più piccolo di oggi e, a differenza delle altre scuole “storiche” della città quali il Classico, il Magistrale ed il Piria, non spiccava per imponenza e, nonostante fosse di costruzione ben più recente di quelle, a ben pensarci, avrebbe potuto essere classificato come “improbabile” per ospitare un liceo.

I due ingressi attraverso cui vi si accedeva erano infatti due semplici e piccoli portoni simili a quelli di tantissimi anonimi palazzi e non erano nemmeno ubicati direttamente sulla via Possidonea.

Esistevano due “palestre” a fianco del corpo dell’edificio. Erano in terra battuta. E ciò già ne faceva già qualcosa di “originale”.

In una si giocava a pallavolo, nell’altra c’erano due canestri, ma vi si giocava prevalentemente “a pallone”.

Ma ciò che ne faceva di esse qualcosa di eccezionale era il fatto che fossero corredate di baracche e, cosa ancora più incredibile, che nelle baracche ci vivessero delle persone.

Nella baracca del “campo” di basket viveva una donna senza età, scontrosa ed irascibile, che noi chiamavamo “a paccia” la quale inveiva ogni volta che la palla andava a sbattere contro la sua porta di casa, giungendo persino a scagliare pietre contro chiunque. E’ inutile dire che noi non facevamo nulla per evitare tutto ciò.

Nella baracca del “campo” di volley viveva invece una vecchietta molto mite e gentile: ci consentiva persino di entrare in casa quando la palla vi entrava dentro. Noi la chiamavamo “a vecchia”.

Il preside del liceo, il prof Scardina, era per noi studenti una entità sovrannaturale. Non lo si vedeva mai. Si sapeva solo che era uno scienziato. A proposito, nei primi anni sessanta il telegiornale mandò in onda un servizio che mostrava come nel laboratorio di fisica del Liceo Scientifico di Reggio Calabria era stata misurata la velocità della luce.

Un’altra persona che non si vedeva mai era il professore di educazione fisica: ma per tutt’altri motivi. Non ho mai capito cosa facesse. Le ore di educazione fisica erano da noi totalmente auto gestite. Di lui ricordo che ogni tanto appariva e poneva venti o trenta firme nel registro, tutte in una volta.

La persona di più alto grado gerarchico che a noi studenti poteva capitare di vedere (ma non era mai per cose piacevoli) era il vicepreside, il prof. Crupi che, non ho mai capito il perché, veniva da tutti noi chiamato “Bongo”.

Altre “curiosità” del Liceo di quel tempo erano il fatto che ci si alzava in piedi all’ingresso degli insegnanti (!) e che il prof. Ficarra, che insegnava con pacatezza e competenza storia e filosofia, dava del lei alle ragazze(!). Altra curiosità, oggi impensabile, era il fatto che il mio professore di Inglese, il prof. Di Marco, ci consentisse di fumare in aula (ma solo in quinta).

Una “istituzione” del Liceo Scientifico era il mio insegnante di matematica, la cui notorietà era estesa a tutte le altre sezioni (la mia era la B): il prof.  Smorto.

La sua caratteristica principale era rappresentata dalla sua personalissima interpretazione della lingua italiana.  Praticamente ogni giorno ne tirava fuori una nuova, tanto che circolavano dei quaderni, che venivano aggiornati continuamente, nonché tramandati di generazione in generazione, sulle sue frasi più tipiche.

La più emblematica delle quali fu probabilmente “la matematica è colui che scrive sempre”.

Era autoritario e temuto ma, nello stesso tempo, rispettato.

Non tollerava discordanze con i suoi punti di vista, alcuni alquanto originali: all’interrogazione finale domandava quale fosse l’ultima parola del libro di fisica e toglieva un punto se non la si conoscesse.

Una volta entrò in aula con un paio di forbici e tagliò i capelli a tutti i maschi che, secondo lui, avevano i capelli troppo lunghi (i Beatles ne avevano da poco lanciato la moda!).

Il prof. Smorto aveva però la “delicatezza”, quando decideva di fare una predica furibonda a tutta la classe, di fare uscire preventivamente dall’aula le ragazze (che allora usavano indossare rigorosamente un grembiule nero) affinché potesse dire liberamente tutte le parolacce che gli venivano in mente, naturalmente intercalate da improbabili costruzioni grammaticali. (NdA.  a titolo di cronaca: le ragazze stavano nel corridoio, ma con le orecchie attaccate alla porta).

Da allora sono trascorsi tantissimi anni, ma ancora oggi apprendo sempre con una punta d’orgoglio dei successi del Liceo Scientifico Leonardo da Vinci di Reggio Calabria, dove mi sono formato e dove ho tanto imparato, concludendo il mio percorso scolastico nel 1969, per poi andare al Politecnico di Torino.

Kirieleyson

PS se qualcuno fosse in possesso di foto di come era il Liceo in quegli anni e volesse condividerle, potrebbe inviarle alla Redazione per essere inserite a  corredo dell’articolo.