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La morte al tempo del Covid, lettera aperta della figlia di una paziente dei Riuniti di Reggio Calabria morta nei giorni scorsi

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La morte al tempo del Covid, lettera aperta della figlia di una paziente dei Riuniti di Reggio Calabria morta nei giorni scorsi: “Scrivo con il lutto nel cuore, con lo sconforto che conosce bene chi ha perso una madre”

Ci avviamo al decimo mese di pandemia, e oltre alle evidenti conseguenze di natura economica, questa fase assurda che stiamo vivendo ci lascia ogni giorno tante riflessioni, spesso amare. Sembrerà scontato, anacronistico, ma è singolare riflettere su come, per quanto la morte di per se sia un appuntamento che fa paura, oggi assuma connotati ancora più tristi, perché morire in tempi di Covid può essere ancora più triste che in situazioni normali. Il sovraffollamento degli ospedali, l’impossibilità di accedervi, specie per i parenti dei degenti è una realtà sotto gli occhi di tutti. È evidente quanto per un degente, al di la dell’aspetto prettamente medico e clinico conti il contatto umano con parenti o comunque con persone vicine, un aspetto oggi sempre più spesso inspiegabilmente inibito dai protocolli di sicurezza di molti ospedali. Si moltiplicano ogni giorno, proteste ed esasperazione di chi in questi lunghi mesi si trova ad affrontare l’emergenza con familiari e amici ricoverati in reparti di ospedale per patologie non legate al Covid. Per molti di questi purtroppo l’epilogo è dei più drammatici. Come per una signora di Bova deceduta qualche settimana addietro per gravi patologie cardiache dopo essere stata ricoverata presso il reparto di cardiologia del GOM di Reggio Calabria.

Vi proponiamo di seguito la lettera aperta della figlia, uno sfogo attraverso cui la signora, oltre ad esternare il dolore per la perdita della madre, accende i riflettori su un aspetto, quello della mancanza di umanità, che in luoghi come gli ospedali dovrebbe rappresentare un caposaldo imprescindibile e spesso purtroppo diventa un miraggio: “Scrivo con il lutto nel cuore, con lo sconforto che conosce bene chi ha perso una madre. Affido a questa breve lettera il mio dolore, non già perché pensi si fosse potuto fare di più, non voglio certo entrare nel merito dell’operato dei medici, mossa come sono, per natura da una buona fede che mi anima e mi ha sempre animata. Ho perso mia madre senza poterla mai più vedere dal momento in cui è entrata in reparto e questo è un dolore che mi porterò dietro per sempre. Ho ricevuto informazioni frammentarie, spesso discordanti anche a distanza di pochissimo tempo l’una dalle altre senza possibilità di capire quale fosse realmente il quadro clinico, sospesa tra speranza e sconforto in una continua alternanza di sentimenti che devastano come poche cose al mondo, tutto fino all’epilogo, quello che non ti attendi, almeno non in quel modo, non con quella freddezza, non con quella velocità. Tutto questo mi suscita alcune riflessioni amare, dolorose. Innanzitutto mi svela come, protocolli a parte, spesso conti l’umanità del personale sanitario, perché per quanto si debbano rispettare i protocolli, è inconcepibile imbrigliare un dolore, dare una regola alla sofferenza, mettere un freno agli affetti. In prima battuta, appena accusato il malore, abbiamo portato mia madre nel presidio sanitario a noi più vicino, precisamente al pronto soccorso dell’ospedale Tiberio Evoli di Melito Porto Salvo, e proprio la, indipendentemente dai risvolti medici, abbiamo trovato un grande senso di umanità per il quale vorrei ringraziare il Dott. Bruno Nucera che nell’occasione ha dimostrato il vero spirito che deve essere incarnato da qualsiasi medico, l’attenzione, la delicatezza e la vicinanza propria di chi si trova ogni giorno a fare i conti con la sofferenza altrui. Giunti al GOM, per noi familiari purtroppo è iniziato l’incubo conclusosi come peggio non si poteva.

Ribadisco, non entro nel merito della validità e della puntualità delle cure prestate, non avrei elementi per farlo, ne è mia intenzione porre l’attenzione su presunte negligenze o condotte omissive. Sottolineo invece tutta la mia amarezza per una mancanza di trasparenza, ma soprattutto di attenzione nei confronti di noi familiari, al pari di tanti altri, in un tremendo momento di svolta delle nostre vite come è sempre la perdita di un genitore. Non esiste regolamento, non esistono protocolli che possano giustificare la mancanza di umanità, che nel caso di specie si sarebbe dovuta concretizzare in un rapporto di comunicazione diretto e costante, all’insegna della chiarezza e della puntualità, cosa che purtroppo non è avvenuta. Non è altresì concepibile che un malato, sia privato dell’affetto dei propri cari anche in punto di morte, non si comprende infatti come il GOM non riesca a regimentare al pari di molti altri nosocomi italiani, un programma di entrare e visite di parenti, almeno uno per ogni degente. Certo, sono le mie, considerazioni postume che valgono come sfogo personale di una figlia piegata dalla sofferenza, ma non per questo anacronistiche, perché la mia speranza è che già dal prossimo futuro, più nessuno sia costretto a sopportare il gravoso peso del dolore che stiamo passando noi in queste settimane. Spero che chi di competenza sappia intervenire in merito, per rispetto della vita e per restituire il più nobile e giusto significato alla nobile professione del medico”…Carmela D’Aguì, semplicemente una figlia.