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Coronavirus, parla il medico di base che ha fronteggiato il focolaio di Sant’Eufemia d’Aspromonte: “Così ho evitato ai miei pazienti il ricovero”

La dottoressa Papalia ai microfoni di StrettoWeb descrive la propria strategia nel fronteggiare un focolaio di Covid-19 evidenziando l’importanza dell’assistenza domiciliare e del ruolo del medico di base

La seconda ondata di coronavirus ha colpito l’Italia in maniera forte e diffusa. Non più localizzata nelle regioni del Nord come in primavera, in autunno la pandemia si è estesa in tutta la penisola e ogni Regione ha dovuto fare i conti con la propria sanità, ma anche con una strategia ad hoc per contrastarla.

Così, quando a Ottobre 2020 il nuovo coronavirus Sars-Cov-2 si affacciò alle pendici dell’Aspromonte, la preoccupazione era tanta. Siamo in Calabria, la stessa Calabria in cui la sanità è commissariata da dieci anni, la stessa Calabria in cui mancano strutture ospedaliere adeguate.

Inizia da qui la storia che voglio raccontare: una storia di buona sanità.

È il 15 Ottobre quando la piccola comunità di Sant’Eufemia d’Aspromonte, in provincia di Reggio Calabria, che conta poco più di 4000 anime, viene dichiarata “zona rossa” a causa di un focolaio di Covid-19. In quel giorno erano 25 i casi accertati, ma nel giro di poco sarebbero diventati 39.

L’obiettivo non era soltanto contrastare la diffusione del focolaio, ma anche e sopratutto dare assistenza ai pazienti. Lo sa bene la dottoressa Graziella Papalia, medico di base operante in Sant’Eufemia, che in un’intervista ai microfoni di StrettoWeb, descrive la propria strategia evidenziando l’importanza dell’assistenza domiciliare ai pazienti Covid-19 e del ruolo del medico di base, che non può essere ridotto al “meccanico” compito di effettuare tamponi.

Dottoressa Papalia, qual è il ruolo del medico di base nella lotta conto il Covid-19?

“Il problema attuale è che spesso il medico di base è oberato dalla routine e dalla burocrazia, adesso i medici di medicina generale potranno anche effettuare anche il tampone. Tuttavia bisogna evidenziare che fare lo screening, selezionare i contagi, è una mansione che potrebbe essere gestita dalle Usca, mentre il medico di base se di fatto cerca di informarsi e formarsi sui nuovi protocolli terapeutici, può avere un ruolo determinate nella cura dei pazienti Covid-positivi.”

Com’è cambiato l’approccio terapeutico rispetto alla primavera?

“I protocolli terapeutici sono diversi da quelli di marzo. A marzo eravamo degli sprovveduti, non si riusciva a capire da che cosa erano determinati questi problemi dell’apparato respiratorio, se erano legati alla polmonite virale o meno. Poi si è visto che spesso i problemi respiratori ai polmoni sono dovuti a micro-emboli, di conseguenza alla luce dei nuovi studi ci sono maggiori possibilità di tenere il virus sotto controllo terapeutico. Per questo credo sia fondamentale per il medico di base informarsi e formarsi e al contempo collaborare e, se è del caso, farsi coadiuvare dai colleghi ospedalieri sia della pneumologia, sia delle malattie infettive, in quanto con questo tipo di collaborazione si possono veramente ridurre molti ricoveri.

È possibile effettuare a casa il protocollo terapeutico che consiste nella somministrazione di due antibiotici, di un cortisone, di eparina a basso peso molecolare (perché si è visto che i danni polmonari sono dovuti soprattutto a micro-emboli) e nell’aiuto dell’ossigeno. A tal fine è fondamentale la collaborazione del paziente il quale deve monitorare la sua temperatura e il grado di saturazione dell’ossigeno, quindi è bene che abbia in casa sia il saturimetro che la bombola di ossigeno.

Noi nel nostro piccolo territorio abbiamo avuto veramente un alto indice di contagi: 38, di cui 20 tra i miei pazienti. Non solo: non sono stati tutti asintomatici. Ben 4 pazienti hanno manifestato febbre, dolori muscolari e saturazione di ossigeno che tendeva ad abbassarsi: in primavera sarebbero stati da ricovero. I 4 pazienti sono stati monitorati e curati a casa, avendo come campanello di allarme la saturazione di ossigeno e la temperatura. Nel momento in cui la temperatura continuava a essere elevata e la saturazione di ossigeno si abbassava al di sotto dei 92 uno di questi è stato in seguito ricoverato. 

Alla fine c’è stata una sola ospedalizzazione dopo 15 giorni di assistenza a casa (e ora tra l’altro il paziente è stato dimesso) e un’altra di 1 settimana: si tratta anche di ricoveri per un tempo ridotto se paragonato ai molti pazienti Covid che sono stati in ospedale per mesi.

Pertanto se veramente il medico di base si fa carico di questa situazione e il paziente collabora è possibile decongestionare l’ospedale. Questo risulta fondamentale soprattutto in Calabria dove vi sono purtroppo pochissime strutture idonee, pochi posti di terapia intensiva.”

Anche perché il medico di base conosce la storia clinica del paziente..

“Sì, conosce la storia clinica e questo incide in quanto il soggetto più fragile che può essere cardiopatico o con altre patologie è ovviamente un soggetto più debole che va tutelato. Tra i pazienti sintomatici curati a casa c’erano dei soggetti fragili, non erano tutti giovani e forti: la cosa importante è che i pazienti siano molto responsabili e che vi sia una collaborazione stretta tra medico di medicina generale e paziente e al contempo tra il medico di medicina generale e l’ospedale di riferimento. In tal modo si genera una triplice sinergia grazie alla quale si può uscire da questa situazione. Credo che un medico di base preparato e responsabile possa dare una grande mano a questa emergenza. Il compito del medico di medicina generale, se svolto in questo modo è ben più utile rispetto allo screening dei tamponi che si può affidare all’Usca.”

In tal modo si ridurrebbe l’eccessivo sovraccarico degli ospedali, problema che lamentano in molte Regioni…

“Esatto. In questo modo non solo si evita il sovraccarico del pronto soccorso, ma anche quello degli ospedali legato al problema Covid o a casi sospetti tali che dovrebbero essere screenati e nel limite del possibile monitorati e curati a casa, fin quando le condizioni di salute lo permettono tenendo sempre in osservazione i limiti di temperatura e saturazione di ossigeno.”

Dottoressa, quanto conta il vaccino anti-influenzale in questa emergenza?

“Per favorire la differenziazione tra una banale influenza e una sintomatologia da Covid sono stati consigliati i vaccini ai soggetti fragili e li sto effettuando in maniera organizzata, suddividendo i pazienti in ordine alfabetico e in orari diversi, al fine di contingentare le presenze e di ridurre i contatti tra pazienti. Nell’era Covid-19 è cambiato anche il modo di comunicare: le richieste dei farmaci ripetitivi possono ora essere effettuate o via e-mail o via WhatssApp e le ricette mediche vengono a loro volta recapitate in maniera analoga, via e-mail o via Sms: tutto ciò è fondamentale per ridurre i contatti.”

A Sant’Eufemia d’Aspromonte il focolaio è adesso sotto controllo grazie all’incessante operato della dottoressa Papalia e degli altri medici di base presenti sul territorio: l’emergenza è rientrata e la piccola comunità era in attesa della revoca della “zona rossa” che tuttavia da oggi fino al 19 Novembre è stata estesa all’intera Calabria.

Seppur per una piccola comunità, la gestione terapeutica attuata dalla dottoressa Papalia si è dimostrata virtuosa e in grado di sopperire a alcune lacune presenti nel territorio a dimostrazione che con competenza, collaborazione e una giusta strategia, è possibile fronteggiare a testa alta questo nemico comune che è il Covid-19.